Francesco Cavallini

La dinamica è quella classica dei film dei supereroi. Il nostro protagonista è troppo potente, troppo superiore. L’unica possibilità che ha di farsi del male è colpirsi da solo, perché lui e solo lui ha la forza di scalfire la propria armatura. Ma quando questo accade, la corazza va in frantumi. Una leggera crepa si diffonde per tutto il corpo e manda in pezzi quell’eroe che sembrava invincibile. Questo è accaduto a Zlatan Ibrahimović, che per infortunarsi ha dovuto utilizzare la sua stessa struttura fisica, cadendo malissimo con i suoi novantacinque chili sul ginocchio destro. È il momento del film in cui il protagonista per la prima volta è battuto, in cui deve lottare contro se stesso per riuscire a tornare in piedi. Eppure nella sceneggiatura c’è qualcosa che non quadra. Siamo così convinti che Zlatan possa essere considerato un supereroe, al pari di Superman o Capitan America?

Zlatan la ragione non ce l’ha, ma se la prende con la forza. Zlatan non combatte per la giustizia, ma per se stesso. La storia la scrivono i vincitori e a lui vincere piace. Molto. No, a ben vedere, Zlatan non può essere un supereroe. Troppo egocentrico, troppo poco empatico. O forse sì. Magari è una specie di Ironman, lo sbruffone pieno di sé, che però ha tutti i mezzi per dimostrare che fa benissimo a essere fatto così. Uno che, come dicono gli inglesi, mette i soldi dove ha la bocca. Zlatan non è solo parole. E per questo piace. Piace al punto che non è possibile considerarlo un cattivo. Certo, è di quelli che è meglio avere come alleato che come nemico. Quelli che è bello sconfiggere, ma con cui è divertentissimo vincere assieme. E quindi arriva l’illuminazione. Ecco chi è davvero Zlatan. Le sue origini scandinave parlano chiaro. Zlatan è come Loki, fratello di Thor. Egoista, accentratore, sfuggente, ingannevole. Ma rispettato e idolatrato. E, sotto sotto, anche un duro dal cuore d’oro. Ecco, questo è Zlatan Ibrahimović. Una figura semi-mitologica, perennemente sospesa tra amore e odio. È l’ultimo degli antieroi.

Il cognome tradisce una provenienza poco nordica ed una storia che inizia con una partenza. Papà Šefik è musulmano e bosniaco, mamma Jurka è cattolica e croata. Assieme lasciano la Jugoslavia per trasferirsi in Svezia. Ed è proprio sulle rive del Mar Baltico, nell’industriosa Malmö, che il nostro eroe viene alla luce nell’ottobre 1981. Non vivrà le sofferenze del conflitto dei Balcani, ma Zlatan è destinato a una guerra tutta sua. Non fatevi ingannare dal festival musicale, dai visi sorridenti e dall’accoglienza della popolazione. Malmö è anche altro. Vivere a Rosengård, che geograficamente è centro ma concettualmente è estrema periferia, è tutto fuorché semplice e Zlatan lo capisce subito. L’unico modo per farsi rispettare è essere forte, più di tutto e più di tutti. La corazza nasce lì, ai lati di Admiralsgatan, tra una rissa risolta a colpi di taekwondo ed una partita di calcio.

Ibrahimovic giovane

Zlatan Ibrahimovic giovanissimo all’inizio della carriera

Già, il calcio. Il modello, incredibile a dirsi, è un altro ragazzo di Rosengård. Un altro figlio di immigrati, che è diventato grande tra le strade del quartiere e che è riuscito a fare il grande salto. Quando nel 1995 il Malmö offre a Zlatan un contratto giovanile, in prima squadra è appena arrivato Yksel Osmanovski, un futuro nel Italia con Bari e Torino. Proprio il suo addio spalanca a Zlatan le porte del calcio professionistico, con l’esordio nel 1999 e tre stagioni in maglia celeste. È forte, più forte degli altri, nettamente più forte. Saranno le arti marziali che rendono parecchio più snodabile una struttura fisica molto più adatta al basket che al calcio, ma il suo strapotere è evidente. Se poi il destino ci abbina un piede destro molto, troppo educato per un colosso di quasi due metri, ci si rende subito conto di avere davanti un ragazzo che può segnare una generazione. La Svezia è piccola e la gente mormora, ma non è che l’Europa sia granché più grande.

E allora la voce gira e arriva nei Paesi Bassi. Gli olandesi sono un popolo di commercianti e gli emissari dell’Ajax non hanno difficoltà a riconoscere il valore dell’affare che hanno di fronte. Ma prima, subito prima, sull’Oresund sbarcano gli inglesi. Vengono da Londra e la delegazione è guidata da un francese. Siamo nel 2001, Arsène Wenger è già alla guida dell’Arsenal e sta facendo incetta di giovani fenomeni per i suoi Gunners. Ha sentito parlare di Zlatan e vuole portarlo alla corte di Sua Maestà. Ma prima vuole vederlo in azione. La proposta è semplice, un paio di settimane di allenamento con Bergkamp e soci e poi, eventualmente, un ricco contratto a suon di milioni di sterline. Tutto molto bello. Ma non se sei Zlatan. Zlatan, un po’ come Darth Vader, trova insopportabile la mancanza di fede di Wenger. Zlatan non fa provini.

Di conseguenza il lungo viaggio dell’antieroe per eccellenza inizia con un rifiuto verso chi non lo ritiene il centro del suo progetto. Sarà una lunga costante. Zlatan non accetta di essere messo in discussione o, peggio ancora, di non essere considerato la stella indiscussa. La luce dei riflettori se la prende con la forza delle sue giocate, a volte segno di una classe innegabile, altre di una potenza inarrestabile. Fisico e piede, non gli manca nulla. Forse un po’ di testa, se è vero che nella sua avventura alla Juventus, che lo acquista dall’Ajax per sedici milioni di euro, si fa notare anche per qualche intemperanza di troppo. Ma Zlatan è così, bisogna prenderlo per quel che è. Anche perché lui, a sua volta, si prende sulle spalle la squadra e la trascina con le sue reti. Tre stagioni nelle fila dei lancieri e due titoli olandesi, due alla Juventus e altrettanti scudetti. Il messaggio è chiaro. Chi ha Zlatan dalla sua parte, vince. O perlomeno parte molto avvantaggiato.

Ibrahimovic Ajax

Zlatan Ibrahimovic all’Ajax, con cui ha giocato dal 2001 al 2004

Questo è il ragionamento che fanno a Milano, sponda Inter, quando la Juventus finisce in B per la sentenza su Calciopoli. Se Zlatan fosse un supereroe di quelli con un enorme senso dell’onore non potrebbe neanche ponderare l’idea di un così repentino cambio di schieramento. Ma ormai lo sappiamo, è fatto a modo suo e nell’agosto 2006 decide di rimanere in Italia vestito di nerazzurro. I tifosi dell’Inter, seppur affascinati dal carisma e dall’evidente valore del calciatore, sono diffidenti. E quindi Zlatan fa quello che sa fare meglio. Non chiede rispetto, non elemosina amore. Li ottiene. Domina il campionato italiano come Gulliver con i Lillipuziani, cambia volto alle partite anche quando sembra svogliato o peggio ancora, annoiato dalla scarsa competizione. Perché gli eroi, si sa, hanno costantemente bisogno di mettersi alla prova. E l’occasione per Zlatan arriva nell’estate 2009.

La chiamata dalla Catalogna farebbe tremare i polsi a chiunque. Ma se c’è qualcuno che non potrà mai essere chiunque, beh, quello è proprio Zlatan. Non sono il blasone, la storia, la passione blaugrana ad interessare allo svedese. È la sfida. E non quella domestica al Real Madrid di Cristiano Ronaldo o quella europea alla sua ex Inter. Il nemico stavolta è dentro casa. L’unica stella in grado di oscurare quella di Zlatan. Un supereroe piccolo piccolo, che come armi ha una velocità di esecuzione ai limiti dell’impossibile ed un piede sinistro baciato dagli dei calcio. Leo Messi è la stella del Barcellona, ma è anche la punta di un iceberg, di una squadra composta da calciatori destinati ad entrare nella leggenda di questo sport. C’è Don Andrès Iniesta, il cervello del team. Xavi Hernandez, l’architetto. Carles Puyol, il cuore. E si potrebbe andare avanti all’infinito. Zlatan è l’outsider, l’infiltrato. Sembra il personaggio che si schiera a malincuore coi buoni. Più per necessità che per altri motivi. Un po’ come Loki con gli Avengers.

Guardiola, Mourinho e Ibrahimovic durante Barcellona-Inter

Guardiola, Mourinho e Ibrahimovic durante Barcellona-Inter

Ed esattamente come Loki, Zlatan non sa giocare di squadra. Zlatan deve essere la squadra e la squadra deve essere in funzione sua. Ma al Camp Nou non funziona così. In Catalogna sono tutti parte di una macchina perfetta, che ai personalismi antepone il risultato collettivo. E che comunque riconosce già il suo leader, il suo maschio alfa, che nonostante circa trenta centimetri in meno non ha paura del colosso venuto dai ghiacci. Nè ha intenzione di cedergli la ribalta, quei riflettori che Zlatan è abituato a prendersi con le buone o con le cattive. È un fallimento. Relativo, ma pur sempre un fallimento. L’Europa, che gli è sempre sfuggita, rimane un sogno. Beffa delle beffe, ad alzare la Coppa è proprio l’Inter, che sbatte fuori Messi e soci in una memorabile semifinale. La Liga arriva, e non potrebbe essere altrimenti con lo Zlatan-talismano, ma la stella resta Leo. Quarantasette reti a ventuno, con Zlatan superato anche da Pedro che arriva a quota ventitré. Troppo umiliante. Fare squadra non è adatto a lui. L’antieroe torna a mettersi in proprio.

E per dimostrare al mondo di saper ancora vincere da solo, di essere quel valore aggiunto che ha sempre pensato di poter rappresentare, Zlatan sceglie di nuovo l’Italia. Torna a Milano, stavolta in rossonero, e per la prima volta sembra in grado di essere il vero supereroe, quello che canta e porta la croce, che si getta in prima linea ma ispira anche chiunque combatta accanto a lui. Ventuno reti sono il minimo sindacale, ma il Milan vince lo Scudetto (l’ottavo consecutivo sul campo per Zlatan) soprattutto grazie ai suoi undici assist, che trasformano un buon calciatore come Nocerino in un’implacabile sentenza sotto porta. Zlatan e Nocerino come Batman e Robin, il protagonista e il suo aiutante. Ma non può durare a lungo. Riemergono l’indole solitaria dell’antieroe, la voglia di prendersi tutti i riflettori e anche quei lati oscuri che si porta dentro. Ventotto reti, una squalifica per condotta violenta e per la prima volta negli ultimi nove anni l’onta del secondo posto.

Con il Psg Ibrahimovic ha tenuto la media di un gol ogni 102′

L’odore della sconfitta, un qualcosa che sembrava ormai sconosciuto. L’unica opzione è l’esilio. Un esilio dorato, ma pur sempre un esilio. Al soldo degli sceicchi, come un qualsiasi mercenario. Parigi val bene una messa e dodici milioni di euro l’anno valgono bene Parigi, la Ligue1 ed una vetrina non molto prestigiosa. I riflettori però non si spengono, brillano soltanto con un po’ meno forza. E come una etoile che non accetta di essere avviata sul viale del tramonto, Zlatan danza su ogni pallone ed illumina la scena, divorando compagni e avversari alla stessa maniera. Dopo quattro anni di monarchia assoluta, in cui Zlatan si prende il trono con la forza e come un novello Re Sole può sentenziare che Le football c’est moi, è l’ora dell’ennesimo addio. È arrivato da re, se ne va da leggenda. Neanche a dirlo, parole sue.

Si scatena un’asta. Tutti vogliono Zlatan. Ogni squadra, ogni tifoso, chiunque sogna di vederlo con la propria maglia. Le opzioni vanno dal sensato alla fantascienza. A Malmö già lo vedono di nuovo con la maglia celeste, a guidare una nuova generazione verso un improbabile assalto alla Champions League. Negli Stati Uniti preparano il colpaccio, l’ingaggio del grande nome, il campione d’importazione che possa seguire le orme di Pelè e Beckham. Del resto, quasi tutti i supereroi, prima o poi sbarcano in America. A Roma si vocifera di una fantasmagorica casa acquistata chissà dove. Ogni sera qualcuno avvista Zlatan da qualche parte del mondo, seduto al ristorante con questo o quel direttore sportivo. Come se all’elenco dei superpoteri avesse aggiunto anche il dono dell’ubiquità. E poi arriva l’annuncio. Attesissimo ed in mondovisione. D’altronde, non c’era da aspettarsi nulla di diverso.

Dunque Manchester, sponda United. Dove è nato il mito di Bobby Charlton, dove è cominciata la leggenda di Cristiano Ronaldo. Uno stadio ed una tifoseria abbastanza abituati alle stelle. L’ambientamento stavolta è complicato. Strano, perché in panchina c’è l’altro antieroe per eccellenza, quel Josè Mourinho che di odio profondo e amore incondizionato se ne intende parecchio. Ma passo dopo passo torna la sicurezza nei propri mezzi, la spavalderia dello Zlatan che conosciamo, la capacità di dominare fisicamente e tecnicamente in un campionato difficile come la Premier, anche alla soglia dei trentasei anni. Una, due, dieci, venti reti. Ventotto, per la precisione, con un finale di stagione ancora da giocare. Il campionato ormai è andato, ma c’è un’Europa League da prendersi, per sfatare una fastidiosa diceria. Zlatan non sa vincere nelle coppe. In campo europeo non è mai decisivo.

La maglia dello United di Ibrahimovic negli spogliatoi dello Ullevi Stadium di Gothenborg, in Svezia, prima dell’amichevole tra United e Galatasaray del 30 giugno scorso. Ph. Official Manchester United Facebook Page

E allora inizia il lungo viaggio verso Stoccolma, per diventare per una volta profeta in patria e alzare quel trofeo tra la sua gente. Ma non è facile. Non può esserlo. In ogni storia, se c’è un eroe deve per forza esserci un antagonista. E se l’eroe è troppo forte, imbattibile, lo abbiamo già detto, l’unico rivale possibile è se stesso. E torniamo quindi a quel crac, a un ginocchio messo male, tanto, troppo, così male che persino quella gamba temprata da decenni di taekwondo, quella con cui ha ha realizzato reti impossibili, cede. Di schianto. Le mani sul volto dicono tutto, anche Zlatan ha una soglia del dolore. Infinitamente alta, ma ce l’ha. E se soffre lui, il colosso d’acciaio, significa che qualcosa davvero non va. Legamento crociato anteriore e posteriore del ginocchio destro, una diagnosi che già di suo è un dramma sportivo, ma che a trentasei anni può decretare la fine di una carriera. Almeno questo è ciò che pensano a Manchester, dato che le trattative per il rinnovo del contratto annuale vengono stoppate di colpo.

Eppure Zlatan ha intenzione di lottare. Non che avessimo dubbi al riguardo, ma il fatto nuovo e sorprendente è un altro. Forse per la prima volta, dopo anni passati a sottolineare quella grandezza già così evidente, Zlatan si scopre umano. E assieme a lui, tutti intravedono sotto la corazza ormai spezzata il cuore di un ragazzo come tanti altri, che ciò che la vita non gli ha concesso se l’è sempre preso combattendo. La maschera finalmente cade, l’identità segreta non serve più. E dagli applausi, dagli incoraggiamenti, dalle parole di conforto che chiunque, dai compagni alle persone comuni, gli hanno dedicato, si comprende qualcosa. Lo sbruffone e l’altezzoso hanno lasciato il posto a qualcun altro. Zlatan è diventato il supereroe che non è mai voluto essere. E non serve più a nulla cercare di mantenere la solita algida superiorità, o dichiarare ai quattro venti che sarà Zlatan, e non un ginocchio o il Manchester United, a decidere quando appendere gli scarpini al chiodo. Ormai a questa facciata non ci crede più nessuno.

Ibrahimovic frasi

Il tatuaggio “Only God can judge me” di Ibra

E quindi rallegriamoci tutti, perché se il grande salto è fatto e se Zlatan è definitivamente, metaforicamente parlando, passato dalla parte dei buoni, possiamo essere certi che tornerà, anche prima di avere il tempo di spiegarci quanto sicuramente ci sarà mancato. Perché in fondo lo sappiamo. I supereroi non muoiono mai. E l’avventura più incredibile è sempre inevitabilmente la prossima. A presto campione. Ti aspettiamo a braccia aperte.