Redazione

di Luca Covino

Nella Striscia di Gaza il tempo si ferma spesso. Un attentato, un bombardamento e si può bloccare tutto, anche la normalità, anche il calcio. L’unica cosa che non si placa sono le sfumature del conflitto israeliano-palestinese: così in quel lembo di terra capita che dei calciatori vengano trattenuti a poche ore dalla partita più importante della stagione. È quanto accaduto a nove giocatori dello Shabab Al-Dahahiriya, squadra palestinese militante nella West First Premier League, i cui atleti sono stati fermati dall’esercito israeliano al valico di Erez, tra Gaza e Israele, per “motivi di sicurezza”.

Il fatto: nove tesserati bloccati per motivi di sicurezza
Lo Shabab è stato fondato nel 1974 ed è tra i club più blasonati del panorama calcistico palestinese. Per difendere la sua storia, la squadra si stava recando a Hebron per giocarsi la finale di ritorno della Coppa di Palestina contro i connazionali dell’Al-Ahli. All’andata, lo Shabab aveva perso in casa contro i ragazzi allenati dall’italiano Stefano Cusin (interessante questa sua intervista a CalcioEsteroNews), passati al Dura Stadium con il punteggio di 1 a 0. Malgrado l’ipoteca avversaria sul trofeo più ambito, la voglia di rivalsa per i giocatori dello Shabab era molto forte, ma niente ha permesso loro di ribaltare il risultato nei novanta minuti. Almeno finora. Sabato pomeriggio i giocatori sono stati trattenuti dalle autorità israeliane per eseguire i controlli, conclusi dopo 12 ore con il verdetto che impediva a nove tesserati dello Shabab di raggiungere la Cisgiordania. Il titolo in palio è importante: chi vince parteciperà ai Giochi d’Asia e ad altri tornei regionali. Tuttavia, a decidere le sorti della Coppa di Palestina potrebbe non essere il “pallone rotondo” ma la politica governativa israeliana, costretta dopo la nuova intifada dei coltelli iniziata lo scorso ottobre, a intensificare i controlli e le restrizioni ai movimenti – anche sportivi. Dal canto loro, le autorità israeliane hanno dichiarato che si è trattato di una semplice questione di sicurezza. Per il resto silenzio, anche sulle voci che girano: i giocatori dello Shabab sarebbero stati rimandati a casa perché noti all’intelligence israeliana per la loro simpatia verso Hamas e altri partiti considerati “radicali” dal governo. Veri e propri negoziati vanno avanti da oltre due giorni tra Federcalcio palestinese e autorità israeliane. L’obiettivo è quello di snodare la questione e di permettere ai giocatori di scendere in campo entro questa sera, ma niente è sicuro. In caso contrario, sarà impossibile giocare dato che lo Shabab dispone soltanto di dieci giocatori ed è interdetto dal disputare l’incontro.

Stefano Cusin (ph. da calcioesteronews.it)

Stefano Cusin (ph. da calcioesteronews.it)

Il retroscena: si era cercato un compromesso
La decisione delle autorità va contro le promesse fatte l’anno scorso dagli stessi vertici del calcio israeliano agli organi Fifa a Zurigo. Il patto fu discusso davanti agli stati generali del calcio mondiale e agli organi calcistici palestinesi e prevedeva l’impegno delle autorità israeliane a garantire il regolare svolgimento delle competizioni nella striscia di Gaza. Il presidente della Federcalcio palestinese Jibril Rajoub, ha definito il comportamento di Israele “inaccettabile”. “I giocatori – ha spiegato Rajoub – sono stati costretti ad aspettare tutte quelle ore nel terminal di Erez, subendo interrogatori e controlli che non hanno alcuna relazione con la sicurezza”. Secondo le testimonianza dei calciatori, riportate dallo stesso Rajoub, gli israeliani avrebbero fatto domande ai calciatori sui loro familiari e vicini di casa: “non so se esista al mondo un altro posto dove si trattano in questo modo le squadre di calcio”, ha sentenziato il numero uno del calcio palestinese. Eppure lo stesso Rajoub aveva cercato il compromesso con Israele pur di mantenere in piedi il calcio a Gaza. A ridosso di quel patto infatti, lo stesso Rajoub aveva rinunciato al suo voto per sospendere Israele dall’assemblea Fifa in cambio di un’assicurazione sulla vita del calcio palestinese.

Ma la vicenda che anima l’intero movimento da giorni dimostra che quel compromesso è stato fallimentare. E lo è stato anche perché Rajoub aveva portato avanti una battaglia per garantire i diritti ai calciatori palestinesi colpiti dall’occupazione militare israeliana a Gaza: cartellini rossi venivano agitati da centinaia di manifestanti per sensibilizzare i vertici del calcio mondiale sulle condizioni dei giocatori e sollecitare l’espulsione di Israele dalla Fifa. Rajoub intavolò i punti della trattativa nata dalla decisione di non votare contro Israele: chiedeva all’assemblea la creazione di un comitato congiunto per i calciatori, la creazione di una nazionale e una soluzione per le cinque squadre di coloni israeliani basate su territorio palestinese. Tutto sembrava andare per il meglio, Rajoub definiva “un successo” la strategia di rinuncia al voto di sospensione di Israele dalla Fifa in cambio della discussione dei punti proposti con l’assemblea. Ma appunto sembrava andare meglio fino a quando la questione smosse addirittura il premier israeliano Netanyahu che, secondo i media locali, era riuscito ad annullare il lavoro fatto da Rajoub persuadendo le altre federazioni ad opporsi alle richieste palestinesi: il piano era fallito. Rajoub fu contestato in conferenza stampa da sportivi e media palestinesi, che avrebbero preferito un “no” del piano dalla Fifa invece di una mancata chance di cacciare Israele dall’assemblea. Nel frattempo il pallone a Gaza è bucato.