Francesco Cavallini

Il mondo è diviso in due categorie. Ci sono quelli che non appena la pendenza della strada si fa più ripida mollano. Amano i tragitti pianeggianti, o meglio ancora le discese, quando basta un’andatura regolare per andare veloci. E poi ci sono gli altri. Quelli che quando sentono i muscoli tirare più del solito sorridono. Quelli che vivono per la salita, che aspettano la sfida e la affrontano a viso aperto. Quelli a cui piace andare controvento. Quelli come Unai Emery. Quando vieni da Hondarribia la salita fa parte del tuo DNA. La città si affaccia sul golfo di Biscaglia, ma dietro le case colorate del quartiere dei pescatori si staglia lo Jaizkibel, le cui pendenze spezzano le gambe a chi prende parte alla Clásica di San Sebastián. Solo chi la salita la fiuta, la sente, la ama può tagliare a braccia alzate il traguardo. Chi si arrende è perduto. E Unai Emery questo lo sa.

La sua salita inizia nel 2004 a Lorca, non su una panchina ma dentro un’infermeria. Il ginocchio è andato, la carriera da calciatore finita. Ma la società non vuole lasciarlo andare. Di tattica ne ha sempre capito più degli altri. Il carisma non gli manca. Già in campo sembrava un allenatore nato, allora tanto vale dargli fiducia sulla panchina che si è appena liberata. Pare una scelta azzardata, ma porta i suoi frutti. Il Lorca Deportiva raggiunge la Segunda División. Ma non finisce qui. La salita continua e si fa più ardua. Il campionato cadetto spagnolo. La sfida è lanciata e si conclude in gloria, nonostante una promozione solo sfiorata. Quinti, a cinque punti dal sogno di raggiungere la Liga. In ogni caso, un capolavoro. Nella massima divisione ci sale con l’Almeria, che l’anno successivo porta all’ottavo posto a sognare l’Europa. Poi il Valencia, dove è investito da una crisi societaria senza precedenti nella storia del club. Sempre più difficile? Non c’è problema, tre terzi posti in cinque anni. Una breve ma fallimentare esperienza a Mosca, dove l’oligarca Fedun, che ha i milioni ma non la pazienza, lo licenzia dopo qualche mese e il ritorno in Spagna, a Siviglia, dove in tre anni e mezzo vince più campagne europee di Napoleone. Ovvio quindi vederlo ora a Parigi, dove però nonostante gli sceicchi non è detto che riesca a portare a casa la Ligue1.

Dalla sua carriera risulta abbastanza evidente che Unai Emery è decisamente un tipo da salita, un allenatore che affrontando sfide che sembrano impossibili esalta se stesso ed i calciatori che ha a disposizione. Allo stesso tempo, quando viene messo in condizione di vincere “facilmente”, ammesso che esistano situazioni del genere, rischia di steccare. Il perché lo si intuisce conoscendolo un po’ meglio. Si potrebbe chiedere a Joaquin, ala del Valencia e della Spagna con una breve esperienza alla Fiorentina, Spiegando il perché del suo addio ai Che, il dito viene metaforicamente puntato sul manager. Ma non c’è astio, né polemica. Il calciatore esprime un semplice dato di fatto. È uno dei migliori allenatori che io abbia mai avuto. Ho lavorato assieme a lui per tre anni, ma non avrei mai retto il quarto. Quindi Emery sergente di ferro? Non esattamente. L’intensità negli allenamenti è fondamentale, le sue squadre corrono sempre a velocità supersonica. Ma è altro ciò che rende l’allenatore basco unico. La passione per il dettaglio, la maniacalità dello studio dell’avversario, le ore passate a creare, analizzare e vedere video. Scherzando (ma non troppo), il solito Joaquin ha dichiarato ci faceva vedere così tanti video che alla fine siamo rimasti senza popcorn. Se i calciatori considerassero per un solo attimo che per preparare un riassunto di un’ora Emery ce ne mette circa dieci, forse apprezzerebbero di più il lavoro dell’allenatore. O lo riterrebbero ancora più pazzo.

Emery e il Siviglia festeggiano l’Europa League 2014-15 vinta a Varsavia contro il Dnipro

Non che un’etichetta del genere possa rappresentare un problema per Emery. È ben consapevole della propria ossessione e la sbandiera felice al mondo. La leggenda dei compiti a casa, la pennetta USB da dare a ogni calciatore, riserve comprese, con l’analisi del match, dei punti di forza e delle debolezze dell’avversario, corrisponde al vero. Per stessa ammissione dell’allenatore è un metodo invasivo, che a volte può risultare pedante, ma che ha sempre portato i suoi risultati. E torniamo quindi alla salita, perchè non siamo in bici e non si va su da soli. Se i calciatori comprendono e accettano la scuola Emery, con tutte le sue peculiarità, non c’è nessuna sfida veramente impossibile. E da illustri sconosciuti o ragazzi di belle speranze diventano campioni affermati. La lista è lunghissima e comprende nomi illustri, come Banega, Negredo, Jordi Alba, Bacca o Rakitic. Tutti calciatori che a Emery devono molto nello sviluppo della propria carriera.

Il problema arriva quando la squadra non risponde correttamente. Quando probabilmente nei giocatori scatta l’idea che le partite si possono vincere anche senza applicare alla lettera il piano di battaglia. Quando ogni insegnante che si rispetti comunicherebbe ai genitori che il ragazzo ha i mezzi, ma non si applicaCome quel calciatore del Valencia, di cui Emery non fa il nome, che non guardava mai i dossier sulla sua pennetta USB. Una settimana il basco gliene consegna una vuota e prima della partita chiede se ha studiato bene i file. Alla convinta risposta affermativa scatta la tribuna. Perchè senza lavoro i risultati non sempre arrivano. Questo può spiegare il fallimento e mezzo che l’allenatore del PSG si porta appresso. Mezzo perchè il campionato francese non è ancora finito e c’è ancora la possibilità di riprendere il Monaco, ma un eventuale secondo posto, sommato alla tragica eliminazione in Champions’ League per mano del Barça, sarebbe bollato come una vergogna da parte di una dirigenza abituata a vincere, almeno in Francia. E di certo da parte sua, perchè da suo padre Juan, che da giovane faceva il portiere, Emery ha imparato che il calcio è gioia, è passione, ma è anche responsabilità, sia nei confronti di chi ti ha dato fiducia che dei tifosi che vivono per la propria squadra. Responsabilità condivisa tra allenatore e squadra, che devono per forza di cose essere sulla stessa lunghezza d’onda. Se chi va in campo non è in grado assumersela, il metodo è destinato a fallire.

Se invece anche chi possiede un ego siderale riesce a metterlo a disposizione della squadra, ci si accorge che tutto gira alla perfezione. Giocate, schemi e soprattutto disposizione in campo. Già, perchè anche quella riveste un ruolo abbastanza importante. Emery schiera praticamente da sempre un 4-2-3-1, con sporadiche apparizioni di un 4-4-1-1 o di un 4-3-3. Il cuore dello schieramento è il centrocampo, che detta i tempi di gioco e le soluzioni offensive. Il ruolo chiave però è quello del trequartista centrale, che nelle squadre di Emery è spesso (ma non sempre, Verratti docet) affidato a quei calciatori che a prima vista dovrebbero giocare qualche decina di metri più indietro, da registi. È il caso di Banega, che ora ben conosciamo all’Inter, ma che è stato il punto fermo dell’allenatore basco sia al Valencia che al Siviglia. Un playmaker così avanzato non deve trarre in inganno, perchè la sua posizione da trequartista viene mantenuta solamente in fase difensiva, in modo da far ripartire più velocemente e con più precisione il contropiede.

Il Valencia di Emery e Banega all’opera contro il Barcellona di Guardiola

Quando la squadra di Emery entra in possesso del pallone il trequartista scala e la sua zona di campo viene coperta da uno dei due centrocampisti. In fase offensiva l’obiettivo è creare il sovrannumero sugli esterni per poi ribaltare rapidamente l’azione, attirando la squadra avversaria sul lato chiuso e non dando ai difensori il tempo di riposizionarsi sull’improvviso cambio di fronte. La fase difensiva dipende invece dalla posizione del pallone. Gli avversari vengono pressati in ripartenza e nella loro metà campo, con pattern che permettono a chi difende di scalare rapidamente in caso di necessità di raddoppiare sul portatore di palla. Quando la prima fase di pressing viene superata le squadre di Emery si chiudono a riccio, affollando la zona centrale del campo e concedendo le fasce agli avversari, nella consapevolezza che giocando in un fazzoletto di campo aumentano le possibilità di recuperare la sfera e lanciarsi velocemente in contropiede. Sembra tutto particolarmente semplice, ma le scelte dipendono anche e soprattutto dallo studio ossessivo dei comportamenti della squadra avversaria, che viene spinta a giocare in una determinata maniera per poi sfruttarne le debolezze.

Più che un sergente di ferro, Unai Emery sembra quindi un superbo generale, in grado di realizzare piani tattici che, se rispettati alla perfezione, permettono di vincere qualsiasi battaglia. Soprattutto quelle più complicate, in cui l’avversario è più forte o le condizioni non sono favorevoli. Di certo non è un uomo che davanti a una sfida si tira indietro. Quando la strada sale, pedala ancora più forte e con più motivazione. Non ama le cose semplici e scontate. Il possibile è il minimo, l’impossibile è la norma. E per i miracoli è parecchio attrezzato. Per conferma, chiamare Siviglia.