Stefano Impallomeni

A un’impresa di una squadra quasi sempre si associa un simbolo, un allenatore, il calciatore più forte, l’individualità che spicca sopra le altre, l’uomo che segna e trascina un immaginario collettivo. È sempre stato così nella storia di uno scudetto conquistato o di un mondiale dominato e vinto con colpi di alta scuola. Maradona in Messico nell’86 è stato l’esempio campione. Vinse l’Argentina, ma per tutti vinse l’Argentina di Maradona. Come dalle nostre parti alcuni scudetti hanno eletto protagonisti trasformatisi poi in icone storiche ed indiscutibili. Il Milan di Rocco e Rivera, l’Inter di Helenio Herrera e Mazzola, la Juve di Trapattoni e Platini, quella di Lippi e Del Piero, senza dimenticare la Roma di Capello e Totti, la Lazio di Eriksson e Mancini e l’Inter di Mourinho e Zanetti.

Solo poche citazioni, senza elencarne molte altre ugualmente importanti, che possono rendere meglio l’idea: vince la squadra, che però ha bisogno di una specificazione significativa. Una, due al massimo vicine al soggetto, all’obiettivo da raggiungere, altrimenti sarebbe meno bella da raccontare e da enfatizzare. Una vittoria, non c’è dubbio, ha bisogno sempre dei suoi eroi. Lo vuole la gente, ne ha necessità la stampa, perché semplifica un percorso, sintetizza gli atti determinanti di una storia che resta però non del tutto spiegata. La dolce pretesa popolare incombe e chiama il giudizio, un titolo. Ci si attende il finale con l’eroe in primo piano da immortalare negli archivi e nella memoria.

Scudetto, vincerà chi avrà più riserve

Sarà, ma i trionfi, soprattutto quelli collettivi, hanno sempre bisogno di altri padri o di partecipanti attivi, non meno importanti. Il campionato di quest’anno è davvero entusiasmante, sempre interessante e vivissimo anche per questo motivo. Fino ad oggi sono state troppe le dittature, le eccezioni e non è mai esistita una vera lotta di classe. Adesso è finalmente diverso. Oltre i campioni, i bomber, insomma, c’è di più, molto di più: una schiera di “riserve”, che saranno di ogni tipo e che saranno con ogni probabilità decisive. L’Inter di Spalletti, in testa alla classifica con merito, incarna alla perfezione il nuovo trend. Non soltanto Icardi, ma parecchio altro. Ci sono giocatori usciti dal ghetto dell’insulto e dell’emarginazione. I reietti Santon, Nagatomo, D’Ambrosio e Ranocchia ora hanno una loro dignità. Quando giocano, giocano bene. Sono calciatori funzionali, titolari, che fanno una differenza che sembrava svanita. Sono loro le spie di un rilancio sapiente da parte dell’allenatore che ha saputo valorizzare un patrimonio, renderlo efficace e competitivo. Ognuno serve, ognuno riceve e ognuno dà. Senza coppe, altra riserva da non sottovalutare, l’Inter sarà dura da buttare giù anche se la Juventus sabato prossimo ci dirà come stanno le cose.

Allegri, ad esempio, non è da meno. Il 2-1 in attacco ( Douglas Costa + Dybala e uno tra Higuain e Mandzukic) sdoganato con il Crotone ha ridato carburante nuovo, liberato ottima adrenalina in una squadra che si era piegata torva su se stessa, spenta negli stimoli e nello sviluppo del gioco. Anche questa è una riserva preziosa. Quella di cambiare per non morire, per non appiattirsi in certezze che non erano più certezze. De Sciglio, altro esempio virtuoso di gestione. L’ex milanista cresce e non è più un corpo estraneo. Tutti segnali simili in vetta. Con Di Francesco che, al suo primo anno in una piazza importante, allena tutti, ruota, valorizza da Maestro esperto. La trasformazione di Gerson è stato il capolavoro di questo inizio di stagione. Il brasiliano sembrava inutile e impaurito. Ora è uno dei pochi a fare i movimenti giusti, sempre positivo, in definitiva un valore da considerare. Inzaghi con Marusic e Caceido ci fa capire come sia indispensabile scavare bene nella rosa, trovare soluzioni costanti e vincenti.

Sarri, la voce fuori dal coro

Sarri, invece, è l’unico che va per conto proprio. È l’emblema del vecchio concetto, è il conservatore che non t’aspetti. Bene le sue idee, il suo calcio spettacolo, ma a cambiare ci pensa più del dovuto. Il tridente offensivo non colpisce più. 25 reti nelle prime sette giornate, 10 nelle ultime otto. Le rotazioni sono sempre in mezzo al campo in cui Rog non è mai considerato (perchè?). Si fida poco di Ounas, per non parlare di Giaccherini che Conte, alla Juve e in Nazionale, riteneva più di una “riserva” di lusso. Non è un caso che il Napoli, rispetto alle grandi, non abbia segnato per tre volte in queste quindici giornate. Zero reti con Inter, Chievo e Juventus. Di solito chi lo fa per 5 volte in un campionato (a 20 squadre), alla fine non vince mai lo scudetto. È un dato, non un’opinione. A Sarri serve un compromesso con se stesso e una gestione differente, altrimenti si farà dura. Ecco, perché le riserve in senso generale saranno fondamentali. Un piano B, che sia tattico, di gestione o di scelte individuali, farà la vera differenza. Più di un gol di Icardi o di Higuain.