Francesco Cavallini

Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…

Ma non è un sospiro. È un pianto. Incontrollato e incontrollabile, di quelli che solo le grandi gioie o le grandi delusioni possono regalare. E non parliamo di un Ei qualsiasi. È Luis Nazario da Lima, per tutti Ronaldo (quello vero, quello falso, fate voi). La partita non è ancora finita, ma il Fenomeno piange a dirotto. E assieme alle lacrime scorrono inesorabili i minuti, ore per chi a Udine è in attesa di una buona notizia, attimi per chi a Roma sta vivendo un dramma che neanche Manzoni stesso, che da buon milanese sarebbe certamente potuto essere tifoso nerazzurro, avrebbe saputo scrivere. È il 5 maggio. Quel 5 maggio.

A cadere non è Napoleone, ma Héctor Cúper, l’Hombre Vertical, quello dell’empuje, la pacca sul cuore ai suoi soldati. Come un condottiero d’altri tempi, che con il suo esercito sta facendo la sua parte in una guerra, figlia di un digiuno lungo quasi quindici anni. La Grande Armée interista scende nella Capitale per giocarsi l’ultima battaglia. Ronaldo, Vieri, Simeone, Toldo, i due Zanetti. Tutti gli ufficiali sono in campo a mostrare orgogliosi il vessillo prima dello scontro che per alcuni vale una carriera. Il terreno pare favorevole e l’avversario non irresistibile. Le bandiere nerazzurre riempiono la Sud, ma sono presenti anche in Nord e in tutto l’Olimpico. Eppure Cúper non si fida. Alcuni degli uomini che ha di fronte gli hanno già tolto qualche anno prima la gioia di una vittoria che poteva diventare leggenda. Quindi occhi aperti e testa concentrata.

La Lazio ha poco da guadagnare e molto da perdere da una eventuale vittoria. Zaccheroni è all’addio, così come alcuni dei giocatori. Togliere lo Scudetto all’Inter potrebbe significare regalarlo alla Juventus. Ma anche alla Roma. E allora, pensa il tifoso biancazzurro, meglio non correre rischi. Ma a Udine, dopo neanche dieci minuti, ci pensano Trezeguet e Del Piero a mettere subito le cose in chiaro. Se l’Inter fallisce, ci siamo noi. La Juve, il nemico di sempre. L’Ancien Régime del football italiano, sempre attenta che lo status quo che la vuole da decenni padrona indiscussa del calcio di casa nostra non venga stravolto. Un nemico insidioso, che non si dà mai per vinto, neanche quando a marzo Seedorf con l’artiglieria pesante spegne all’ultimo secondo le speranze bianconere di un saccheggio di San Siro. È solo l’ultimo capitolo di una rivalità infinita, che parte da Rosetta contro Meazza, passa per il 9-1 dei ragazzi di Gianni Agnelli contro la Primavera di Angelo Moratti e poi si acquieta, prima di riesplodere fragorosamente il 26 aprile del 1998, quando un fallo di Iuliano su Ronaldo riecheggia nel mondo peggio del colpo di pistola di Gavrilo Princip a Sarajevo.

Il momento dell’empuje di Cúper a Ronaldo prima della partita contro la Lazio

Il nemico è alle porte e il generale Cúper lo sa. Ma la guerra è tutta nelle sue mani. E quando iniziano le ostilità comprende anche che questa non sarà una battaglia come le altre. È un insieme di guerre personali, di tanti uno contro uno e tutti contro tutti, più un ludo gladiatorio che uno scontro risolutivo. E per questo viene subito fuori l’ariete, la forza distruttiva, il grande trascinatore. Peruzzi, con il cuore dilaniato da tutte e tre le sue ex squadre in lotta per questo campionato, non blocca da par suo un innocuo corner. Christian Vieri scorge l’attimo e fa per primo breccia nelle mura biancocelesti. Si toglie la maglia ed esulta, con lui una curva intera e buona parte dello stadio tutto. Chi ben comincia è a metà dell’opera.

Ma Manzoni, o il Fato in vece sua, ci mette subito la mano. Questo Scudetto non s’ha da fare. E ci vuole qualcuno che questa frase la pronunci, più o meno inconsapevolmente. Ci vuole un antagonista, un Don Rodrigo. Che ha più le sembianze di un angelo, con quei riccioli biondi che paiono usciti da un dipinto rinascimentale. Ma che ha nel nome suoni assai duri, esattamente come lo sguardo che rivolge ai suoi tifosi dopo aver realizzato l’uno a uno. Karel Poborský non ci sta a regalare il campionato all’Inter. Non gli interessano le beghe cittadine romane o la lunga storia del Derby d’Italia. Se i nerazzurri devono trionfare, dovranno sudare. E trasmette questa volontà ai supporter biancocelesti, che al pareggio del ceco sono ammutoliti come se avessero subito gol.

E allora addio ai monti, alle pecore pascenti, allo Scudetto e ai sogni di gloria? No, almeno non ancora. La mano della Provvidenza, insita in ogni opera in stile manzoniano, è in realtà il piedone di Fernando Couto, che con sufficienza butta in corner un pallone innocuo. Sul magico sinistro del Chino Recoba, faccia da aiutante furbetto di goldoniana memoria, spunta la testa di Gigi Di Biagio, che va a prendersi gli applausi nello stadio che l’ha visto crescere. Le sorti della battaglia mutano ancora. Attacco, ritirata, ancora attacco e di nuovo indietro. L’antagonista ha però ancora voglia di veder soffrire gli eroi in nerazzurro.

E il nostro Don Rodrigo Poborský improvvisamente trova il suo Don Abbondio. Che in teoria sta coi buoni, ma che per qualche motivo decide involontariamente di aiutare i cattivi. Si tratta di Vratislav Greško, che è anche slovacco e quindi non dovrebbe avere una gran voglia di vedere esultare il suo ex connazionale. Eppure l’assist è il suo, uno sciagurato retropassaggio che ancora oggi toglie il sonno a Cúper e a tutto il popolo interista. Al ceco non serve neanche affaticarsi per buttare il pallone in rete. Due a due, fine del primo tempo. La battaglia è aspra, molto più difficile del previsto. Sembrava quasi vinta, ma si sta rivelando un incubo. Nell’intervallo arrivano notizie da Udine e Torino. La Juventus è in totale controllo del match del Friuli. Al Delle Alpi la Roma è ferma sullo zero a zero contro i granata. L’incubo del secondo scudetto consecutivo per i giallorossi è scampato. La Lazio può giocare senza remore.

Hector Cúper alla guida dell’Inter. Verrà esonerato durante la stagione 2003-04

E nella ripresa, in un crossover che diventa quasi troppo manzoniano per essere vero, arrivano uno dietro l’altro l’Innominato e la Battaglia della Beresina. Il vecchio Conte del Sagrato, e non potrebbe essere altrimenti, ha le fattezze arcigne e austere di Diego Pablo Simeone. Il grande ex incorna su un violento calcio d’angolo e l’Olimpico colorato di nerazzurro, di nuovo, tace. Non esulta Simeone, non potrebbe mai. È già pentito di quella rete, ma non poteva sottrarsi alla sua natura competitiva. È l’inizio della fine. La Grande Armée interista si scompone, si sfalda, perde i pezzi. Niente tattiche, saltano gli schemi, sul campo c’è solo una feroce lotta per la sopravvivenza. Come quella dei soldati del Piccolo Caporale, che cercano di salvare il salvabile nelle acque gelate della Bielorussia. Ma c’è ben poco da fare.

Cúper tenta di svegliare i suoi e inserisce truppe fresche, Emre, Kallon e Dalmat. Quando al minuto settantatrè Simone Inzaghi, lasciato solo in area da una pessima chiusura del solito Greško, può insaccare la rete del quattro a due, probabilmente il francese tra sé e sé mormora un Merde! che avrebbe reso fiero Cambronne. Ora è finita davvero. Il sogno è terminato. L’Inter sta vivendo la sua personalissima Waterloo. Dal Friuli va intanto in onda la Restaurazione, con la Juventus che si porta a casa lo scudetto numero ventisei. Ma a Torino non esultano solo i tifosi bianconeri perchè, beffa delle beffe, la Roma vince di misura e scavalca anche lei i nerazzurri, relegandoli addirittura ai preliminari di Champions. E torniamo quindi alle lacrime del Fenomeno e al silenzio dei tifosi interisti, che fanno da cornice al finale di campionato che forse più di tutti (assieme al diluvio di Perugia) rimarrà nella memoria collettiva, cementando la leggenda di un’Inter bella, ma perdente. Come il suo allenatore, destinato a rimanere per tutti l’eterno secondo.

Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. È a loro che vengono affidate le immagini del pianto di Ronaldo e del volto pallido e tirato di Cúper. Il condottiero, l’eroe tragico, che nella sua carriera da giramondo si è fatto mancare solo il Reno (frequentando invce le Alpi, il Manzanarre e persino le Piramidi). Nelle foto e nei video di quella giornata, come un novello Bonaparte morente, l’argentino sembra improvvisamente sparire alla vista. Immobile ed impietrito, come una statua. Solo, in mezzo a ottantamila persone. Nessuno può aiutarlo, neanche la fede. In quel fatidico 5 maggio, il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola, allo Stadio Olimpico non c’è. Almeno, non per l’Inter.