Riccardo Stefani

Uno spettro si aggira per Castel Volturno. Lo spettro del turnover. Alcune squadre sembrano farne la propria filosofia di vita, ma non il Napoli di Sarri, che nell’assortimento dei suoi undici titolari crede molto e non senza motivo.

Plusvalore che resta potenziale

Squadra che vince non si cambia, lo sanno anche i sassi, il problema è che alle lunghe molti giocatori potrebbero cominciare ad accusare un po’ di stanchezza muscolare. Se, però è vero il primo assunto, c’è anche da considerare che un po’ di minutaggio favorirebbe quelle riserve che potrebbero diventare indispensabili nella seconda metà del campionato. Procrastinare la loro presa di confidenza con il rettangolo verde potrebbe equivalere a delle tasche piene di un potenziale plusvalore di punti che potrebbero andare persi. Certo, è questione di tattica e non di economia, ma il rischio è che una squadra partita piano come un maratoneta saggio, avendo conservato le forze, potrebbe azzardare il sorpasso sul rettilineo finale.

L’acqua c’è ma il cavallo non beve

Reina; Hysaj, Albiol, Koulibaly, Ghoulam; Allan, Jorginho, Hamsik; Callejon, Insigne e Mertens sono uno schieramento che fa davvero paura: la loro intesa ha il valore aggiunto della continuità (concetto che la maggior parte delle italiane non sembra digerire benissimo), ma nelle stagioni precedenti ha sempre visto una frenata finale a causa della coperta corta. Corta ma non cortissima: come direbbe l’economista John Mainard Keynes l’acqua c’è ma il cavallo non beve. Possiamo portare il cavallo-Sarri ad una fontana-panchina, ma se non è assetato non possiamo forzarlo a bere. Tradotto: i ricambi ci sarebbero pure, quello che sembra mancare è la voglia di rischiare ora per stare più sereni poi; c’è troppa paura di rinunciare a quegli undici che ormai potrebbero giocare ad occhi chiusi e trovarsi.

Sarri e la mano invisibile

Anche se caratterialmente il tecnico toscano non sembra un liberista, pare sposarne l’approccio pratico: sarà la mano invisibile della Serie A ad intervenire, non di certo qualche comune mortale. Quando infatti la mano di Sarri si vede troppo, nei timidi tentativi di turnover, il collettivo sembra privato della sua identità: ottimi giocatori come Ounas, Diawara e Giaccherini finiscono per interpretare il ruolo del corpo estraneo, che proprio non vuole saperne di amalgamarsi. Non volontariamente, sia chiaro.

La concorrenza

John Nash vinse il premio Nobel per l’economia nel 1994 per aver applicato all’economia i suoi studi di matematica con la teoria dei giochi. Anche questa è in qualche modo applicabile a Sarri. La teoria studia le decisioni individuali di un soggetto (il titolare) in situazioni di conflitto o interazione con dei concorrenti (le riserve) finalizzate al massimo rendimento di tutti ed uno studio approfondito del sistema. Sembra quasi che Sarri sia laureato in economia politica in segreto. Ma la domanda sorge spontanea: le teorie economiche sono applicabili al calcio?