Stefano Impallomeni

Il logorio del calcio moderno non sempre penalizza e fiacca progetti. Lo stress, a volte, ha effetti diversi: può ribaltare sfaceli di ogni genere, può aiutare a rimodellare potenzialità disperse, a costruire imprese impensabili. Spalletti, dopo la Totteide, non è stanco. E ci riprova. Lì dove i fallimenti degli ultimi anni hanno affossato le cavalcate mourinhane da Triplete. Lì dove da Mancini a Pioli, tra mille volti e tanti piedi buoni, non c’è mai stata una squadra degna di questo nome. L’Inter non è esattamente un’isola felice, la zona tranquilla in cui trovare soddisfazioni facili. È una zona sensibile, rinomata, ma non più tanto beneamata. Rappresenta il guado vorticoso da passare con tutte le cautele del caso. Se ci arrivi male, finisci peggio. È la sfida delle sfide in cui anche chi ha preparazione e personalità può naufragare, spesso inghiottito da un ambiente che va capito al volo, fiutato immediatamente al pari dello stress da sopportare. Una super pressione addosso, sopra la testa, non è però così disprezzabile. Può liberare energie forti, farti vivere una nuova avventura come se l’avessi vissuta, a memoria, da anni.

Luciano Spalletti promette bene, trasmettendo questo tipo di sensazione. Appare il timoniere adatto per far girare il vento dalla parte giusta. L’ex allenatore della Roma sembra essersi calato in questa nuova realtà con tranquillità e consapevolezza. Non teme alcunché e vuole soltanto, si fa per dire, carta bianca, ampia disponibilità di governo. Non sente puzza di bruciato, ma profumi d’oriente. Regala sorrisi sornioni, dispensando ottimismo grazie anche alla stima e al supporto di Walter Sabatini, l’unico che lo ha scelto veramente. Le sorti di Mancini, De Boer, Vecchi, Pioli e ancora Vecchi, in pochi mesi annientati e abbattuti, non lo scalfiscono granché. Spalletti lascia trasparire saggezza, tornando dall’altro capo del mondo, dalla Cina, con una carica straordinaria. Il messaggio non detto e da interpretare è semplice. L’Inter non fa paura, ma deve tornare a far paura gli altri. Spalletti ha voglia di capovolgere quel senso comune di sconfitta periodica, di correggere interismi esasperanti ed esasperati. E soprattutto vuole vincere gli scetticismi vari dei tifosi. Quei tifosi che avrebbero voluto in panchina non lui, ma Simeone o Conte, persino Pochettino.

La sfida di Spalletti, dunque, non sarà sul campo, su quel campo che conosce come pochi. Non sarà nelle sue oggettive capacità e nella sua bravura, ma nella conquista mediatica della maggioranza di un popolo esigente, abituato a non fare sconti, neanche a quelli bravi. A San Siro le luci possono diventare abbaglianti, accecanti, ma nel senso peggiore del termine. Basta una mossa sbagliata, un calciatore non gradito imposto per forza, o una parola fuori posto in conferenza stampa per incartarsi e complicare il piano di rilancio. Spalletti ha accettato in fretta questo tipo di sfida. Ha accettato quel logorio, che conosce a menadito. Lo ha voluto subito, senza pause supplementari, che, dopo la lotta continua di Roma per una stampa secondo lui troppo aggressiva, avrebbero avuto una logica. Zhang Jindong, alias Suning, ci crede. Crede alla sua quarta scelta, Spalletti, che all’apparenza non si cruccia di partire dietro nei consensi rispetto ai preferiti che hanno detto no. Spalletti ha detto subito sì, nonostante i tifosi non siano tutti contenti. Sarà questa, per Spalletti, la partita più difficile da vincere, in cui i risultati potrebbero bastare, ma fino a un certo punto. L’interista di suo ha una pazienza limitata e tende a una critica costante. Soprattutto dopo gli ultimi anni, in cui gli oltre 400 milioni di euro spesi sono serviti a poco.