Stefano Impallomeni

A ogni giro di giostra, una critica. Per eccesso o per difetto. Utilizzo o non utilizzo, questo è il dilemma. Il Var non sfonda, interroga, fa arrabbiare, mutando sentimenti e riscrivendo finali palpitanti.

A Benevento, Lucioni firma un pareggio storico. Il Sannio assapora la festa, poi a un secondo dalla fine la gogna tecnologica dice no. È fuorigioco, il Bologna vince. Giusto così, ma sembra un’ingiustizia.

Quella ingiustizia vera subita dalla Roma che domina l’Inter, sbatte su tre pali e poi sull’1-0 con Perotti steso da Skrinjar non riceve le attenzioni dovute. Irrati non sa che fare, Orsato sì. Il video referee dice no. Non ci sono gli estremi per l’estremo atto, cioè quel rigore che sarebbe stato legittimo e solare anche senza l’ausilio delle immagini.

A Genova due rigori con il Var. Uno viziato da fuorigioco dato al Genoa, l’altro per un tocco di mano in area rossoblu evidente e poco discutibile concesso a favore della Juve. Anche qui più ombre che luci.

Il Var non illumina, non dirime, spaventa. Eppure ci sono sostenitori convinti. Ci consigliano di portare pazienza. Vedrete, il Var vi conquisterà tutti. Sarà, ma intanto i punti vanno e vengono. E per alcuni, vedi la Roma, mancano.

La Juve non deve temere nulla. Con questo Dybala e un attacco atomico vincerà spesso di goleada. I tifosi possono stare sereni. Discorso diverso per la Champions.

L’Inter di Spalletti ha senza dubbio dei meriti. Non si fanno tre reti a Fiorentina e Roma se non si è squadra. Non si vince a caso, sebbene i casi a suo favore non manchino nelle due vittorie iniziali. Un rigore negato ai viola ( Miranda su Simeone) e un altro alla Roma fanno sorgere il dubbio sulla bontà di alcune decisioni arbitrali. L’episodio di Roma è molto grave. Inspiegabile. Un episodio che ha rifatto un punteggio, violentandolo, e decretandone un altro. Se la Roma avesse segnato il 2-0 avremmo commentato un altro fatto, un’altra partita. Avremmo scritto: Roma magnifica e Inter molle, alla ricerca di un’identità. E, invece, tutto al contrario. Dopo due giornate e forse per quasi tutto il campionato parleremo spesso di questo.

Il Var sopra ogni ragionevole dubbio (?). Il Var al centro dei dibattiti: più di una tattica, di una scelta di gioco, di un gol. Il Var, il mostro come l’ha definito Buffon, è la vera novità non ancora compresa, la zavorra psicologica di un altro gioco. Gli arbitri faticano a conviverci.

Il sussidio tecnologico voluto dall’alto, dai vertici del calcio mondiale ( Fifa), è inconsciamente non voluto dagli stessi giudici. Gli arbitri subiscono il corso di un progresso cervellotico e molto plastificato. Per loro è più un obbligo imposto che una necessità reale. Sembra che anche loro non apprezzino. Ma nessuno si esprime chiaramente. Nessuno ha il coraggio di sollevare perplessità. Il Var dovrà essere metabolizzato in fretta.

Buffon ha detto la sua e ha fatto bene a dirla. C’e’ una questione temporale da tener conto. Un’attesa che svilisce il senso del calcio. Non si può attendere sei minuti prima di gioire o di subire. Senza dimenticare che così facendo diventa una caccia all’errore che può trasformarsi in una performance dell’orrore, costante e negativa. L’utilizzo deve esserci quando è giusto che ci debba essere. A Roma doveva esserci e qualcuno dovrà spiegare perché non c’è stato. Nel frattempo, come era nelle previsioni, sono sorti i partiti schierati, quelli pro e quelli contro. La confusione regna sovrana. Il Var, che è stato introdotto per i prossimi mondiali, rischia di diventare una sorta di roulette russa in cui ognuno, se ha fortuna, resta in gioco e vince. Perché solo l’arbitro può decidere quale azione sia da valutare con la tecnologia? Un allenatore potrebbe fare una sua “chiamata” in caso di dubbio? Occorre correggere qualcosa. Il calcio ai tempi del Var assomiglia tanto alla corazzata Potiomkin dell’indimenticato Fantozzi. Così, non è quello che volevamo e che volevano specialmente gli arbitri, forse i più storditi dal cambiamento.