Francesco Cavallini

Quando Ramón Rodríguez Verdejo, per tutti Monchi, è stato annunciato come nuovo Direttore Sportivo della Roma, la tifoseria giallorossa ha accolto il Re Mida del mercato europeo, il signore delle plusvalenze, il genio del calciomercato e chi più ne ha, più ne metta. E in effetti, essendo il lavoro dello spagnolo iniziato in concomitanza con l’apertura della sessione estiva, quello è esattamente il Monchi che nella Capitale hanno subito imparato a conoscere. Quello diviso tra aeroporti, alberghi, incontri e trattative. Quello che con un blitz in Olanda ha portato a Roma Karsdorp, che con la pazienza dei forti ha convinto il Sassuolo a liberare Di Francesco e che ha chiuso agosto con il botto assicurandosi Schick.

Monchi non è solo calciomercato

Ma Monchi non è solo calciomercato. Anzi, le trattative e la ricerca di nuovi calciatori sono solo una minima parte del lavoro quotidiano dell’andaluso. Del resto, la qualifica societaria in realtà parla da sola. Direttore Sportivo. Ovvero, colui che è capo della gestione sportiva della Roma. Che di certo comprende acquisti e cessioni, ma non è limitabile al lavoro di compravendita. In realtà, è la figura stessa del DS ad aver subito, negli anni, una metamorfosi profonda. La tendenza attuale è di mettere sotto contratto maghi del mercato, la cui unica mansione è quella di gestire, intavolare e concludere le trattative. Il resto? Sempre più spesso è delegato al team manager o all’allenatore.

L’uomo in tuta, che vive quotidianamente Trigoria e la squadra

Non a Trigoria. Perchè Monchi è sì un esperto del settore, ma è anche e soprattutto uomo di campo. Anzi, uomo in tuta, come si è autodefinito di recente. Una presenza costante, continua, che scruta e analizza ogni singolo particolare del lavoro quotidiano all’interno delle mura del centro sportivo Fulvio Bernardini. Si confronta con l’allenatore, con i calciatori e con lo staff. Cerca di comprenderne lo stato d’animo, le necessità, persino le difficoltà, sportive e personali. E se serve, li rimprovera, come è accaduto con Schick. Assiste agli allenamenti, alle partitelle, si sofferma sui particolari. Riferisce alla dirigenza, valuta, e comunica le proprie impressioni. Poi, se ha tempo, pensa al mercato. Perchè non bisogna pensare che alla fine di agosto Monchi chiuda la saracinesca, per riaprirla a gennaio. Ma, a differenza di molti suoi colleghi, non ne fa una ragione di vita.

Niente shopping compulsivo, ma decisioni ragionate

Monchi, insomma, non è un DS da shopping compulsivo, che innesca una girandola di acquisti e cessioni ogni sessione di mercato. E se ciò accade, le rivoluzioni plasmate in quindici anni al Siviglia sottolineano che nulla è lasciato al caso. Che ogni movimento, in entrata e in uscita, è preceduto da una attenta valutazione delle necessità della squadra e della società. Perchè l’andaluso è nella scomoda posizione di dover mediare tra chi va in campo (allenatore e calciatori) e chi sta dietro una scrivania. E anche per questo sente la profonda necessità di sviscerare a fondo tutta la gestione, appunto, sportiva della squadra. Che tra le altre cose comprende anche i rinnovi di contratto, a cui Monchi si è dedicato anima e corpo nei suoi primi mesi a Trigoria. E dopo le fumate bianche per Strootman, De Rossi e Fazio, pare essere arrivato anche il turno di Manolas, con cui si dovrebbe raggiungere un accordo subito dopo il ritorno del greco dagli spareggi con la sua Nazionale. Perchè ok fare acquisti, ma una squadra si rafforza anche così.

Il metodo Monchi

Per comprare, invece, resta sempre valido il metodo Monchi. Una vasta rete di collaboratori, che studiano a fondo le decine di obiettivi che secondo lo spagnolo corrispondono alle necessità della squadra. Poi una lunga scrematura, prima di puntare forte sui due o tre nomi che centrano alla perfezione l’identikit. Un lavoro lungo. Complicato. Stancante. Ma non l’unico pensiero dell’uomo in tuta. Che su un campo ci ha passato gran parte della sua vita e non ha certo intenzione di smettere ora, passando il suo tempo a inseguire talenti in giro per il mondo o a visionare campionati improbabili. Il calciomercato, come tutto il resto, deve necessariamente essere funzionale a ciò che accade sul terreno di gioco. Perchè le partite si vincono lì, sul rettangolo verde. Non con i bilanci e le plusvalenze.