Francesco Paolo Traisci

E’ stato scritto un ulteriore episodio nella guerra fra la Juventus e la Procura Federale relativamente al caso biglietti che ha coinvolto il Presidente Agnelli e tre dirigenti (o ex dirigenti) della Società bianconera. Ripercorriamo le tappe precedenti.

Le accuse nei confronti di Agnelli

Scrivemmo a suo tempo che la procura federale aveva deferito il Presidente Agnelli “per la violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità e dell’obbligo di osservanza delle norme e degli atti federali, perché, nel periodo che va dalla stagione sportiva 2011-12 a quantomeno tutta la stagione sportiva 2015-16, con il dichiarato intento di mantenere l’ordine pubblico nei settori dello stadio occupati dai tifosi ‘ultras’ al fine di evitare alla Società da lui presieduta pesanti e ricorrenti ammende e/o sanzioni di natura sportiva,…intratteneva personalmente e non impediva a tesserati, dirigenti e dipendenti della Juventus di intrattenere rapporti costanti e duraturi con i cosiddetti “gruppi ultras”, anche per il tramite e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata, autorizzando la fornitura agli stessi di dotazioni di biglietti e abbonamenti in numero superiore al consentito, anche a credito e senza previa presentazione dei documenti di identità dei presunti titolari, così violando disposizioni di norme di pubblica sicurezza sulla cessione dei tagliandi per assistere a manifestazioni sportive e favorendo, consapevolmente, il fenomeno del bagarinaggio”. Accuse pesantissime, pratica di connivenza ed addirittura finanziamento di gruppi della malavita organizzata (qualcuno parlò addirittura di ombre della N’drangheta, ombre poi fugate in un successivo momento).

Lo stesso presidente Agnelli era stato accusato aver partecipato “personalmente, inoltre, in alcune occasioni, a incontri con esponenti della malavita organizzata e della tifoseria “ultras”, assecondando, in occasione della gara Juventus-Torino del 23 febbraio 2014, l’introduzione all’interno dell’impianto sportivo, ad opera dell’addetto alla sicurezza della società D’Angelo, di materiale pirotecnico vietato e di striscioni rappresentanti contenuti non consentiti al fine di compiacere e acquisire la benevolenza dei tifosi “ultras”. Il tutto tracciando un quadro inquietante dei rapporti fra i club ed alcune frange del proprio tifo organizzato.

La difesa e la condanna

A sua difesa il club sostenne di essere stato costretto da pressioni e minacce estorsive e comunque senza che il Presidente fosse coinvolto negli episodi incriminati, affermando di poter prova la sua estraneità ai fatti. Ma malgrado la strenua difesa, nella sentenza del 22 settembre scorso il Tribunale Nazionale Federale, condannava il Presidente Agnelli a 12 mesi Agnelli di inibizione, anziché a 30 come chiesto dalla procura, non ritenendolo quindi estraneo ai fatti, ma affermando che “l’Agnelli, con il suo comportamento abbia agevolato e, in qualche modo avallato o comunque non impedito le perduranti e non episodiche condotte illecite”, quantomeno non facendo nulla per evitarli. Ed inoltre i giudici non hanno creduto alla tesi delle minacce e dei ricatti perché non dimostrati. Una domanda di fondo: perché 12 mesi e non 30? Perché gli è stato scontato forse il più imbarazzante dei capi d’imputazione: quella sulla frequentazione con gli ultrà e con esponenti della criminalità organizzata. In buona sostanza, il Tribunale non ha ritenuto sufficientemente provato che Agnelli sapesse che i tifosi con i quali intratteneva una simile frequentazione fossero dei malavitosi. Sanzioni anche per i tre dirigenti juventini e per la stessa società.

L’appello di entrambe le parti

Entrambe le parti hanno presentato appello, la procura perché, pur riconoscendo la colpevolezza di tutti gli imputati, il Tribunale Federale li avrebbe sanzionati in modo troppo lieve per la gravità dei fatti; la Juventus, perché, pur dichiarandosi contenta perché era stato “escluso ogni ipotesi di legame con esponenti della criminalità organizzata” e di avere “sempre agito in un percorso condiviso con le Forze dell’Ordine con l’obiettivo di contribuire alla piena salvaguardia della sicurezza e dell’ordine pubblico”, i suoi dirigenti (o ex dirigenti) sono comunque stati ritenuti colpevoli dei fatti loro ascritti.

Ecco quindi la sentenza della Corte d’Appello che riduce ulteriormente il periodo di inibizione a quello già scontato, anche se aumenta le sanzioni pecuniarie inflitte al Presidente ed ai suoi collaboratori. Una decisione salomonica anche se non facilmente comprensibile. Ma su quali basi la Corte di Appello Federale ha aumentato alcune sanzioni e diminuito altre? Questo lo sapremo solamente quando usciranno le motivazioni del provvedimento essendo ieri stato pubblicato solo il dispositivo, in cui si afferma di aver accolto parzialmente tutti i ricorsi (ed avendoli quindi nel contempo parzialmente respinti).

Le nuove sanzioni e la chiusura della curva

Sta di fatto che l’inibizione cioè il divieto di scendere negli spogliatoi (ed eventualmente di accedere al terreno di gioco), di rappresentare la società bianconere nelle Assemblee Federali e di sedere in quelle della Lega è terminato senza lasciare strascichi (se infatti la sanzione fosse stata superiore ai 12 mesi, il Presidente non avrebbe potuto concorrere per nessuna carica federale per parecchi anni).

Dal canto suo la Juventus dovrà scontare, oltre una aumentata sanzione pecuniaria, anche la squalifica della propria Curva nella partita interna contro il Genoa e non in quella prossima contro la Roma? Perché così ha voluto la stessa Corte d’Appello Federale, che ha deciso che la sanzione sarà applicata nel corso della prima gara del 2018! Perché? In assenza delle motivazioni, riteniamo che sia perché la gara contro la Roma è stata ritenuta troppo vicina alla data della pronuncia, e che quindi, essendo i relativi biglietti già stati venduti la chiusura improvvisa della curva avrebbe creato un danno ai tifosi che avevano acquisito i relativi tagliandi (mentre la chiusura della curva è una sanzione non nei confronti dei tifosi ma della società stessa).

Tutti contenti? Chissà? Forse il meno contento è il Procuratore Federale che ha visto passo dopo passo smontate le sue iniziali accuse di connivenza con una associazione mafiosa. Ma forse sarebbe stato troppo!