Francesco Canale

A Barcellona si sta vivendo una sindrome da accerchiamento. Non bastasse la politica ora ci si è messo anche el fútbol. Nella città catalana si è diffusa l’opinione che i poteri forti del calcio spagnolo, con l’appoggio delle istituzioni e della stampa, abbiano messo in atto una campagna finalizzata a porre fine allo strapotere blaugrana sul campo. Una riprova viene dalle polemiche successive alla vittoria del Barça sul campo del Valencia di una settimana fa.

Le accuse di Tebas al Barcellona

I fatti sono questi. Gli uomini di Luis Enrique conquistano tre punti pesantissimi grazie ad un rigore realizzato da Messi al termine di una gara vibrante in cui i padroni di casa si sentono danneggiati dall’arbitro. I blaugrana festeggiano il gol arrivato allo scadere facendo capannello sotto la curva dei supporters valenciani, un gesto che ha il chiaro sapore della provocazione. La reazione dei tifosi di casa è violenta. Comincia così un fitto lancio di oggetti e monetine all’indirizzo dei catalani: Neymar viene colpito da una bottiglietta, mentre al suo fianco diversi compagni di squadra cadono a terra. Il presidente della Lega calcio Javier Tebas – tacciato da sempre di filomadridismo – apre il fronte accusando pubblicamente di simulazione i calciatori del Barça: “Sembrava una partita di bowling. Ci sono milioni di bambini che ci stanno vedendo. Mi vergognerei se i miei figli mi vedessero simulare”. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci pensa poi il Giudice sportivo che, dopo aver sanzionato il Valencia con una multa, spara a zero contro i calciatori blaugrana affermando che “il loro comportamento deplorevole li squalifica e li ridicolizza”. La reazione del Barça non si fa attendere. La direttiva catalana dapprima ritira ogni appoggio al presidente della Lega chiedendo poi al Tribunale Amministrativo dello Sport spagnolo di aprire un provvedimento disciplinare contro lo stesso Tebas ed i membri del Comité de Competición della Fedeazione per valutazioni giudicate inammissibili nei confronti dei propri giocatori. Il presidente del Barcellona Bartomeu – in passato accusato di eccessivo lassismo – risponde al tiro incrociato con una durezza senza precedenti facendo riferimento ad un complotto messo in atto a più livelli negli ultimi anni.

IL PRECEDENTE TRA TEBAS E IL BARCELLONA
Ma la guerra tra Tebas e il Barça ha radici lontane. Nel 2005 Tebas è un avvocato e dirigente di calcio in cerca di fama e notorietà. La vittima designata si chiama Leo Messi, un giovane talento argentino che ha bruciato le tappe arrivando in prima squadra all’età di 18 anni. Tebas, consulente legale dell’Alaves e vicepresidente di Lega, si oppone in tutti i modi al fatto che Leo possa giocare in Primera división per alcune presunte irregolarità burocratiche (iscrizione in qualità di “Primavera” e mancata nazionalità spagnola). Il giudice sportivo però dà ragione al Barça che già all’epoca chiede pubblicamente le dimissioni di Tebas considerando incompatibile il suo incarico in Lega con le richieste realizzate nel “Caso Messi” in qualità di consulente legale dell’Alaves.

Tebas Barcellona

Il motto catalano del Barcellona sulle tribune del Camp Nou.

Negli ultimi anni le polemiche tra le parti si sono intensificate travalicando i confini dello sport. Tebas non ha mai nascosto un passato in Fuerza Nueva e le sue simpatie politiche per l’estrema destra. Le nostalgie franchiste e la speranza in un “Le Pen iberico” si uniscono in lui alla convinzione che la Spagna sia una e indivisibile e che ogni sentimento e manifestazione plurinazionale debbano essere combattuti. Così dapprima il presidente della Lega arriva a dire che con una Catalogna indipendente il Barcellona non avrebbe più partecipato al campionato spagnolo, poi minaccia di sospendere la finale di Coppa del Re in caso di fischi alla Corona e all’inno. Ma soprattutto Tebas afferma che le bandiere nazionaliste catalane sono un simbolo della distruzione dell’unità nazionale e per questo devono essere vietate durante l’atto conclusivo del torneo. Il tiro incrociato degli ultimi giorni s’inserisce quindi nel solco di una guerra senza esclusione di colpi che va avanti da tempo: la sensazione è che il peggio debba ancora venire.