Francesco Cavallini

Haka da una parte, Corroboree dall’altra, palla al centro e si comincia. A leggerla così, viene abbastanza semplice pensare ad una classica partita di rugby tra una squadra neozelandese e una australiana. E in realtà ci si va vicino, ma neanche troppo. La palla in questione non è infatti ovale ma sferica e le due squadre coinvolte hanno esattamente quelle provenienze, almeno sul passaporto. Ma parliamo della prima partita internazionale giocata da due squadre di calcio composte da aborigeni dell’emisfero australe. I Maori neozelandesi del Te Ikaroa hanno battuto per 3-2 gli australiani del First Nations Mariya, mentre il match femminile è terminato con un netto 5-0 per le…All Blacks.

Pochi indigeni nel calcio

Si tratta di un evento molto importante per le comunità aborigene, che da sempre hanno enorme successo nel rugby, quello che è lo sport nazionale di Australia e Nuova Zelanda, ma che trovano parecchie difficoltà nell’emergere in altre discipline, calcio compreso. La percentuale di atleti aborigeni nella prima divisione australiana rasenta lo zero e anche dalle parti di Wellington non è che le cose vadano granchè meglio. Ma per meglio sviluppare la ricerca dei talenti e il riconoscimento del calcio indigeno è nata in Australia la National Indigenous Football Championship, quest’anno alla seconda edizione.

Il calcio per ricongiungersi alle tradizioni

Il tentativo è quello di creare una cultura del calcio tra le popolazioni aborigene, come avvenuto con risultati straordinari nella palla ovale, ma anche promuovere un senso di appartenenza che spesso rischia di essere perso, con i giovani indigeni che si allontanano sempre più dalle millenarie tradizioni familiari per favorire il proprio ingresso in una società in cui gli aborigeni, che siano indigeni australiani o maori neozelandesi, faticano ancora ad integrarsi a pieno. Ma si sa, lo sport è un veicolo in grado di superare qualsiasi barriera sociale ed economica e non è così improbabile sognare di scoprire un giorno un giovane fenomeno che prima del match si diletta nell’haka.

Match molto fisico, ma un buon inizio

E sull’onda del buon successo della NIFC, si è deciso di pensare oltre i confini geografici e di allargare la competizione, facendo scontrare una squadra australiana e una neozelandese in una partita che alla fine si è risolta, come prevedibile, in uno scontro molto duro. Nulla di diverso da un match di rugby, con il temperamento e la forza fisica, piuttosto che la tecnica, a farla da padrone. Ma come si dice, l’importante era partire. Certo, risonanza mediatica a parte, è complicato immaginare se e quanto l’iniziativa possa avere un seguito concreto anche nei prossimi anni, ma le iniziative dei due governi a favore dell’integrazione delle minoranze aborigene fanno pensare che questa piccola “Champions Indigena” possa essere la prima di molte altre.