Francesco Cavallini

Quando nell’antica Roma il pubblico si sistemava sugli spalti del Colosseo, lo faceva per classe sociale. I posti più vicini all’arena erano riservati all’Imperatore, alla corte e ai Senatori. Quelli più in alto erano occupati dalla plebe e rappresentavano chiaramente il settore caldo dell’anfiteatro. Nel mezzo, l’ordine equestre, la borghesia della società romana. Non distaccati come i governanti, ma neanche indisciplinati come quelli degli spalti superiori. I veri intenditori, quelli che avevano la maggior capacità di giudicare lo spettacolo, anche da un punto di vista puramente tecnico.

La Curva Sud è il cuore del tifo…

Ecco, queste dinamiche continuano a vivere tutt’oggi nello stadio Olimpico. Che non sarà il Colosseo, ma che quando gioca la Roma ne replica perfettamente la divisione della tipologia di pubblico. Le Curve, la Tribuna Monte Mario e la Tribuna Tevere: la vera giuria del tifo romanista. Chiunque arrivi nella Capitale, rimane immediatamente affascinato dal calore e dal tifo della Curva Sud. E per chi indossa la maglia giallorossa, il rapporto con il settore caldo del tifo diventa chiaramente fondamentale. Chi entra nel cuore del cuore romanista, difficilmente ne esce.

…ma la Tribuna Tevere è il settore degli esperti

Più complicato però convincere la Tevere. Che brulica di esperti, veri e presunti, che più dell’impegno e del sudore versato per la maglia, tendono ad esaminare il valore tecnico del calciatore. E la Tevere ci mette poco a giudicare. Buono non buono. Degno o non degno di indossare il giallorosso. Basta poco, anche solo uno spezzone di partita. O un gesto che convince tutti. Se la Tevere ti battezza e ti adotta, ti perdona tutto. Anche un atteggiamento svogliato, che farebbe invece imbestialire i dirimpettai della Sud. Oppure una discontinuità evidente a tutti, ma non gli occhi innamorati del settore che ha abbracciato in maniera più o meno compatta la grandezza di questo o di quel calciatore.

Una bocciatura è per sempre…

Ma se la Tribuna Tevere ti boccia, il marchio resta. E non c’è nulla che si possa fare per modificarne il giudizio. Un gran gol segnato da qualcuno mal visto? Un colpo di fortuna. Una prestazione tutta cuore e disciplina? Sì, ma non è bono… Non è un caso che, tra gli ultimi bocciati eccellenti, ci sia Iturbe. A cui nessuno, neanche il peggior detrattore, potrà mai imputare la mancanza di garra e di voglia di dare ogni goccia di sudore per la maglia. Ma il giudizio della Tevere è spietato. Si applica, ma non ha i mezzi. Discorso identico a quello fatto ormai più di dieci anni fa per Matteo Ferrari, difensore nell’orbita della nazionale e considerato da tutti una promessa del calcio italiano. Da tutti, ma non dalla Tevere. E la carriera dell’ex azzurro sembra confermare la bontà del giudizio. Andando indietro con il tempo si scorre una serie di altri pollici versi. Ad Antonioli, il portiere del terzo Scudetto. Addirittura a Claudio Caniggia, che effettivamente nella Capitale è stato più croce che delizia.

…ma anche la Tevere sbaglia…

Ma anche la Tevere sbaglia. E quando è così, il rischio è quello di farlo alla grande. Come nel caso di Bomber Pruzzo, che dai puristi dello stile non era apprezzato per le movenze non esattamente eleganti. O di Simone Perrotta, campione del mondo e colonna della Roma degli anni Duemila, che alla tecnica di base sopperiva con un’intelligenza tattica fuori dal comune, ma che non è bastata a convincere la Tevere. Al momento sta cominciando a riguadagnare posizioni Alisson, che però nella prima stagione aveva dalla sua uno scarso utilizzo per poter dimostrare le proprie qualità. E più di qualcuno, all’inizio, ha avuto a che ridire addirittura sull’ottavo Re di Roma. Al suo arrivo, Falcao non aveva lasciato il segno nel cuore della giuria della tribuna. Ma al Divino, a differenza di altri, è stato concesso il beneficio del dubbio. Giustamente, verrebbe da dire. Perchè in fondo, nessuno è perfetto. Neanche gli esperti.