Francesco Cavallini

Il segreto meglio custodito della Roma si chiama Edin Dzeko. Ma può essere un segreto un attaccante capace di realizzare trentanove reti (sì, proprio 39, mai nessuno come lui in giallorosso) in una stagione e di cominciare quella successiva continuando a segnare? Sì, perché volendo citare Winston Churchill, il bosniaco resta un indovinello, avvolto in un mistero e all’interno di un enigma. Oltre un metro e novanta, ma difficilmente segna di testa. Fa un lavoro enorme per la squadra a tutto campo, ma quando la butta dentro è quasi sempre da dentro l’area. È tecnico da far paura, ma certe volte la sfera sembra sbattergli addosso quasi per caso.

Dzeko è una seconda punta

In realtà Dzeko non è né un indovinello, né un mistero, nè tanto meno un enigma. Ma di certo non è una prima punta. Il bosniaco è una seconda punta. Atipica, certo, ma seconda punta. Alt, momento, momento, come può un attaccante da più di duecento gol in carriera essere una seconda punta? Beh, non è un caso così raro. Quello che trae in inganno è il fisico. Di solito quelli così, che tengono la palla e la scaricano ai compagni, sono i centravanti. Che a volte segnano meno di quanto potrebbero, ma che con il loro lavoro fanno giocare meglio la squadra. E invece Dzeko riesce a fare l’una e l’altra cosa, mandando totalmente in confusione le difese avversarie. Si sta liberando per ricevere la sfera o sta aprendo lo spazio per un compagno? Fiftyfifty, direbbero gli inglesi, cinquanta per cento di possibilità di azzeccarci. Altrimenti, sono dolori.

Fa reparto da solo, ma con un compagno accanto rende meglio

Questa analisi dovrebbe rendere abbastanza chiaro che Dzeko non si è lamentato dopo Roma-Atletico Madrid per un puro capriccio personale. Che dietro lo sfogo riguardante la solitudine del numero nove non c’era solo un po’ di sano egoismo e la rabbia di non aver avuto occasioni da gol, ma anche la tristezza per non aver potuto fare il suo lavoro per la squadra. È vero, per la fase di sostegno chi fa da sé fa per tre, soprattutto se sfiora i due metri per novanta chili, ma poi qualcuno accanto al bosniaco serve. Altro equivoco. Dzeko fa reparto da solo? Sì. E no. È capace dello spunto personale, la tecnica non gli manca certo, ma è molto più probabile vederlo cercare il dialogo con un compagno.

Vicino a lui, gli attaccanti segnano di più

Già, perché in fondo alla seconda punta serve qualcuno che, anche non essendolo, faccia la prima. Non necessariamente l’attaccante sgusciante alla Kun Aguero o la saetta stile Momo Salah, Dzeko sa giocare (e far giocare) bene con chiunque. Basti pensare al buon Grafite, che deve la sua fama da bomber alle stagioni passate al Wolfsburg a far coppia con il bosniaco. Accanto a Dzeko le cifre degli altri attaccanti si gonfiano, è un dato di fatto. Quanto c’è del numero 9 nelle 19 reti di Salah nella scorsa stagione? Molto, almeno tanto quanto c’è dell’egiziano nell’annata perfetta del compagno di squadra. Le marcature in inserimento di Nainggolan sarebbero possibili senza gli spazi creati dal centravanti (pardon, dalla seconda punta) della Roma? Ed è bravo El Shaarawy, ma contro l’Udinese deve l’egiziano solo spingere (peraltro con classe) un pallone scodellato da un’ala sinistra così atipica da risultare improbabile. Che danza sul pallone con la classe di un dieci e la visione di gioco di un regista.

C’è da scommettere che quando in campo ci sarà anche Schick, che del bosniaco pare il partner ideale, per i tifosi della Roma ci sarà parecchio da divertirsi. Al momento però Dzeko continua a segnare e a far segnare. Toccherà a Defrel, a Ünder, a chiunque gli capiti accanto. Forse addirittura anche a Perotti. Ma non esageriamo. Per i miracoli, il Cigno di Sarajevo si sta ancora attrezzando.