Nicola Ghittoni

Tempi duri, per i superstiziosi. Finito un anno bisestile, ecco arrivare quello col numero più temuto, almeno in Italia. Eppure, sfidando la sorte e i luoghi comuni, molti calciatori lo hanno indossato con successo, per scelta o per caso. Quando nel 1995-96 vengono introdotte in serie A le maglie personalizzate, sono pochi i giocatori di primo piano a sceglierla. Per lo più viene affidato a un ragazzo della Primavera (un giovane Rocchi alla Juve), al terzo portiere (Aldegani al Milan), o a mediani dai piedi troppo poco raffinati per permettersi di fare gli schizzinosi sul numero, ma dal cuore abbastanza grande per entrare in quello dei tifosi. E’ il caso di Guerino Gottardi alla Lazio, che non ha mai più abbandonato la sua maglia, diventando un idolo della curva Nord e inaugurando una nobile tradizione di 17 “operai”. Sulle sue orme Palombo della Sampdoria (ancora oggi fedele), Baiocco al Perugia, Emanuele Filippini (Brescia e Parma), il Damiano Tommasi protagonista del terzo scudetto della Roma. In quella stagione ’95-96 solo tre squadre non assegnano la 17. Una è il Vicenza. L’altra è il Cagliari, e qui entra in gioco la leggendaria e patologica superstizione del presidente Cellino, che non ha mai permesso si stampassero maglie con quel numero. La terza è il Napoli. Anche in questo caso superstizione? Quando si parla di Napoli il luogo comune scatta come un riflesso condizionato. Ma le cose non stanno proprio così. E proprio da qui comincia la nostra carrellata.

10. FABIO CANNAVARO (Parma 1995-2002, Inter 2003-2004)
Nel 1995 arriva a Parma un napoletano doc, occhi furbi e sorriso spavaldo: si mette sulle spalle la 17 e per sette stagioni ne fa una seconda pelle, arrivando a formare con Buffon e Thuram il terzetto difensivo più forte del mondo. Alla faccia della scaramanzia.

Dopo il Mondiale coreano Cannavaro approda all’Inter, dove trova la maglia occupata da Michele Serena. Non si scompone e sceglie la 13, per poi riappropriarsi della 17 la stagione successiva. Il biennio nerazzurro è un disastro, e il numero scompare dalla carriera del futuro Pallone d’Oro, che si legherà al più classico 3.

9. MAREK HAMSIK (Napoli 2007- a oggi)
Serve un’ulteriore prova, per sfatare il luogo comune dei napoletani superstiziosi? Andate ai cancelli del  San Paolo nel giorno della partita e contate quanti tifosi indossando la 17. Quella del calciatore che, non potendo scalzare Maradona dal cuore degli appassionati, si sta prendendo il lusso di superare il “Pibe de oro” nei libri dei record.

Se Hamsik è senza dubbio il 17 più prestigioso dell’attuale serie A, c’è un ragazzo nato a pochi passi da Napoli e cresciuto calcisticamente tra Salerno e Sorrento, che lo indossa senza paura e senza sfigurare affatto: Ciro Immobile, centravanti della Lazio e della Nazionale. Altro che superstizione.

8. CLARENCE SEEDORF (Sampdoria 1995-96 )
Facciamo un passo indietro a quel ’95-96, primo anno delle maglie personalizzate. Sbarca a Genova un ragazzo di 19 anni, ma che nel bagaglio porta già una Champions League vinta. Non sarà l’ultima.

Aperta parentesi. Riguardate bene l’azione. Imbeccata di Mancini, appoggio smarcante di Chiesa, gol di Seedorf. Mancini. Chiesa. Seedorf. Era la serie A delle “sette sorelle”, e la Sampdoria NON era tra queste. E infatti in quel campionato si piazzò ottava, esattamente alle spalle delle sette potenze del torneo. Oggi una squadra con Mancini Chiesa e Seedorf, anche fossero circondati da mediocri comprimari, punterebbe di diritto a un posto in Champions. Per dire, dovesse vincere il recupero contro il Bologna, in Champions oggi andrebbe il Milan. Pasalic. Suso. Bonaventura. (Con tutto il rispetto). Chiusa parentesi

7. CRISTIANO RONALDO (Portogallo 2004-2006 )
CR7. Quando il numero di maglia diventa parte del tuo brand. Eppure, quel numero Cristiano Ronaldo se l’è dovuto sudare. A Madrid, dove la prima stagione si deve “accontentare” della 9 (Di Stefano, Santillana, Hugo Sanchez, vi chiedo umilmente perdono). Perché anche la faccia tosta del fenomeno portoghese non può che  inchinarsi di fronte al monumento Raùl. Così sarebbe andata anche a Manchester, dove Ronaldo ha iniziato nel 2003 lustrando gli scarpini a Giggs, ma dove per sua fortuna la 7 è stata appena liberata dalla cessione di David Beckham, guarda caso proprio al Real. E così è andata quando si è rivelato al mondo con la maglia della sua nazionale, nello stregato Europeo casalingo del 2004. E’ qui che sfoggia la maglia numero 17. Stavolta chi gli “ruba” la 7? Se non vi viene in mente, ecco qualche immagine per rinfrescarvi la memoria.

Serve che vi dica in quale squadra di club giocava Figo in quel 2004? Maglia completamente bianca, come indizio può bastare? Quando si dice il destino…

6. DAVID TREZEGUET (Juventus 2000-2011 )
E dire che con il 17 sulle spalle non ci era nato. Al Monaco indossava il 9, come si conviene al più tipico dei centravanti d’area. Ma se arrivi in Italia e nella nuova squadra il tuo numero di maglia è già occupato da un certo Filippo Inzaghi, un tipo poco avvezzo a fare regali (vedi punto 3), ti devi adattare. Undici anni e 171 gol dopo, si può dire che il ragazzo ci sia riuscito abbastanza bene.

Oggi quella maglia la indossa Mario Mandzukic. Stessa trafila: numero 9 al Bayern e all’Atletico Madrid, arrivato a Torino deve mettersi in coda a Morata. Ceduto Morata, è arrivato Higuain. Auguri.

5. HENRIK LARSSON (Helsingborgs2006-2009)
Poche squadre al mondo hanno ritirato la maglia 17. Quasi sempre si è trattato di un omaggio postumo, come quello che Lens e Lione hanno tributato al centrocampista Marc-Vivien Foe, morto in campo nel 2003, proprio a Lione, mentre difendeva i colori del suo Camerun nella sfida di Confederation Cup contro la Colombia.  Ma non mancano le eccezioni. In Svezia c’è un giocatore che questo diritto se l’è conquistato a suon di gol. 104 in 163 presenze, per la precisione. Ha iniziato a segnarne da ragazzino, quando gli avversari che seminava potevano solo prendergli la targa e guardare i suoi dreadlocks allontanarsi verso la porta svolazzando. Li ha continuati a segnare quando è tornato, ormai 35enne e col cranio rasato, nello stesso stadio che lo aveva consacrato.

Nota a margine: quando il Milan ha ritirato la numero 3 di Paolo Maldini, l’ex capitano rossonero ha imposto la clausola che prevede di poter rispolverare quella maglia nel caso uno dei suoi figli in futuro arrivi a giocare in prima squadra. Evidente nel profondo nord la sola idea deve essere vista – e schifata – come una tipica mollezza da “mammoni” latini. Larsson, che l’Helsingbors lo ha pure allenato, non ha ceduto a sentimentalismi. E il figlio Jordan, attaccante tra i più talentuosi della rosa a sua disposizione, si è dovuto accontentare della numero 18.

4. GIGI RIVA (Italia 1968)
A proposito di maglie ritirate. Oggi a Cagliari nessuno può più indossare la 11, e non serve spiegare perché. Se chiudi gli occhi e pensi a Giggiriva– in rossoblù o in azzurro – è così che lo immagini, con quel numero sulla schiena, come il mantello di un antico eroe, di un cavaliere senza macchia e senza paura. Ma forse non tutti ricordano che l’unico trofeo vinto con la Nazionale da Rombo di Tuono è arrivato con un inedito 17. Siamo nel 1968, alla viglia degli Europei, e la Federazione sceglie di adottare lo stesso criterio di  numerazione usato per i Mondiali inglesi. Semplice, a prova di errore, assolutamente folle: l’ordine alfabetico. Gli effetti sono stranianti: capitan Facchetti veste la 10, il centravanti Anastasi si nasconde dietro a un fuorviante 2, Riva si ritrova con la 17. Saranno i tre protagonisti del torneo: allo stadio Olimpico di Roma il 10 solleverà la coppa conquistata grazie al diagonale di sinistro (e come, sennò?) del 17 e messa al sicuro da una prodezza del 2.

Due anni più tardi la Figc smetterà di dare i numeri. Facchetti si riprende la 3. E quando il 17 giugno Sepp Maier si alza dopo aver raccolto dal fondo della rete un chirurgico diagonale di sinistro, vede soltanto un 11 bianco in campo azzurro correre verso l’abbraccio dei compagni. E’ il minuto 104, la partita del secolo non è ancora chiusa, ma è già leggenda.

3. SIMONE BARONE (Italia 2006)
Un numero 17 che recupera con caparbietà la palla, si getta in avanti e corre a perdifiato verso una gloria insperata. C’è un’immagine del trionfo azzurro ai Mondiali del 2006 che è rimasta negli occhi di tutti, come la testata di Zidane, l’urlo di Grosso, il rigore di Totti. Anche se è solo una partita del girone. Anche se in quel momento il passaggio agli ottavi è quasi al sicuro. Anche se i protagonisti non sono due titolari. Se digitate i loro nomi insieme su un motore di ricerca, il primo video che compare è sempre, solo, per forza questo:

Mentre Inzaghi si invola verso la porta di Cech, Barone si fionda in avanti per concedere al compagno la più logica delle opzioni: passaggio laterale, porta spalancata, qualificazione in cassaforte. Solo che Inzaghi non segna in azzurro da tre anni, e un lupo affamato non spreca tempo a discettare di logica. E così, incollati davanti allo schermo, sessanta milioni di italiani sanno perfettamente quello che solo Simone Barone sembra ignorare: che quel pallone non lo riceverà mai. E quel gesto con la mano del perfido Pippo, che sembra dire “dai, stai largo che te la do!”, al milionesimo replay sembra ogni volta più beffardo. Non tanto un’astuzia per ingannare il portiere, quanto per illudere il meno blasonato compagno. Siamo troppo malpensanti? Guardate la scena fino in fondo. Perché c’è un altro dettaglio rivelatore. Il numero 17 si è appena visto negare un gol che in fondo si era costruito, aveva inseguito, e che ne avrebbe coronato la carriera. Eppure osservate come corre entusiasta ad abbracciare il suo aguzzino, in preda a una sindrome di Stoccolma evidente quanto commovente. E guardate Pippo, con quale malcelato fastidio si divincola dall’abbraccio del compagno, con quella stessa mano destra usata qualche istante prima per ingolosirlo. Ecco, in poco più di un minuto e mezzo ci sono tutte le risposte alle domande di quanti avevano storto il naso al momento delle convocazioni: quale bontà d’animo, quanta fiducia nell’umanità può avere un individuo che arriva a sperare nell’impossibile (un passaggio di Inzaghi in area di rigore) e poi corre a festeggiare l’uomo che gli ha appena strappato dal collo la medaglia più ambita? E come poteva un Ct rinunciare ad avere nel gruppo un essere umanodi questa pasta?

2. FRANCESCO TOTTI (Roma 1996-97)
Francesco Totti ultima grande bandiera. Alla Roma da tanto di quel tempo che è istintivo pensare al giallorosso come a una seconda pelle, e al numero 10 come a un tatuaggio indelebile. Ma non è sempre stato così. C’è una sliding door nella sua carriera, e l’allora “Pupone” ci entra con la maglia numero 17 sulla schiena. E’ la stagione 1996-97. L’anno di Carlos Bianchi. Faccia da scienziato pazzo, curriculum prestigioso. L’uomo che ha portato Trotta a Roma. L’uomo che voleva vendere Totti alla Samp.  Stiamo parlando di un ragazzo che, vent’anni compiuti da due settimane appena, si trova di fronte il Milan campione d’Italia (linea difensiva, da destra a sinistra: Panucci, Baresi, Costacurta, Maldini) e dopo 13 minuti si presenta così:

(Curioso osservare i due più grandi numeri 10 italiani degli ultimi cinquant’anni affrontarsi rispettivamente con le maglie 18 e 17). Trotta sarà ceduto a gennaio, Bianchi esonerato in aprile, Totti resterà alla Roma. La stagione successiva arriveranno Zeman e la maglia numero 10 (su proposta di Balbo, Delvecchio e Di Biagio), poco dopo la fascia di capitano (per gentile concessione di Aldair). Il resto è storia.

1. ANGELO CIMADOMO (Napoli 1997-98)
Se questo nome non vi dice nulla, non vi preoccupate, non è colpa vostra. È che questa storia ha avuto inizio a Napoli, e a Napoli deve terminare. Lo avevamo anticipato, nel 1995-96 gli azzurri sono tra i pochi a non assegnare la numero 17. Così faranno anche la stagione successiva. Solo nel ’97-98 cederanno, ma è una scelta indolore: appioppano la maglia a un ragazzo appena ventenne, destinato a far numero in rosa e semmai a scaldare la panchina nel caso un’epidemia si trovi a decimare i centrocampisti. Con un po’ di fortuna, gli spettatori del San Paolo non saranno mai chiamati a fare gli scongiuri all’ingresso in campo del numero jellato. Solo che da quelle parti la fortuna ha deciso di prendersi un anno sabbatico. E così, la prima volta che il Napoli si ritrova un 17 in rosa, deve affrontare la peggiore stagione in serie A della sua storia: 4 allenatori, 14 punti, prima retrocessione dopo 33 anni consecutivi nella massima divisione. Anche l’esordio in serie A del giovane Cimadomo ha un sapore amaro: entra all’82esimo minuto di un Napoli-Parma ormai inchiodato a un impietoso 0-4. I posteri lo ricorderanno più che altro per il gesto di resa del portiere Taglialatela, appena impallinato per la seconda volta da Hernan Crespo.

Insomma, quando Cimadomo calca per la prima volta il palcoscenico più ambito, già in curva si sono accesi i fuochi della protesta. Non avrà neanche la soddisfazione di incrociare i tacchetti con l’altro numero 17 in campo, il suo quasi conterraneo (Angelo è di Agropoli, nel salernitano) Fabio Cannavaro, che è stato sostituito quattro minuti prima. Rivedrà il campo solo all’ultima giornata di campionato, una mesta passerella nell’ultimo quarto d’ora di Napoli-Bari (risultato finale 2-2, ad aprire le marcature il numero 17 ospite Guerrero), prima di iniziare un’anonima carriera nelle serie minori. Anche il Napoli imboccherà un calvario che lo porterà fino alla serie C. In quel decennio di passione, la numero 17 sarà assegnata solo in quattro stagioni, da comprimari (Mondini, Miceli, Paquito, Capparella). Nel 2007-2008 la redenzione, con il ritorno in serie A e l’arrivo di Hamsik. Il Napoli torna a far paura, il 17 non spaventa più.