Francesco Cavallini

Dimenticate le vecchie contrapposizioni calcistiche. Non è più tempo di Cruijff contro Beckenbauer o Maradona contro Platini. E a dirla proprio tutta, non è neanche più il tempo di Messi contro Cristiano Ronaldo. L’attenzione si è ormai definitivamente spostata. L’occhio dell’addetto ai lavori, ma anche quello del tifoso, non cade più solo sul controllo di palla del calciatore, sulla capacità tecnica o sulla spettacolarità delle sue giocate. Allo stadio, nelle trasmissioni televisive e persino nei bar, da sempre termometro della passione popolare, è ormai buona norma analizzare altroSul terzo gol il difensore era messo male. A centrocampo eravamo sempre uno contro tre. Le ali hanno pressato pressato bene gli avversari mentre cercavano di iniziare l’azione. Può piacere o no, e di certo è un argomento molto divisivo. Ma è innegabile. Siamo nel bel mezzo dell’era della tattica.

Dimenticate le vecchie contrapposizioni, ma non del tutto. Perchè in fondo il muro contro muro, tipico degli scontri di civiltà calcistica, è lo stesso. Basta un campione minimo di tifoseria a comprendere quanto la tattica si ami o si odi. La sua effettiva utilità e la necessità di studiarla e applicarla in campo è fonte infinita di discussione. Sull’utilità, poi, ci sarebbe da fare un capitolo a parte. Giocare all’arrembaggio, senza schemi e senza nozioni tattiche, è possibile solamente quando entrambe le squadre accettano, più o meno volontariamente, questo tipo di “sfida”. Basta pensare all’ultimo derby di Milano, due squadre con i reparti totalmente slegati che si sono date battaglia tra capovolgimenti di fronte continui e emozioni a non finire. Bello, bellissimo, soprattutto per il tifoso, magari non per quello della squadra raggiunta al novantasettesimo, ma per gli altri di certo sì. Eppure non è difficile pensare che se una delle due avesse adottato anche solo un minimo di nozioni tattiche avrebbe sicuramente avuto una marcia in più rispetto all’altra. La tattica serve, su questo ormai non possono esserci più dubbi.

La domanda importante è quindi un’altra. Che viene appunto fuori quando da più parti si decide di tessere le lodi di partite come Inter-Milan, o di un campionato molto poco tattico come la Premier League. È più football quello rappresentato dall’incessante tira e molla delle partite inglesi? Oppure lo sport si è evoluto in una maniera che ormai rende calcisticamente più interessante uno scontro tra due squadre che affrontano un match come fosse una partita a scacchi?

gasperini atalanta

L’Atalanta di Gasperini, sorpresa della serie A grazie all’acume tattico del suo allenatore

La verità sta chiaramente nel mezzo, ma quando si parla di muro contro muro è facile comprendere come questa benedetta via di mezzo sia pressochè inesistente. Usare dei tatticismi è fare ricorso a geniali stratagemmi o rovinare il gioco con una condotta non sportiva? L’una o l’altra, non si sfugge. Riuscire a impedire a un avversario nettamente più forte di esprimere il proprio gioco è spesso l’unico modo per molte squadre di uscire indenni da partite disperatamente a senso unico. Inaridire le fonti, pressare fino alla morte, fare densità a centrocampo. Tutte idee che sembrano contrastare con l’idea di calcio arrembante che tanto piace a chi del football osanna la visione “romantica”, fatta di 7-5 ai quarti di finale di un mondiale e difese che vanno in ferie al primo scriteriato assalto. Eppure il nostalgico è anche quello che esalta lo zero a zero fatto di sudore e fatica della squadra di serie C allo Juventus Stadium. Senza minimamente considerare però che se la Juventus, o chi per lei, non ha segnato caterve di reti non può essere solo perchè il portiere ospite si è riscoperto per novanta minuti la reincarnazione di Jašin. Che dietro alle famose sfangate tanto in voga c’è un tatticismo che a volte sfocia nell’esasperazione.

Dall’altro lato però sbaglia anche chi alla tattica dedica anima e corpo, non curando aspetti del gioco che non possono essere tralasciati. Una problematica che sta diventando endemica nel calcio italiano è infatti il focus esagerato sulla tattica e sugli schemi già a livello giovanile. Il rischio concreto è la creazione di una generazione di calciatori tatticamente preparatissimi , ma che latita pericolosamente nei fondamentali. Siamo certamente una nazione di grandi allenatori, esportiamo la visione italiana del football in tutto il mondo, cogliendo a volte successi totalmente imprevedibili e insperati (qualcuno ha detto Ranieri?). Eppure questa attenzione al dettaglio in fondo depaupera il nostro calcio, molto spesso privandolo della spettacolarità che dovrebbe contraddistinguere questo sport. I match soporiferi che a volte riempiono i pomeriggi degli italiani, quelle partite che sembrano aver scritto in sovrimpressione primo: non prenderle allontanano lo spettatore e l’amante dell’agonismo, che si rifugia nel paradiso d’oltremanica, dove l’idea invece è più simile a andate in campo e vedete un po’ che cosa riuscite a fare.

Claudio Ranieri vince la Premier League

Manca equilibrio, tattico e non. Non per nulla le squadre che rimangono nella storia, a partire dalla Aranycsapat ungherese degli anni cinquanta, passando per l’Olanda del calcio totale e il Milan di Sacchi, fino ad arrivare al Barça del tiki-taka, sono quelle che coniugano l’estro e la tecnica assoluta dei propri campioni con un’idea di gioco ben definita, a volte esasperante. Quando i campioni non ci sono (o non bastano), arrivano i problemi. E a quel punto c’è bisogno di fare di necessità virtù, di prendere in mano la lavagnetta e di capire come far rendere al meglio gli undici calciatori che si hanno a disposizione. Alle nostre latitudini si stila un minuzioso piano di battaglia, fatto di movimenti, schemi e compiti assegnati individualmente. In terra d’Albione si preferisce l’epica e la veemenza dello scontro caotico, accompagnata da discorsi prepartita degni di una scena di Braveheart. Sono due tipologie di calcio diverse, difficili da coniugare.

Eppure rimane sbagliato, anzi, addirittura ingiusto propugnare la superiorità dell’uno o dell’altro modello. Checché ne possa pensare il barone De Coubertin, nel football si vince o si perde. Se c’è uno scopo, ci saranno inevitabilmente dei mezzi. E ognuno decide di propugnare questo scopo attraverso i mezzi che ritiene più opportuni. È pur sempre calcio. Una diagonale ben fatta vale quanto un passaggio smarcante. Un dribbling fulmineo può far crollare un pressing asfissiante, così come una gabbia ben studiata è in grado di rendere inoffensivo per novanta minuti il Pallone d’Oro. L’importante è che in questa partita a scacchi non si esageri, dall’uno o dall’altro verso. D’altronde, una antica massima cinese insegna: una strategia senza tattiche è il cammino più lento verso la vittoria, le tattiche senza una strategia sono il clamore prima della sconfitta. Che Sun Tzu fosse un ottimo generale è risaputo. Ma probabilmente anche come allenatore avrebbe fatto la sua bella figura.