Francesco Cavallini

Alla fine la Bombonera è servita a poco. Tutta la prosopopea argentina del catino da riempire, dell’inferno in cui rinchiudere il malcapitato Perù si è sciolta come neve al sole davanti alla pessima prestazione dell’Argentina padrona da casa. Il tifo assordante, la Doce del Boca, tutto lo spirito guerriero dei tifosi dell’Albiceleste non è bastato. Perchè in fondo, si dice, la storia del dodicesimo uomo in campo non sussiste, è solo un vecchio adagio mutuato da un calcio che non c’è più. Allora il tifo e l’atmosfera potevano contare qualcosa, ora non più. Ma si potrebbe dissentire. C’è effettivamente più di qualche stadio che è in grado di fare la differenza. Non tanto per impatto visivo o per coreografie particolari, ma per “merito” dei tifosi, che ci mettono il calore, ma spesso anche qualcosa in più. Perchè giocare in casa a volte conta davvero.

Turchia: Besiktas, Galatasaray e Fenerbahce

Basterebbe chiedere a Timo Werner, che nella partita del Lipsia in casa del Besiktas è stato costretto a chiedere il cambio. Troppo rumore dalle tribune della Vodafone Arena. I Çarşı, la storica tifoseria organizzata bianconera, avevano promesso che avrebbero reso la vita dei tedeschi un inferno. E l’hanno fatto a suon di decibel. Risultato? 2-0 per i padroni di casa, contro una delle squadre emergenti del calcio europeo. Ah, tra l’altro la Turchia non è nuova a scene particolari. Come quando negli anni Novanta, prima di un derby tra Fenerbahce e Galatasaray, un ultras gialloblu (che i suoi “colleghi” chiamano Rambo) ha ben deciso di piantare una bandiera nella metà campo dello stadio dei “nemici” e di difenderla con in mano un coltello. Tanto per far capire che quando si gioca in casa d’altri, più che una partita è un’invasione.

Belgrado, benvenuti al Marakana

A proposito di esperienze particolari, passeggiare per il tunnel dello stadio Marakana di Belgrado è assolutamente qualcosa che si raccomanda a chiunque ami il calcio (ma non ai deboli di cuore). Un tunnel che più che a un campo di calcio sembra portare a un bunker antiatomico supersegreto. Polizia in assetto anti-sommossa, graffiti ovunque, un rosso sui muri che fa pensare un po’ troppo al sangue e qualche esplosione che ogni tanto arriva dal livello del campo. Se poi la partita è il derby eterno, quello tra la Stella Rossa ed il Partizan, ogni sensazione viene amplificata all’infinito. Ma anche nelle “normali” partite di campionato, è il ruggito del Marakana, fino a centomila spettatori assiepati su curve e tribune, a spaventare gli ospiti e a dare una marcia in più ai calciatori della “Stella”. Che in una bolgia del genere, sono sempre pronti a dar battaglia.

Tiraspol e lo Sheriff, lo stadio di uno stato che non c’è

E poi a volte non è solo lo stadio a lasciare agli ospiti una sensazione strana, quasi di inquietudine. Lo sanno bene le squadre che nel corso degli anni hanno sfidato lo Sheriff Tiraspol, club che da dieci anni domina il campionato moldavo. Peccato che la città, in teoria, non sarebbe proprio parte della Moldavia, dato che risulta essere la capitale della Transnistria, territorio conteso che nel 2014 ha richiesto l’adesione alla Russia. Ecco, l’ambiente e lo stadio ricalcano le atmosfere delle trasferte al di là della cortina di ferro. Spazi enormi, architetture oppressive e una poco raccomandabile serie di caserme sulla via dello stadio. Stadio che è stato inaugurato nel 2002, ma che mantiene comunque quel sentore di antico che fa molto Unione Sovietica. Ah, un ultimo particolare. Lo Sheriff è stato fondato nel 1993 da due ex membri del KGB. Un’ottima spiegazione al record di otto sconfitte casalinghe in campionato negli ultimi quindici anni.