Francesco Cavallini

Facciamocene una ragione: che piaccia o no, il VAR è arrivato per restare. Possiamo anche mettere in soffitta tutte le belle foto del calcio romantico dei decenni passati, perchè il trend generale è chiaro: indietro non si torna. È finito il tempo del football di una volta, quello che comunque continua a scatenare ondate di nostalgia più o meno gestibili. Si guarda al futuro e non al passato. Chi non si adegua, in quello che ormai è un coacervo di vari business, è destinato a morire. L’inserimento dell’ausilio video agli arbitri è stato ritardato anche per troppo tempo, almeno rispetto alle richieste che arrivavano da più parti. Ed ora tocca alle generazioni che sembrano subire il VAR, piuttosto che apprezzarlo, accettare che il mondo è cambiato.

La nuova classe arbitrale deve allenarsi al VAR

Come i direttori di gara, che al di là delle valutazioni personali sull’utilizzo dell’ausilio video (e c’è da scommettere che sotto sotto molti si sentano delegittimati nelle loro scelte sul campo), devono confrontarsi non solo con un nuovo strumento, ma soprattutto con un modo di arbitrare totalmente diverso. Il nuovo arbitro deve studiare, allenarsi e migliorare non solo sul rettangolo verde, ma anche davanti al video. Deve saper riconoscere errori di valutazione in una frazione di secondo, invece degli infiniti minuti di attesa delle ultime giornate. Deve, insomma, diventare un arbitro tecnologico, più vicino a quello dei videogame che alla vecchia giacchetta nera. La classe arbitrale attuale deve adeguarsi (nonostante le comprensibili difficoltà), la nuova deve nascere in maniera da aver già superato questo vero e proprio switch generazionale.

Perfezionare decisioni e tempi di utilizzo

Chiaramente diventa complicato modificare il modo di arbitrare per chi ha più di una decina di anni di carriera “alla vecchia maniera”, ma è sulle nuove leve che si gioca la reputazione dell’intero movimento. L’arbitro 2.0 dovrà essere bravo sul campo, per carità, ma sarà costretto ad esserlo ancora di più davanti al video. Il VAR serve e continuerà a servire, anche perchè chi sul calcio investe fior di milioni (la figura del presidente mecenate va in soffitta assieme alle foto degli stadi pre-Italia ’90 senza copertura) non ci sta a perdere un campionato (e i conseguenti introiti) per un rigore non dato. Servono arbitri in grado di interpretare alla perfezione l’aiuto tecnologico e possibilmente in tempi brevi. Qualche errore continua ad esserci anche dopo vagonate di replay e si impiega troppo a decidere, snaturando un po’ il gioco. Queste piccole falle possono essere corrette solo allenando l’arbitro a situazioni del genere.

Tempo effettivo, altra rivoluzione?

A proposito del tempo impiegato per valutare, la polemica sull’allungamento delle partite (seppur neanche di troppo, quasi due minuti) sfocerà necessariamente in un’altra rivoluzione, quella del tempo effettivo. Che cambierà metodi di allenamento (si giocheranno 90 minuti veri, invece dei 54 attuali al netto delle perdite di tempo), approccio alle partite e, più in generale, il calcio come lo conosciamo. Protestare? Inutile. Il mondo va avanti. Ed il ragionamento è chiaro e lampante. Il nuovo football deve avere appeal sulle nuove generazioni, sui ragazzi di oggi, non certo su chi ha vissuto un certo tipo di calcio e si opporrà sempre a ogni sconvolgimento. Il crollo di presenze allo stadio si combatte così, offrendo a chi rappresenta il pubblico del futuro qualcosa che possa piacere di più del prodotto attuale.

E a tal proposito, siamo così sicuri che questo nuovo e tecnologico sport sia in grado di affascinare i bambini, che oggi come oggi spesso preferiscono le partite virtuali degli eSports all’atmosfera del campo? In fondo, anche con un arbitro stile Robocop, in grado di applicare il VAR più veloce di tutti i tempi, ci sarà pur sempre un minimo di attesa. E possiamo già sentire l’innocente domanda della nuova generazione. Perchè ci mettono tanto? A FIFA (o a PES) l’arbitro lo dice subito se è rigore o no…