Francesco Paolo Traisci

L’annunciato legame che unirà l’Olbia Calcio al Cagliari è solo l’ultimo esempio di un tentativo, da parte di squadre di serie A di crearsi una valvola di sfogo per i propri giovani, un cuscinetto fra la Primavera e la prima squadra, che consenta ai giovani di prospettiva futura di giocare con continuità, acclimatandosi con il calcio professionistico. Prima del club isolano, oltre all’effimera esperienza dell’acquisto del Palermo da parte del patron della Roma, Franco Sensi ,solo la Lazio di Claudio Lotito, si è unita con una sorta di legame personale alla Salernitana del quale il Presidente della Lazio è il patron nemmeno tanto occulto (e per farlo ha dovuto cambiare anche alcuni regolamenti federali).

In Italia non è consentito avere una squadra B

Rapporti privilegiati fra due club del calcio professionistico, non già una prima e una seconda squadra vera e propria, come invece accade da qualche parte all’estero, in cui tutte le grandi hanno la propria squadra B in cui far crescere i prospetti migliori facendo loro conoscere da vicino il clima del calcio fra adulti. In Italia la costituzione di squadre B è attualmente vietata, anche se molti vorrebbero introdurla, ispirandosi a quello che sino agli anni 70 era il Torneo De Martino, in cui appunto le riserve avevano modo di scendere in campo e di confrontarsi con altri parigrado in un campionato tutto loro.  Stante il divieto, tuttora presente nel nostro campionato, non è possibile creare squadre B ma solamente “rapporti privilegiati” fra società maggiori e società militanti in categorie inferiori, che consentano ai migliori giovani usciti dalla Primavera di un club di serie A di trovare una collocazione temporanea (ossia in prestito) presso la società di categoria inferiore, in modo da poterli vedere all’opera in un campionato professionistico. In realtà fa parte del gioco che quasi tutti quelli che sono diventati campioni affermati siano stati mandati una o due stagioni a farsi le ossa presso società amiche in serie inferiori (fra le eccezioni conosciamo Totti, Nesta, Maldini e pochi altri campionissimi che sono passati direttamente e in pianta stabile dal settore giovanile alla prima squadra). E allora cosa differenzia questa tipologia di normali rapporti di fra società amiche da quelli che ci sono fra la Lazio e Salernitana ed ora fra Cagliari ed Olbia? Che mentre in generale le due società decidono insieme quali giovani usciti dalla primavera della prima cedere in prestito alla seconda (e questo valutando la prima a quali giovani interessanti far fare le ossa in provincia con l’idea di riprenderli in seguito e la seconda quali giovani siano funzionali per la propria rosa per il campionato che va ad iniziare), nei due casi menzionati è la società maggiore che decide solo sulla base delle proprie idee di crescita dei giovani usciti dal vivaio, sapendo dunque dove collocare quei giocatori che potrebbe non essere riuscita a collocare altrove. Può farlo perché in realtà la dirigenza è la stessa (o comunque controlla quella) della società minore.

Premier League

Jamie Vardy esulta dopo un gol al Newcastle

ALL’ESTERO COSA SUCCEDE? IL MODELLO SPAGNOLO
Il modello più noto è sicuramente quello spagnolo. Nella Liga quasi tutte le grandi società hanno una propria squadra B, a volte chiamata come la squadra principale ed altre con un nome diverso (come ad esempio il Castilla, famosa squadra B del Real Madrid). Le varie squadre B partecipano (insieme ad altre squadre normali,non seconde) ai campionati inferiori (in genere alla terza divisione con eccezione della squadra B del Barcellona, attualmente in seconda divisione). Per regolamento non possono però mai salire in Prima divisione, né (da qualche anno) partecipare alla coppa nazionale, in modo quindi da evitare qualsiasi incrocio con la prima squadra. Ma allora quale è la differenza fra una squadra B rispetto alle normali squadre di divisioni inferiori? E’ quella del costante passaggio di giovani da una squadra all’altra, purché si tratti di giovani sotto i 23 anni di età. Quindi, anche se non vi sono limiti di età per i giocatori della squadra B, solo quelli under 23 possono far la spola con la prima squadra. Questa è la differenza fondamentale con il nostro calcio! Facciamo un esempio per spiegarci meglio: da noi mentre un giovane della Primavera può sempre esordire in prima squadra e poi eventualmente ritornare in primavera o fare la spola fra le due squadre, quando viene ceduto in prestito dovrà disputare tutta la stagione con la maglia della squadra alla quale è stato ceduto e potrà tornare alla casa madre solamente nelle finestre di mercato (come qualsiasi altro giocatore); se una squadra spagnola ha necessità di un giocatore facente parte della squadra B, potrà farlo esordire in prima squadra in ogni momento e potrà giocare in seguito con entrambe le compagini. Con una differenza sostanziale fra squadra B ed una normale squadra giovanile: la squadra B milita in un campionato professionistico o semiprofessionistico, con tutte le conseguenze del caso relativamente al clima, all’agonismo ed alla professionalità richiesta a chi vi partecipa.

ronaldo bale

COME FUNZIONA IN FRANCIA, INGHILTERRA E OLANDA
Simile a quello spagnolo, il modello francese prevede la possibilità per i club di prima e seconda divisione di allestire una propria squadra B che partecipi ad un campionato nazionale ma che deve mantenere almeno due categorie di differenza rispetto alla prima squadra. Di fatto le squadre B non possono andare oltre il Campionato Francese Dilettanti, ma possono schierare giocatori senza limiti di età, compresi quelli di prima squadra (con accuse più o meno velate di falsare il campionato). Il modello opposto, molto simile al nostro anche se più articolato è quello attualmente presente in Inghilterra: non esistono le squadre B che partecipano a campionati professionistici o semiprofessionistici ma solamente una Premier Reserve Professional Development League, articolata in 2 campionati: la League 1 con prima e seconda divisione che comprende le formazioni giovanili di 15 squadre di Premier e 9 di Championship, con un girone all’italiana e promozioni e retrocessioni dalla prima alla seconda; e la League 2, un campionato giovanile con due gironi di 12 squadre ciascuno su base geografica (Nord e Sud), destinato ai vivai delle altre squadre. In entrambe il limite d’età è 21 anni, anche se sono ammessi tre fuori quota più il portiere: ciò consente ai club di schierare giocatori della prima squadra che recuperano da infortuni o sono collocati in esubero (come peraltro avviene anche da noi). Fra i due estremi una soluzione di compromesso: quella olandese. Da lato vi è la Beloften Eredivisie, molto simile al nostro campionato Primavera (ma che consente alla squadra Campione di qualificarsi per la Coppa d’Olanda senior dell’anno successivo); dall’altro l’inserimento delle le formazioni giovanili di maggior tradizione, ossia quelle di Ajax, PSV e Utrecht (inizialmente c’era anche il Twente che però nel 2015 decise di ritirare la propria formazione giovanile) all’interno della EersteDivisie (ossia il campionato di serie B a 20 squadre), ma con precise limitazioni: le squadre B non possono essere promosse (contrariamente alle altre squadre partecipanti alla medesima competizione) in Eredivisie né partecipare alla Coppa d’Olanda e devono essere Jong (giovanili) con un limite d’età inferiore ai 23 anni (con un massimo, anche in questo caso, di tre eccezioni, oltre al portiere). Così come in Spagna, i giocatori possono passare (anche al di fuori delle finestre di mercato) dalla prima squadra alla squadra Jong e viceversa ma solo fino a quando non hanno raggiunto 15 presenze con la prima squadra. L’esempio olandese ci mostra dunque la differenza fra squadre giovanili che disputano un campionato a sé e squadre B che, seppur composte essenzialmente da giovani, sono invece inserite in un campionato professionistico insieme ad altre squadre normali ossia non giovanili né seconde squadre. In entrambi i casi i giovani della possono fare la spola fra le due squadre del medesimo club. Quale modello, fra quelli illustrati, preferire? E’ meglio che i giovani usciti dal vivaio siano gettati subito nella mischia del calcio professionistico lontano da casa o serve un cuscinetto per valutarne le attitudini professionali al momento in cui sono chiamati a confrontarsi con il calcio dei grandi, evitando di far loro subire troppo pesantemente il trauma del passaggio fra il calcio giovanile e quello professionistico? Apriamo il dibattito.