Francesco Cavallini

Immaginate un futuro chissà quanto lontano. Daniele De Rossi è seduto su una panchina e non è quella della sua Roma. Anzi, magari le peripezie di una carriera lo hanno portato addirittura all’estero. Ma i giallorossi quella sera giocano una partita importante. Anzi, fondamentale per una squadra in quel momento alla ricerca di una vittoria capace di regalare una gioia alla tifoseria. Cosa direbbe il cuore al capitano di mille battaglie? Di far finta di niente? O il romano e romanista che è in lui avrebbe la meglio? Non serve neanche pensarci. Potesse, De Rossi sarebbe in tribuna a tifare per la sua Roma. Ecco, ora sostituite “De Rossi” con “Monchi” (anche se non fa l’allenatore) e “Roma” con “Siviglia”.

Monchi, un senso di appartenenza molto romanista

Blasfemo? Assolutamente no. Semplicemente vero. Il senso di appartenenza ad un club e ad una città che anima Totti, De Rossi e come loro tutti i calciatori o gli allenatori romani e romanisti, è esattamente quello che alberga nel cuore di Ramón Rodríguez Verdejo, per tutti Monchi. Venuto alla luce in Andalusia, nato e cresciuto calcisticamente nel Siviglia, non ha mai abbandonato il biancorosso, nè da calciatore nè tantomeno da dirigente. Almeno, non fino al fatidico 2017, quando ha deciso di mettersi in gioco e di accettare la corte della società giallorossa. Una scelta di vita, che per la prima volta lo ha portato lontano da casa, da un ambiente che l’andaluso conosce come le sue tasche. E che lo saluta con un addio degno di un re. Comprensibile, considerando i nove trofei lasciati nella bacheca in più di quindici anni da direttore sportivo.

Roma abbraccia, ma volta anche le spalle

Sulle rive del Tevere trova una dimensione che, in fondo, non è così lontana da Siviglia. Per passione, calore e, toh, senso di appartenenza. Una città che culla i suoi figli, li protegge (a volte anche quando non dovrebbe) e mai se ne vorrebbe privare. Monchi, in teoria, arriva a Roma con sul curriculum una nota di merito in più, che supera le vittorie e i campioni scoperti in Andalusia. Al punto che più di qualcuno ci mette una mano sul fuoco: uno così, a Roma sarà amato alla follia. Però c’è un ma. Un ma chiamato calciomercato. Che, parlando del direttore sportivo, non è mai un elemento da sottovalutare. Un mercato sfortunato quello estivo, con cessioni eccellenti imposte dal Fair Play Finanziario e con due dei colpi da maestro di Monchi (Schick e Karsdorp) che per motivi diversi non hanno ancora potuto regalare alla Roma il contributo auspicato dallo spagnolo e soprattutto dai tifosi.

E quando la squadra di Di Francesco comincia a balbettare, qualcosa si rompe. Roma è così, ti abbraccia, ma sa anche volgerti le spalle con una freddezza inaspettata, quella di un’innamorata tradita. E così Monchi diventa il direttore del supermercato, che supermercato poi non è. Diventa una sorta di Re Mida al contrario, quello che acquista solo giocatori rotti, come se il crociato di Karsdorp fosse saltato per colpa sua. Diventa un po’ il simbolo di tutto ciò che non va nella Roma. Anche perchè è sempre il primo a metterci la faccia quando le cose non vanno. Arriva gennaio, in cui il piano di rientro per il bilancio 2018 viene anticipato. Fuori Emerson Palmieri, dentro Jonathan Silva, che il fato vuole infortunato e non immediatamente disponibile. Apriti cielo.

Un’incomprensione da superare

L’ultima? Ha dell’assurdo. Gli auguri, poetici e sentiti, al suo Siviglia prima della semifinale decisiva di Copa del Rey. Da vecchio cuore biancorosso. I tifosi andalusi, bontà loro, salutano con affetto e rimpianto. Alcuni romanisti, beh, consigliano un ritorno immediato in Spagna. Ecco, forse questo è il punto in cui l’incomprensione tra Monchi e parte del mondo giallorosso raggiunge il top. Invece di apprezzare il senso di appartenenza di chi, volendo fare paragoni, è “sevillista” quanto un vero romanista, un atto d’amore viene svilito e male interpretato. Ma c’è poco da fare. Ramón Rodríguez Verdejo tifa Siviglia e sempre lo farà. E non ha nè la voglia nè il bisogno di dimostrare il contrario. Che senso avrebbe rinnegare il passato, soprattutto quando il passato è parte così fondamentale della vita personale e professionale?

Del resto nella Capitale ci si è spesso lamentati del poco attaccamento ai colori o magari di un passato a tinte un po’ troppo biancocelesti di chi metteva piede a Trigoria, come nel caso di Sabatini. E ora, per un equivoco che potrebbe far sorridere, se non fosse sportivamente quasi tragico, è sotto il fuoco della critica il dirigente forse più “romanista” possibile. Questa incomprensione, perchè di ciò si tratta, prima verrà chiarita e meglio sarà per la Roma. E per Roma, dove forse non si ha ancora a pieno la percezione della statura, sportiva ma soprattutto morale, dell’uomo Monchi. Che, sfortuna sua, al momento non viene assolutamente apprezzato per quel che è. Uno dei migliori direttori sportivi d’Europa. Ma soprattutto, un vero romanista. In senso lato, ma in fondo neanche troppo.