Francesco Paolo Traisci

Si può fare impresa anche con i dilettanti? Dilettantismo e finalità di lucro non sono più due concetti agli antipodi. È possibile che società sportive dilettantistiche abbiano finalità di lucro, ? A quanto pare è destinato ad esserlo. Fra le proposte di riforma presentate dal Ministro dello Sport Lotti c’è infatti la possibilità che le società sportive dilettantistiche perseguano lo scopo di lucro. Che significa? Significa che a fine anno, al momento di redigere il bilancio, la società ufficialmente può distribuire gli utili di esercizio ai soci, senza doverli accantonare o reinvestire nell’esercizio dell’attività sportiva. Una conquista niente male per chi dello sport ha fatto una ragione di guadagno. Ma che succede al riguardo finora?

Società con e senza scopo di lucro

Oggi succede che nostro ordinamento sportivo distingue fra associazioni sportive dilettantistiche (le famose ASD) e le società sportive professionistiche. Ma facciamo un passo indietro e prendiamo il codice civile. Il nostro codice civile conosce due tipologie di persone giuridiche: quelle disciplinate dal Primo Libro (associazioni, fondazioni e comitati) e le società commerciali regolate nel libro quarto come modo di esercitare l’impresa in forma collettiva. E la differenza fra le due tipologie sta proprio nella finalità di lucro, che le società commerciali debbono avere, al contrario delle associazioni per le quali tale finalità è preclusa. In altre parole se i soci della società a fine anno possono distribuire gli utili della propria attività d’impresa, non hanno diritto di farlo quelli delle associazioni, che sono obbligati a reinvestire eventuali utili per lo svolgimento dell’attività sportiva. E, se per la legge n. 91 del 1981 “possono stipulare contratti con atleti professionisti solo società sportive costituite nella forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata”, per lo sport dilettantistico è lasciata la libertà di scelta fra le varie forme, sempre però mantenendo, anche quando costituite sotto forma di società commerciali, il divieto di distribuzione degli utili di esercizio.

Cosa permetterebbe la riforma?

Ed è proprio di questi giorni la notizia che fra le norme dedicate allo sport inserite nella nuova finanziaria, ci sarebbero quelle destinate a consentire alle società sportive dilettantistiche di poter perseguire legittimamente una finalità di lucro, arrivando quindi ad equipararle a quelle professionistiche, per le quali il divieto di perseguire una finalità di lucro è stato rimosso con la Legge n. 586 del 1996 che ha così eliminato l’anomalia fra la veste societaria ed il divieto di lucro.

L’eliminazione del divieto di perseguire lo scopo di lucro significa, per il Ministro proponente, la possibilità di rendere imprenditoriale anche l’attività delle società sportive dilettantistiche, con la facoltà di ottenerne degli utili che potranno essere distribuiti alla luce del sole e quindi intascati dai soci. Due gli obiettivi della riforma: reperire nuove risorse economiche per lo sport dilettantistico, invogliando gli investimenti ed incrementando la professionalità della gestione, e, soprattutto, portare alla luce del sole (ed alla attenzione del fisco) i ricavi che da questa attività provengono, ma che attualmente non possono essere considerati tali (e quindi debbono essere spesi in altri modi, ovvero reinvestiti nella società).

Fare impresa con l’attività dilettantistica

Si può fare impresa con l’attività dilettantistica? Si può rendere economicamente redditizia l’attività dei vivai o delle scuole calcio sparse lungo la penisola? Sì, anche perché ormai si assiste sempre di più ad uno scollamento fra l’attività puramente amatoriale e quella non professionistica, che molti ormai fanno fatica a chiamare dilettantistica, tanto che il termine dilettante sta piano piano scomparendo dalle definizioni ufficiali (nel calcio per esempio il termine dilettante è ormai riservato ai giovani calciatori sotto i 25 anni, mentre gli altri sono chiamati semplicemente “non professionisti”). E, detto per inciso, se, in base alla definizione della legge sul professionismo sportivo (la famosa 91 del 1981), lo sportivo professionista è colui che ricava il proprio sostentamento dallo svolgimento dell’attività sportiva”, non è vero il contrario, ossia che il cosiddetto dilettante possa guadagnare del denaro da tale attività (tanto che nelle NOIF calcistiche sono addirittura previsti dei moduli per contrattualizzare i “rimborsi” che le società dilettantistiche concedono ai propri calciatori.

Lo stesso dicasi per quegli sport in cui non è ufficialmente previsto il professionismo (che in realtà è regolato solo da 5 Federazioni: calcio, ovviamente, ciclismo, pugilato, golf e pallacanestro), e nei confronti dei quali si vogliono invogliare gli investimenti, consentendo a chi investe denaro un rientro economico.  Tutti i compensi, tutte le spese, potranno essere alla luce del sole così come lo saranno gli utili di gestione percepiti. La possibilità di retribuire professionisti della gestione societaria e di fare quindi delle società sportive delle vere e proprie imprese. Con la speranza che non serva ad arricchire solo il fisco ma tutto il movimento sportivo!