Paolo Valenti

Chissà cosa proverà Francesco Totti a respirare l’umidità del prato di San Siro indossando per l’ultima volta gli scarpini. Chissà se avrà il sapore dell’ultimo giorno di scuola, dell’uscita dall’università col diploma in mano, del saluto a una donna che sai che ha deciso di non tornare. Ventiquattro anni di battaglie sempre accese, perché le partite col Milan e l’Inter non sono mai banali anche quando in palio non c’è niente più dei tre punti, quel minimo sindacale che fa pendere i titoli dei giornali dell’indomani.

San Siro, lo stadio che applaudiva Totti

Alla Scala del calcio il Capitano ha cominciato a costruire quella credibilità oltre il Grande Raccordo Anulare che ad inizio carriera i detrattori gli volevano contestare. A Milano è riuscito a sfoderare tutto il suo vasto repertorio, che un pubblico spesso severo, forse perché da sempre ben abituato, nel tempo gli ha saputo riconoscere. A partire dai tiri di potenza e precisione, armi a cui Totti ha fatto sempre maggior ricorso nell’ultima parte di carriera ma di cui aveva già dato emeriti esempi il 31 maggio del 2003 nella finale di ritorno di Coppa Italia col Milan. Rossoneri col trofeo praticamente in tasca dopo il rassicurante 1-4 guadagnato nell’andata all’Olimpico e improvvisamente in affanno a metà del secondo tempo dopo le due bordate dai venticinque (e passa) metri di Totti che, per qualche minuto, riaccendono le speranze di recuperare un risultato impossibile. Come era stato impossibile due anni prima recuperare una sconfitta alla quale, nonostante l’anno di grazia 2000-01, la Roma sembrava abbonata ogni volta che giocava a San Siro. Già superata dai nerazzurri poche settimane prima, anche la gara con i rossoneri interrompe la marcia che profuma di scudetto della squadra di Franco Sensi, nonostante i due gol (tiro deviato e calcio di rigore) che a Totti servono solo a incrementare il suo patrimonio personale.

LA DOPPIETTA AL MILAN
Altra doppietta, sempre contro il Milan, nella stagione post Calciopoli, quando Totti vince la Scarpa d’Oro grazie anche alla nuova posizione in campo inventata dall’allora mentore Luciano Spalletti, genialmente intuitivo nel ritagliare un ruolo da attaccante di manovra che accorcia la distanza di Francesco dalla porta ancor più di quanto non avesse già fatto in passato Fabio Capello. Semirovesciata su assist di Taddei, gol di testa a compimento di un’azione corale, marchio di fabbrica della prima Roma spallettiana. Nel mezzo un palo colpito dalla lunga distanza che sembra una fucilata tirata al luna park.

Raccontata così, sembra che Totti abbia voluto dar sfoggio di capacità solo davanti a Silvio Berlusconi, forse non a caso suo corteggiante estimatore da sempre. In realtà anche la Milano nerazzurra ha dovuto più volte stropicciarsi gli occhi davanti alle giocate dell’ultimo re di Roma. Come il 27 febbraio del 2008: è sempre la prima Roma di Spalletti, sinonimo di gioco scintillante, talvolta poco astuto. Cross dalla sinistra in una partita che, alla fine, risulterà determinante per l’assegnazione del titolo: Totti si avventa sulla parabola a rientrare proprio come un attaccante centrale, anticipando il proprio marcatore e indirizzando netto sul primo palo un tiro che i giallorossi, alla fine, non sono in grado di capitalizzare. Passano cinque anni, cambiano allenatori e giocatori ma il Capitano è ancora lì, con la sua storia da raccontare: il 5 ottobre 2013 San Siro è sbancato di nuovo. Arriva un’altra doppietta a consolidare una carriera che prende le misure per vestirsi da leggenda. Ma il vero capolavoro, il dipinto sublime, l’estetica della trascendenza Francesco Totti l’aveva realizzato alla fine di ottobre del 2005, quando a Milano l’autunno spesso sembra già inverno e a Roma ci si continua ad allenare a maniche corte e con la pelle verniciata dal sole. Fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione: è improbabile che Totti nel momento in cui fece uscire dal cilindro il gol più bello della sua carriera stesse pensando alla definizione del genio che viene data dal personaggio del Perozzi nel primo atto della trilogia di Amici Miei. Ma è proprio questo che si legge nel gesto intuitivo, preciso e naturale che portò Totti a pennellare una traiettoria impossibile da pensare, non solo per un calciatore ma anche per gli spettatori del Meazza.


Una palla che sale, si impenna verso il cielo per farsi ammirare dal portiere (Julio Cesar, non l’ultimo arrivato) che, seguendone la traiettoria in volo, se la ritrova impossibilmente alle spalle. Con uno sguardo verso la porta Totti riuscì a immaginare un dipinto, formularne l’assetto geometrico, dosare gli strumenti per realizzarlo. San Siro era in piedi solo per lui, ad applaudirne stupito fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Il riconoscimento alla grandezza di un gesto che questa sera si trasformerà nel tributo a una carriera che ha regalato agli amanti del calcio squarci d’autore dotati di quell’imprevedibilità che genera meraviglia. Chissà cosa proverà Francesco Totti a sollevare lo sguardo verso le tribune di uno stadio non suo che ne magnifica il valore. Un consiglio? Si goda l’attimo: un giorno lo ritroverà nella bacheca dei ricordi vicino al gol a Julio Cesar come la misura più attendibile di quello che è riuscito a costruire.