Matteo Muoio

E’ il numero del calcio per eccellenza, eppure non è mai riuscita ad entrare nel mito. E negli ultimi tempi sta cadendo in disgrazia. Priva del fascino della 10 – e ci può stare –, meno attraente pure della gemella opposta, la 7. Sì, perché a ben vedere, nella disquisizione calcistica si racconta con maggior frequenza dei grandi divenuti tali con la maglia numero 7. Questione forse di simboli, di artisti del pallone un po’ bohèmien che l’hanno indossata come Best o Meroni, per rimanere in casa nostra, capaci di esercitare un fascino irresistibile. In principio con la 11 si identificava l’esterno sinistro, dai ’70 magari pure una seconda punta o un rifinitore impegnato più nel mandare in porta i compagni che nel cercare gloria personale. Preferibilmente mancino. E la storia del calcio è stracolma di campioni con queste caratteristiche. Da noi l’11 per eccellenza è stato Gigi Riva, fra i più grandi calciatori italiani di ogni epoca – per molti il migliore – record man di gol in Nazionale e capace di scrivere la storia portando lo scudetto in terra sarda. Poi il piede sinistro di Dio, Mario Corso, tatticamente anarchico quanto talentuoso: fino a pochi anni fa impazzivamo per le maledette di Pirlo, che peccato non aver visto le foglie morte. Protagonista nell’Inter più vincente di sempre dei ’60-’70, non ebbe mai la possibilità di giocare un Mondiale o un Europeo in maglia azzurra.

Mario Corso con la maglia dell’Inter

Prima di loro, in Spagna, un certo Francisco Gento incantava con la maglia del Real. Poi, in ordine di tempo,  Karl- Heinz Rummenigge: primo prototipo dell’attaccante moderno, 7 titoli e due palloni d’oro col Bayern. Arriviamo agli ’80 con Boniek e Laudrup, grandi in Italia con la Juve con una parentesi nella Capitale, in maglia giallorossa per il polacco, biancoceleste per il danese. Quindi il brasiliano Careca, spalla perfetta per Maradona nell’epoca d’oro del Napoli. Nei ’90 come non ricordare le prodezze di un altro brasiliano, Romario, a Usa ’94: 167 centimetri di classe ed esplosività, quasi 700 gol in una carriera ultratrentennale. L’ultimo Pallone d’Oro in maglia 11 se l’è portato a casa Pavel Nedved: esterno sinistro o destro, trequartista, mezzala a fine carriera, giocatore universale. Il 19 maggio del 2014, dopo 25 anni, 963 partite e 169 gol con la maglia dello United, Ryan Giggs lasciava il calcio giocato. L’ultima grande ala sinistra della storia del calcio, almeno se accettiamo la disambiguazione tra ala e il moderno esterno d’attacco.

Oggi la 11 arranca, difendendosi bene in qualche top club. In Spagna Neymar la porta al Barcellona, Bale al Real: se per il primo si tratta di una scelta quasi obbligata, con la 10 occupata da Messi, per il secondo, gallese e mancino, dobbiamo pensare alla devozione nei confronti del già citato Giggs. In Inghilterra merita menzione il tedesco Ozil dell’Arsenal, in effetti uno dei prodotti più anni ’90 dell’odierno calcio tedesco. In Francia c’è Di Maria, che al Psg ha deciso di riprendere il numero con cui aveva iniziato nel Rosario Central; lui sì, è un’ala vera. Al Bayern non esalta troppo Douglas Costa: Robben quando gioca – molto poco ultimamente – ricorda gli 11 d’altri tempi, ma porta la 10. In Italia pochissima roba. Salah è l’unico big, Niang è un bel progetto di giocatore, in provincia c’è il ceco Krejci del Bologna, mancino, cresciuto nel mito di Nedved e nel 4-4-2 dello Sparta Praga, come pure l’argentino Ocampos del Genoa, altro mancino. Insomma, da noi nessun nome in grado di scaldare gli animi come accadeva decenni fa.

Un giovanissimo Di Maria ai tempi del Rosario Central