Paolo Valenti

Il posticipo della penultima giornata della stagione 2016-17 presenta una partita che difficilmente rimarrà nella memoria di tifosi e semplici osservatori. Lazio-Inter, che nominalmente attinge al blasone di due squadre che in passato hanno disputato questa gara con altri obiettivi, non è che il pezzo necessario di un più ampio mosaico che ha l’obbligo statistico di completarsi. Oggi, con i biancocelesti sicuri di disputare la prossima edizione dell’Europa League e i milanesi che provano a giocarsi le ultime chances di arrivare ai preliminari di quella competizione, è difficile trovare spunti di approfondimento suggeriti da un presente che promuove la stagione della Lazio e boccia clamorosamente investimenti, strategie e programmi dei nerazzurri.

Lazio-Inter: una sfida surreale

Più stimolante andare a rivisitare uno dei più controversi dei settantaquattro precedenti disputati all’Olimpico, quello giocato il 2 maggio del 2010, per il quale va svolta un’analisi di contesto preliminare. Stiamo parlando, infatti, della stagione nella quale la Roma, dopo un inizio fatto di due sconfitte consecutive che portano alla chiusura della prima esperienza di Luciano Spalletti sulla panchina giallorossa, effettua un’incredibile rimonta nei confronti dell’Inter di Mourinho, che sembrava destinata a vincere senza ostacoli il suo quinto scudetto consecutivo. L’azione di ricostruzione della fiducia compiuta del nuovo allenatore Ranieri, un po’ di fortuna e l’inerzia positiva di una lunga serie di risultati positivi portano la Roma a superare i nerazzurri a cinque giornate dalla fine. I giallorossi, però, rispettando la loro atavica inclinazione masochista, tornano due punti sotto l’Inter a quattro giornate dalla fine, perdendo in casa contro la Sampdoria dell’ex Cassano. La giornata di campionato successiva, la terz’ultima, Lazio e Inter si affrontano all’Olimpico in una sfida che di questo nome ha perso i connotati già durante la settimana.

LE PREMESSE
Non è un segreto che la rivalità cittadina tra romanisti e laziali sia tra le più sentite al mondo. I tifosi biancocelesti, dinanzi alla prospettiva di dover sopportare lazzi e sfottò dei “cugini” che pochi anni prima, in occasione del terzo scudetto della Roma, si erano prolungati per mesi, non hanno esitazioni a deviare per una domenica il loro tifo verso l’Inter. E non fanno nulla per mascherarlo. Anzi, cercano di essere molto espliciti nei confronti dei propri giocatori, ai quali, durante tutta la settimana che precede la partita, danno a intendere che quella gara deve avere un solo esito: la sconfitta. Intendimenti che, forse, sfociano in qualche minaccia, se è vero che alcuni giorni più tardi la Procura di Tivoli apre un’inchiesta contro ignoti sulla base delle notizie fatte circolare dalla stampa. Insomma, un clima anomalo e che di certo non invoglia i giocatori a dare il massimo nel posticipo serale del 2 maggio 2010.

LA PARTITA
Il match, trasmesso anche sui circuiti internazionali, è surreale. La Lazio non finge nemmeno di voler giocare la partita. Il pubblico è tutto dalla parte dei nerazzurri che, probabilmente sorpresi da un simile atteggiamento, non affondano immediatamente i colpi. Il povero Muslera, autore di qualche buon intervento che ritarda il gol di Samuel alla fine del primo tempo, viene bersagliato dai fischi dei suoi tifosi, che esplodono in un boato liberatorio al gol del difensore argentino. Il secondo tempo non è diverso, tra meline imbarazzanti e il desiderio di arrivare in fretta al novantesimo per chiudere una formalità alla quale nessuno avrebbe avuto voglia di sottoporsi. Una situazione che comporta considerazioni mutuabili in contesti analoghi che riguardano essenzialmente tre componenti del movimento calcistico: il tifo, l’etica sportiva e gli interessi degli spettatori neutrali (quelli che, in una chiave di lettura economica, possono essere classificati come “consumatori”).

IL TIFO
I supporter della Roma, dinanzi a una simile recita, presero le distanze, sostenendo che, a parti invertite, non sarebbero riusciti ad andare contro la propria natura e non avrebbero mai sostenuto il proprio avversario, al limite limitandosi a disertare lo stadio. Vero, falso o solo rodimento da sconfitta? Ad oggi non è stato possibile raccogliere una controprova. Rimane però il fatto che, silente o meno, il tifo contro la propria squadra è un esercizio praticato da molti in circostanze analoghe e, in quanto moto istintivo, è difficilmente arginabile con ragionamenti che fanno appello alla logica. Un caso simile vide coinvolti proprio i romanisti nella stagione 1972-73, a parti invertite, e con la Roma, la Lazio e la Juventus di mezzo.

L’ETICA SPORTIVA
L’art. 1, comma 1 del codice di giustizia sportiva che prevede che”… gli atleti… sono tenuti all’osservanza… dei principi di lealtà, correttezza e probità in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva “. In altre parole, a prescindere dalle conseguenze sulla lotta scudetto, i tesserati biancocelesti avrebbero dovuto fare il possibile per battere l’Inter, anche se questo avrebbe potuto avvantaggiare la Roma.
In questa vicenda chi ci rimise di più furono gli spettatori televisivi italiani e stranieri che, avendo pagato per assistere ad uno spettacolo sportivo, si ritrovarono ad osservare un “finale già scritto”. Magari avendo rinunciato ad altre forme di intrattenimento che, in quella situazione, sarebbero state più appetibili.

Fu una situazione inevitabile? Se in futuro si dovessero ripresentare fattispecie analoghe (a Milano, a Buenos Aires, ovunque) ci sarebbero delle contromisure adottabili per avere una gara disputata secondo i canoni ordinari di agonismo sportivo? E, visto che il calcio è una questione che riguarda più la passione che lo spettacolo (almeno in Italia), c’è poi da essere così scandalizzati davanti a casi del genere? Difficile dare risposte certe. Sarebbe necessario adottare contromisure capaci di neutralizzare i fattori di negatività che influenzano le tre componenti evidenziate. A partire dagli atteggiamenti ostili che i supporter più estremi esercitano verso i giocatori della propria squadra. Ma come? Se gestite con arguzia, tali pressioni sono difficilmente comprovabili come fattispecie perseguibili e i calciatori stessi, per non avere problemi, tendono a non condannarle in via ufficiale. Alla stessa difficoltà probatoria andrebbero incontro eventuali ricorsi proposti da associazioni di consumatori, che si troverebbero a muoversi in un pantano giuridico dove sarebbe più facile perdersi che trovare la linea vincente per sostenere di aver subito una lesione di interessi o di diritti. L’unico antidoto efficace è quello dell’educazione, civica prima ancora che sportiva, unico reale deterrente capace di agire in via preventiva piuttosto che sanzionatoria. Insegnare ai ragazzi cultura sportiva e civica significa educarli alla vittoria così come all’accettazione della sconfitta e farne dei futuri tifosi più orientati a sostenere positivamente la propria squadra che a tifare per le disgrazie altrui. Immagine probabilmente surreale, più vicina ai capitoli della Nuova Atlantide di Francis Bacon che alla realtà dei nostri giorni. Ma, di fatto, l’unica soluzione davvero efficace per evitare il deragliamento del calcio da competizione avvincente a rivalità estranea alle regole dello sport.