Redazione

di Marco De Moura
giornalista brasiliano della WSC Consultoria. 

Strana la vita. Come può un momento di grande gioia diventare improvvisamente un incubo? L’Associação Chapecoense de Futebol è un club fondato poco più di quarant’anni fa. Una squadra modesta, nata in una piccola città nella zona ovest dello Stato di Santa Catarina. Chapecò è una città con circa di 200 mila residenti, pronti a sostenere la loro squadra come un padre fa con un figlio. La maglia verde indossata con orgoglio per ogni cittadino/tifoso è il simbolo di una regione ricca, piena di industrie, un’isola felice all’interno di un Paese povero.

Il sogno di sfidare i grandi club del Brasile

Un vero esempio di gestione. Sette anni fa la Chape giocava nella Serie D del calcio brasiliano, ma già sognava di giocare al pari delle grandi squadre. Lo stato di Santa Catarina, il sud del Brasile, cominciava a farsi troppo piccolo per lei. Serie C nell’anno 2010, in B nel 2013. E da tre anni il desiderio di giocare in Prima Divisione era realtà. Il Verdão d’Oeste stava facendo la storia. Giocare nel mitico Maracanã, sfidare il Santos di Pelé o una partita casalinga contro il Flamengo di Zico non erano più un sogno. La Chapecoense non era più la squadra sconosciuta di qualche anno fa. E vincere a Chapecó era ormai una sfida anche per gli avversari. Un popolo già orgoglioso della sua passione che non sapeva bene cosa aspettarsi. La Chape volava alto e il passo successivo di questa favola sarebbe stato sfidare le grandi squadre del Brasile, metterle in difficoltà.

L’anno scorso la Chapecoense ha dovuto chiedere il passaporto per i proprio tesserati. Per la prima volta, infatti, si era qualificata per giocare in una competizione internazionale. Andare all’Estero era l’ennesimo passo di questa storia magica. Il mondo del calcio iniziava a interrogarsi: “Ma da dove vieni questa squadra?”.

PER LA CHAPECOENSE IL MODELLO ERA IL LEICESTER
Il percorso era stato tracciato. Un piccolo club, campione del suo Stato, in cinque anni era salito dalla quarta divisione alla prima e si era qualificato per un torneo internazionale. Ormai mancava solo un titolo. Per i ragazzi della Chape non c’era più alcun limite. La città, conosciuta come la capitale del commercio nel settore agricolo, era diventata la città della Chapecoense. Tutti aspettavano la stagione 2016-2017 con grande speranza. Se il Leicester aveva vinto in Inghilterra perché la Chape non poteva farlo in Brasile? Un allenatore con esperienza all’estero, giocatori con alcuni brevi passaggi nel calcio europeo, come il capitano Cléber Santana ex Atlético Madrid, un bomber come Bruno Rangel, il più grande cannoniere della storia della Chape, e una rosa composta da giocatori giovani e altri con esperienza. La Chapecoense guardava a questa stagione con grande ambizione. Una fiaba perfetta. Il Verdâo d’Oeste aveva raggiunto la finale della Coppa Sudamericana. L’avversario era di quelli blasonati: l’Atlético Nacional di Medellín, il campione della scorsa Coppa Libertadores d’América. Era tutto pronto: il Brasile unito avrebbe tifato per la Chape.

addio chape

Cleber Santana, capitano della Chapecoense.

“Siamo in grado di battere chiunque”, questo era il pensiero dei giocatori della Chape. Poi la notizia drammatica che ha risvegliato il Brasile dal sogno. Una tragedia, la più grande della storia sportiva del Paese. L’aereo sui cui viaggiava la Chape schiantato sulla montagna vicina a Medellín. Di colpo qualcuno aveva cancellato il lieto fine dalla fiaba. La Chape che non smetteva di salire, è arrivata fino in cielo, come descrive bene l’illustrazione in copertina. Impossibile non pensare al mito del Grande Torino e del Manchester United. La Chape ora fa parte della storia del calcio. Ci siete riusciti ragazzi, ma ci mancherete.