Luigi Pellicone

Aladino Spalletti. Il tecnico di Certaldo, più che strofinare, striglia la sua Inter alla ricerca del “genio” che accenda l’Inter e la renda “sua”. Sebbene i risultati siano confortanti, la squadra non è ancora Spallettiana. Non c’è, insomma, il suo “tocco”, ciò che ha sempre reso originale e geniale le sue creature tattiche.

Handanovic santo subito. Il paradosso è Icardi…

I numeri sono confortanti.  L’Inter segna tantissimo e subisce poco. Merito di Handanovic ed Icardi, due straordinari interpreti del ruolo. Le prodezze del portiere sloveno, però, rappresentano la cartina di tornasole di un impianto di gioco ben definito nei ruolo ma non negli interpreti. Il 4-2-3-1 non è appropriato alle caratteristiche di una squadra che non ha nelle proprie corde un modulo che richiede calciatori dalle attitudini specifiche. Icardi è un magnifico stoccatore. Avercene, di bomber come lui. Però non gli si può chiedere grande partecipazione al gioco di squadra. Il puntero argentino non è un calciatore capace di calarsi nella realtà di regista offensivo. Consegnategli un pallone, lo tramuterà quasi certamente in gol. Non gli si può chiedere, però, almeno adesso (e chi sa per quanto tempo ancora) di allargare il proprio raggio d’azione al di là del perimetro dell’area di rigore. Significa snaturarlo. E allora, meglio resti li dov’è a far gol. E si cambia ciò che non funziona. Il centrocampo.

Il vero rebus è a centrocampo

Il centrocampo è il vero rebus: per funzionare, il gioco di Spalletti ha bisogno di tre uomini dalle caratteristiche diverse. Il 4-2-3-1 di Spalletti si basa su tre fattori. Due centrocampisti, uno di lotta l’altro di governo, davanti la difesa, che si abbassino per creare densità e proteggere la difesa e siano capaci di ribaltare rapidamente l’azione in fase di possesso palla. Due esterni in grado di attaccare la profondità, tagliare alle spalle dei difensori per inserirsi in diagonale all’interno dell’area di rigore dove cercare: a) l’attaccante sul primo o secondo palo. B) la conclusione personale. C) Il centrocampista a rimorchio. Il famoso incursore. Il terzo fattore. Colui che deve muoversi in verticale ad aiutare i due davanti la difesa nel recupero del pallone e ribaltare l’azione giocando con gli esterni o cercando l’imbucata per l’attaccante.

Chi lo fa l’incursore? Nessuno.

Una domanda senza risposta. In questo momento, nessuno. Spalletti ha testato prima Borja Valero, che è molto più metronomo o in alternativa tuttocampista. Poi Vecino, che non ha il piede. Quindi Joao Mario, che non ha la corsa. Brozovic è un calciatore troppo discontinuo che rischia, con la pericolosissima tendenza a cercare la giocata difficile, di innescare pericolose ripartenze perdendosi uomo (che poi nn rincorre) e pallone. L’ultimo tentativo nel secondo di Bologna è stato Eder. Il ragazzo ha corsa e gamba per interpretare il ruolo ma scarse attitudini nel recupero palla, sebbene abbia una certa predisposizione al sacrificio. Dunque? La soluzione è semplice.

E allora, 4-4-2 con variabile 4-4-1-1

Dentro Eder, accando ad Icardi. Fuori Joao Mario, Brozovic e Gagliardini. Candreva e Perisic andranno sulle ali supportati da Cancelo (quando tornerà) e Dalbert. Un modulo quasi scolastico, in cui l’unico “genio” è rappresentato da Perisic che partendo largo a sinistra può seguire istinto e talento e proporsi come guastatore. 4-4-2 o 4-4-1-1 dunque. A volte, il colpo di genio, è sapersi adattare.