Matteo Muoio

Il Monaco bissa il successo dell’andata e al Louis II stende il Borussia Dortmund, stavolta per 3-1. Le firme sono del baby-fenomeno Mbappè, del redivivo Falcao e dell’affidabilissimo Germain, il bomber di scorta. I monegaschi volano in semifinale, 13 anni dopo l’ultima volta: era l’edizione 2003/2004, quella che vide il club del Principato contendersi e perdere contro il Porto di Mourinho una delle finali più inattese nella storia della competizione. Da lì un lento e inesorabile tracollo, culminato con la clamorosa retrocessione del 2011. Quindi l’arrivo dei petrodollari russi, la risalita e le illusioni da top club che sembravano stroncate da un clamoroso divorzio che stringeva i cordoni della borsa. La società ha saputo attrezzarsi e trovare la sua dimensione nel mercato; investire, magari anche tanto, su giovani di prospettiva da rivendere a peso d’oro per comprarne altri, in modo da restare sempre competitivi e crescere progressivamente. L’attuale rosa francese è il risultato di un circolo virtuoso intrapreso quando il patron Dmitrij Rybolovlev ha detto basta – per necessità – alle spese folli – vedi Falcao, James Rodriguez – scegliendo la strada di una programmazione sostenibile, lungimirante e comunque ambiziosa. Aggiungi il tecnico giusto, Jardim, e l’alchimia è perfetta: i biancorossi sono tra le fab four d’Europa, comandano la Ligue 1 rischiando di interrompere il lungo dominio parigino e giocano un calcio splendido. Questa è una squadra molto diversa da quella che nel 2004 andava a giocarsi la Champions col Porto; lo è per il tipo di interpreti, per lo stile di gioco e per il percorso intrapreso fino al traguardo di ieri sera.

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Il Monaco 2003-2004

 

Monaco 2004: la fantasia di Giuly, i gol di Prso e Morientes

Sono passati tredici anni, non troppi, eppure era un altro calcio. Le italiane facevano ancora la voce grossa in Europa e sul mercato, i petrodollari di Abramovich inauguravano l’alba dei magnati; gli emiri ancora non si interessavano al calcio, men che meno i cinesi. Il Monaco aveva una dimensione più o meno simile a quella odierna, veniva da un secondo posto alle spalle del Lione e quell’anno avrebbe chiuso terzo in campionato. Della squadra che nel 2000 vinceva il settimo e ultimo scudetto non era rimasto quasi nessuno. Era il Monaco di capitan Giuly, che quell’estate sarebbe poi partito per Barcellona, di Morientes in prestito dal Real, capocannoniere di quella Champions con 9 gol, e della sua riserva di lusso Dado Pršo, vice-capocannoniere con 7. Dietro spiccava un giovane Evra sull’out mancino, pure il centrale Givet sembrava promettere bene. C’era poi l’italiano Roma, in mezzo al campo i muscoli di Zikos e Bernardi. In panchina Didier Deschamps. I monegaschi superarono da primi l’equilibratissimo girone con Deportivo, PSV e AEK Atene, da segnalare l’8-3 rifilato in casa ai galiziani, col croato Pršo capace di calare il poker. L’eliminazione della Lokomotiv Mosca agli ottavi sembrò ordinaria amministrazione, l’apoteosi vi fu nei turni successivi. Ai quarti crollò il Real, convinto di avere il passaggio in tasca dopo il 4-2 dell’andata al Bernabeu; al Louis II si accese la stella di Giuly – doppietta – e Morientes siglò il più classico dei gol dell’ex, per un 3-1 che regalava la semifinale contro il Chelsea di Ranieri, nel primo anno della gestione Abramovich. Ancora un 3-1 al Louis II, nonostante un intero tempo in inferiorità numerica: alle solite reti di Morientes e Prso si aggiunse quella dell’ex meteora romanista Nonda. Il 2-2 allo Stamford Bridge portava gli uomini di Deschamps dritti alla finale di Gelsenkirchen contro l’incredibile Porto di Mourinho, un 3-0 senza storia che incoronava lo special one campione d’Europa. La medaglia d’argento fu comunque un grandissimo risultato per i monegaschi, mai così bene nella competizione. Il 4-3-3 di Deschamps era pratico ed essenziale. La squadra era costruita per sviluppare gioco sugli esterni, trovare le ali ( Rothen e Giuly) e far arrivare più cross possibili ai killer d’area, Morientes o Prso. In mezzo Cissè e Zikos offrivano corsa e quantità, Bernardi era il metronomo. A differenza di quella odierna, con i suoi 29,3 anni di media, il Monaco del 2004 risultò fra le formazioni più anziane dell’edizione.

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Fernando Morientes in Porto-Monaco del 2004

MONACO 2017: TALENTI IN OGNI REPARTO, IL CRACK MBAPPE’
Questo Monaco, invece, è giovane, la formazione più giovane tra le 16 qualificate a dicembre per la fase ad eliminazione diretta della Champions, con un’età media di 25 anni. E’ nato dalle ceneri della formazione retrocessa nel 2011, assumendo una forma diversa rispetto a quella inizialmente pensata dal patron Rybolovlev, che nell’estate 2013 spendeva 150 milioni per portare al Principato James Rodriguez, Falcao, Moutinho e Kondogbia; voleva allestire una corazzata, competere alla pari col modello PSG. Invece ha dovuto fare i conti in casa, con la moglie Elena, che dal divorzio ha incassato 534 milioni di euro. La rotta va invertita, campagne acquisti faraoniche non sono più sostenibili. James e Falcao ripartono un anno dopo, quei soldi vengono investiti su giovani di ottima prospettiva, come pure quelli incassati l’estate successiva dalle cessioni di Kondogbia, Carrasco e Martial. Il risultato è il Monaco di oggi, una squadra di grande prospettiva, ricca di talento in ogni reparto, probabilmente, tra le big, il progetto più interessante d’Europa. Il 4-4-2 – più 4-2-4 in realtà – di Jardim incanta in Francia e in Europa. Dietro spicca la spinta degli esterni Sidibè e Mendy, in mezzo i muscoli e il fosforo di Fabinho e Bakayoko per sostenere i 4 davanti, un reparto devastante: Lemar e Bernardo Silva larghi, Falcao e Mbappè a finalizzare. Il colombiano è rinato dopo le sfortunate esperienze inglesi in prestito, La Turbie – accademia giovanile dei francesi – ha regalato poi quel fenomeno ribattezzato presto il nuovo Henry; 18 anni compiuti a dicembre, ha già segnato 22 gol in stagione, 5 nelle 4 gare ad eliminazione diretta della Champions. Certi numeri, alla sua età, li aveva solo Ronaldo il Fenomeno.

Con il gol di ieri sera, Mbappè è diventato il più giovane marcatore a raggiungere le 5 reti in Champions