Redazione

La luce si era spenta. Quasi irrimediabilmente, in una camera di un Hotel di Lisbona. B, come il Benfica B. B come l’idea di dire basta. Poi, si è accesa una lanterna. Una luce fioca, poi oliata da un talento che non poteva essersi disperso fra Londra, il Portogallo e Milano. E adesso, Taarabt si è ripreso in mano il proprio destino. E la sua storia è ancora tutta da scrivere.

Scelte sbagliate e poca professionalità

Taarabt, non più di qualche mese fa, stava pensando di smettere con il calcio. Colpa evidentemente sua. Come ha ammesso. Peccati di presunzione. Credeva fosse sufficiente il talento per giocare a pallone. Poca corsa, né spirito di sacrificio. Una vita sregolata ha chiuso il cerchio: quella del calciatore è bellissima, se la si sa gestire. Se si esce sempre la sera, ogni notte in un ristorante e un locale diverso, è sin troppo facile perdere di vista la concentrazione e la forma fisica. Il Benfica sembra la sua ultima tappa da calciatore. A soli 27 anni.

Genova, il posto giusto

La seconda (ma anche terza) vita del calciatore marocchino comincia invece a Genova. Sbarca in rossoblu lo scorso gennaio e incrocia Juric, un duro dal cuore tenero. Il tecnico non regala nulla, ma concede tanta fiducia. Esattamente ciò che serviva al marocchino. Taarabt, nel breve, la ripaga. Esordio e due assist nel 3-3 con la Fiorentina. Poi, però, non riesce a esprimersi. Tende a strafare e perde le misure. E anche il posto. Appena sei partite giocate, poi tornano a galla i soliti difetti: tante pretese, poco impegno. Quanto basta per riprendere a fare la spola fra panchina e tribuna. E all’inizio di questa stagione è ai margini. L’ennesima occasione sciupata? No, non questa volta.

Taarabt 2.0

Taarabt ci mette testa e impegno: si adatta alle esigenze di Juric, gli promette di cambiare. E mantiene. Fatica e si sacrifica in allenamento. Il talento, beh, quello è intatto e non ha certo bisogno di essere allenato. Al massimo supportato da una condizione fisica all’altezza di uno sport professionistico: in estate lavora duramente, e i risultati si vedono. Puntuale in campo, impeccabile anche fuori. Alimentazione gestita da un cuoco, per non sbagliare nulla. E quindi il marocchino gioca 10 partite su 11, 770′ in campo, due gol un assist e, tanto per non farsi mancare nulla, anche il ritorno in nazionale. Ma prima c’è da affrontare il Derby della Lanterna. Sarà lui ad accendere la luce?