Augusto Ciardi

Higuain, Pogba, Bonucci, Nainggolan, Pjanic, Rüdiger, Manolas, Bacca, Koulibaly. La Serie A che piace, fa da palestra a calciatori in rampa di lancio o in cerca di riabilitazione. Un ponte verso l’Europa. Al massimo si fa tappa a Torino, sponda Juventus, città quasi di confine. Club, quello bianconero, che ha preso le distanze dal resto della massima serie nazionale, avvicinandosi ai potentati continentali, per fatturato e risultati, ma ancora distante da essi, che con un assegno a infiniti zeri possono portare via i migliori anche alla società di corso Ferraris. Sta accadendo con Pogba. Accadrà verosimilmente fra un anno con Dybala. Questione di fatturati. 324 milioni, record per il club di Agnelli, certificato dall’ultimo bilancio, arricchito da quasi 80 milioni di euro introitati dalla stagione in Champions alla voce premi. La Juventus si distingue, fino a un certo punto. Contando su soldi sicuri, oggi, quelli dei premi UEFA, delle TV, dello stadio di proprietà, dell’indotto che crea la coniugazione del verbo vincere. Ma per vincere bisogna essere tempisti e interventisti. E la proprietà juventina, ieri, dopo i primi flop dell’era post Calciopoli, ha raso al suolo la struttura tecnico-dirigenziale. Resta dietro alla voce ricavi commerciali, (poco meno di 75 milioni di euro) nella classifica italiana guidata ancora dal Milan, che si avvicina ai 100 milioni. Come dire: del Milan stile impero è rimasto solo il marchio.

Pogba Manchester

Pogba con la maglia della Francia a Euro 2016

In Italia i campioni restano massimo 3 anni

Ecco perché la Juventus può bussare, soldi in bocca, alle porte di Napoli e Roma, contare 90 milioni più 30, e portarsi a casa dalle più immediate inseguitrici Higuain e Pjanic (oltre a Dani Alves, Benatia, Pjaca). Regina incontrastata in Italia, sorella minore in Europa, almeno in banca. Perché dai 577 milioni di euro di fatturato del Real Madrid, dai 560 del Barcellona, i 520 del Manchester United, i 480,5 del PSG, i 474 del Bayern fino ai 392 del Liverpool, la Juventus nella classifica dei fatturati arriva decima. Quindi non può dire no ai 120 milioni che offre il Manchester di Mourinho per Pogba. E fra un anno più o meno alla stessa cifra difficilmente dirà no a Barcellona o Manchester City per Dybala. Le italiane possono sfruttare i calciatori di livello di età medio-bassa per un biennio. Stringendo i denti possono trattenerli per un triennio. Poi i migliori salutano. Con buona pace dei tifosi.

Dybala Juventus

Dybala festeggia la Tim Cup 2016

Il Leicester dai diritti tv incassa più della Juve

L’epoca dei Totti e dei Maldini, dei De Rossi e degli Zanetti, è finita. Il mercato certifica che i club che arrivano a metà classifica in Premier League abbiano molto più potere di acquisto di quelli della borghesia italiana. Il Leicester narrato alla stregua di una Cenerentola, ha distrutto la concorrenza di sorellastre straricche, ma nell’anno del ritorno nella massima serie, ha incassato dalle TV 97 milioni di euro (2 in più della Juventus per il campionato nazionale) fatturando 137 milioni, non distante da Milan (199), Roma (180) e Inter (165), pagando 75 milioni di euro di ingaggi, come la Fiorentina, appena dieci milioni in meno del Napoli. In questa situazione, che vede la Serie A perdere appeal rispetto a Premier League, Bundesliga e alita spagnola, non ci si sorprende se il miglior prodotto delle squadre di seconda e terza fascia, Franco Vazquez, finisca al Siviglia (dove non ci sono magnati spendaccioni ma lavorano manager capaci che il calcio lo studiano e lo programmano e non lo limitano alle iperboli dialettiche tipiche dei nostri dirigenti). O se un Everton qualsiasi si permetterebbe di garantire a Koulibaly più di quanto gli possa prospettare il Napoli.

Il calcio italiano oramai fa i contratti con le clausole. Non alla spagnola, dove le cifre fissate per lo svincolo più che una necessità per legare a sé i calciatori servono a soddisfare l’ego dei club che mostrano quanto ce l’abbiano lungo stabilendo prezzi impagabili da eventuali acquirenti. I club italiani sono in balìa di calciatori e agenti. Ma agenti e calciatori non si sono resi protagonisti di un golpe. L’assenza di lungimiranza, la superficiale programmazione, lo scarso interventismo di proprietari e dirigenti, abili soltanto nel fare proclami, ha regalato forza inaudita a chi oggi punta i piedi e domani ottiene o un aumento di ingaggio o la cessione al club desiderato. Fa eccezione la Juventus, che al famoso ristorante da 100 euro a coperto agognato da Conte, non sarà ancora in grado di offrire la cena a tutti, ma con orgoglio ha iniziato a pasteggiare senza sudare freddo quando chiede il conto al cameriere.