Francesco Cavallini

Se il popolo giallorosso, che di autoironia se ne intende, ha abbracciato in pieno la teoria del mai ‘na gioia, un motivo ci sarà. Teoria che poi fa il paio con un altro vecchio adagio dialettale, quel ce manca sempre un soldo pe’ fa’ ‘na lira che innumerevoli generazioni giallorosse hanno eletto a motto calcistico. Perchè in effetti è così. Quando sembra che le cose possano mettersi bene, la Roma riesce suo malgrado a sbagliare tutto. Non serve tornare a Pazzini o peggio ancora al Lecce. Basta rivedere le ultime stagioni, quando nei momenti decisivi la squadra di Garcia prima e di Spalletti poi è fragorosamente implosa. A inizio marzo si era ancora in lizza per tre competizioni. Giusto un mese dopo, in un derby di Coppa Italia (che già di suo evoca brutti ricordi) sfuma anche il secondo obiettivo stagionale. La Roma viene eliminata. In semifinale, perchè il famoso soldo deve sempre mancare, e paradossalmente anche vincendo la partita, perché di questi tempi per un romanista chiedere una gioia sembra oggettivamente troppo.

Pronti, via e dopo neanche tre minuti Dzeko fotografa perfettamente la sua stagione. Sul cross di Palmieri il bosniaco gira a botta sicura. Che poi così sicura non è, dato che il pallone finisce a lato, anche grazie alla tempestiva chiusura di Wallace, che impedisce al romanista di colpire indisturbato. Gol mangiato? Sì, no, forse. Ma si capisce che il numero nove giallorosso non è in serata, è quello nervoso e inconcludente di Lione. E nei salotti e allo stadio si apre la discussione. Trentatre reti, questo è il dato di partenza. E se per alcuni sono il certificato della bontà della stagione di Dzeko, per altri contano meno se non vengono realizzate quando serve. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Perchè se l’ex Wolfsburg ha fallito alcuni degli appuntamenti che contano, gli va dato atto di aver trascinato la Roma non solo con le piccole ma anche in scontri decisivi come Napoli e Inter nel girone di andata e Villarreal in Europa League.

La delusione di Dzeko a Bergamo dopo il KO con l’Atalanta.

È stanco Dzeko, a volte quasi irritante, ma non è solo colpa sua. Perchè se non ha un vice all’altezza è normale che le debba giocare quasi tutte ed è umano che a un certo punto la lucidità venga meno. Anche grazie al suo lavoro a volte oscuro, la Roma di gol ne fa comunque tre e non si può certo imputare al bosniaco la svagatezza della retroguardia di Spalletti. Già, Spalletti, che torna a difendere a quattro, che poi sarebbe un tre e mezzo, che quando nella ripresa entra Bruno Peres diventa sì è no un due e tre quarti. Spalletti, tra scelte discutibili e sostituzioni vagamente incomprensibili e spesso tardive. Spalletti che schiera Paredes non fidandosi della condizione di De Rossi e che preferisce El Shaarawy a Perotti nei tre dietro Dzeko, salvo poi toglierlo anche quando è evidente che il Faraone è l’unico che riesce a combinare qualcosa.

Ma nomi e numeri lasciano il tempo che trovano. Conta la dormita collettiva appena un minuto dopo l’occasione di Dzeko, una carambola che sembra casuale ma che casuale non è, perchè le seconde palle vanno a chi ci crede di più, a chi mette sempre il piede. E la Lazio il piede ce lo mette, Immobile è ovunque, sembra tarantolato. Potrebbe chiuderla già al quarto, ma appoggia fuori. Comunque, non un buon segnale per la Roma. Roma che però si affaccia in avanti, costruendo trame e recuperando con il pressing sulla trequarti. Non basta, perchè l’atavica tendenza romanista a cercare di entrare in porta con il tutto il pallone si palesa più di una volta. L’unico che calcia verso Strakosha è il solito Elsha, ma lo straccio bagnato che arriva al portiere della Lazio è a malapena qualificabile come tiro in porta.

Poi, tra un calcione e un paio di gialli, perchè è comunque pur sempre un derby, la Lazio sale di ritmo. Prende le misure e si affaccia dalle parti di Alisson, come il predatore che aspetta solo l’attimo di debolezza della preda. Un predatore saggio, perchè la difesa della Roma delle ultime partite la debolezza ce l’ha insita. Più che nei gol sbagliati da Dzeko, i motivi della debacle giallorossa nelle coppe vanno ricercati nei nove gol subiti in quattro partite. Reti evitabili, frutto di distrazione e di una sensazione di svogliatezza generale che urta il tifoso e galvanizza l’attaccante avversario. Immobile scherza con Manolas come aveva già fatto Keita all’andata. Gli prende il tempo di testa e mentre il greco sta ancora cercando il pallone e Rudiger non è reattivo nel chiudere, la punta biancoceleste già calcia in porta. Davanti a sé trova un Alisson formato Neuer, che para l’imparabile, ma che non può far nulla sul tap-in di Milinkovic-Savic. Chi forse qualcosa potrebbe farla è Paredes, che invece di fare il passo verso il suo portiere per anticipare una possibile respinta, resta un po’ imbambolato e si guarda il centrocampista laziale ribattere in rete.

Sarebbe finita, ma siccome in questa stagione ci siamo tutti abituati fin troppo bene con le remuntade, nessuno se la sente di darla per chiusa. Men che mai El Shaarawy, che per essere uno di quelli che viene spesso accusato di scarsa personalità ci crede anche troppo. Sul cross di Rudiger (perchè sì, che piaccia o no, probabilmente il tedesco è il miglior crossatore della Roma) svirgolato da De Vrji il numero 92 pareggia i conti e cerca di infiammare il suo pubblico. Mancano 45 minuti e servono tre reti. Difficile, ma non impossibile. Ma se Inzaghi all’intervallo opta per un cambio conservativo, Hoedt per De Vrji, centrale per centrale, Spalletti lancia l’escluso eccellente, Bruno Peres. A fargli posto è Juan Jesus, che dei due centrali è quello che fino a quel momento ha giocato meglio. L’esterno brasiliano è rimasto fuori perchè come terzino in una difesa a quattro copre meno di quanto dovrebbe e bastano dieci minuti per averne la conferma. La rete in ripartenza di Immobile è quasi zemaniana, per il perfetto taglio del laziale sul filo del fuorigioco, ma soprattutto per la prateria che Peres e Manolas lasciano colpevolmente spalancata.

motivi sconfitta roma

La squadra al fischio finale del derby di andata (ph. tratta dal profilo ufficiale FB di Roma Radio).

Stavolta è finita sul serio. Contano poco le due reti di Salah o gli ultimi dieci malinconici minuti di Francesco Totti. Come contro il Lione, la Roma vince ma la Lazio porta a casa la posta in palio, in piena tradizione giallorossa. Sfugge anche il secondo obiettivo stagionale, con lo Scudetto che, nonostante sei punti non siano tantissimi, sembra comunque rimanere una chimera. Spalletti, che a un certo punto si era seduto in panchina sconsolato, nelle dichiarazioni televisive sembra quasi rassegnato. Chi invece l’ha visto andare via dallo stadio lo descrive addirittura furente. Più che un gioco delle parti con stampa e ambiente, in lui sembra regnare sovrana una grande confusione, tecnica e personale. Rimanere o andare via, il tecnico è in un limbo. Esattamente come la sua squadra, sempre sospesa tra sogni di gloria e quella sorta di aurea mediocritas di chi continua a fare bene, spesso molto bene, ma quasi mai benissimo. O almeno, non quando servirebbe davvero.