Francesco Paolo Traisci

Ritorna in questi giorni alla ribalta la questione della possibile introduzione di un tetto salariale per la Serie A, dopo che Lega di Serie B e Lega Pro stanno tentando di introdurlo stabilmente per le squadre partecipanti ai rispettivi campionati, al fine di rendere questo ultimi più competitivi e meno dispendiosi nei costi per il parco giocatori. Tutte le squadre avrebbero un limite di retribuzione salariale, rafforzando, nelle intenzioni quantomeno, le squadre economicamente più deboli, in modo da proteggere l’equilibrio economico delle franchigie e mantenere viva ed equilibrata la competizione tra queste, con regole e principi che le diverse società debbono rispettare durante la costituzione della propria rosa. Ma sarà veramente così?

Come funziona il Salary Cap

Parliamo di tetto salariale; Salary Cap detto alla Americana… Di che si tratta? Per definizione chiaramente un limite agli ingaggi dei giocatori professionistici, ma al di là della traduzione letterale contano le modalità con le quali si può applicare in concreto divergono sensibilmente.

Nel modello americano, il Salary Cap, introdotto per primo nell’NBA (nel 1946, per la precisione) e poi a seguire nelle altre Leghe di sport professionistici, è il tetto complessivo degli ingaggi per gli atleti, ossia l’ammontare massimo di ingaggi che la franchigia può pagare per tutti i componenti del proprio roster. Ma come funziona?

Cerchiamo di illustrarlo attraverso i suoi 4 punti cardine:

Innanzitutto una prima coppia: Salary Floor e Salary Cap. Il primo è l’ammontare minimo dei salari complessivi della rosa; mentre il secondo è quello massimo: quindi il monte ingaggi deve essere compreso nella forchetta fra le due somme indicate. Poi una seconda coppia, composta da due ulteriori concetti cardine: la Luxury Tax, ossia della penale che deve essere corrisposta per lo sforamento del Salary Cap, la multa (di solito calcolata in percentuale sul superamento del tetto) dovuta per la violazione delle regole e l’Apron, che viene definito come il limite massimo oltre il quale certe operazioni di mercato non possono proprio essere effettuate (posto oltre quello in cui scatta la Luxury tax). Si tratta quindi di un ulteriore limite, oltre il quale subentrano le limitazioni più pesanti alle mosse di mercato ed è attualmente fissato a 4 milioni di dollari oltre il limite della Luxury Tax.

James Harden e Russell Westbrook, due dei giocatori più pagati della NBA (ph tratta dalla sito ufficiale NBA).

Dalla combinazione di questi 4 concetti emerge che il Salary Cap è un sistema essenzialmente flessibile, ossia “soft” per dirlo all’americana. Non divieti assoluti ma sanzioni e multe per la violazione dei limiti. Peraltro i proventi della Luxury Tax sono ridistribuiti quantomeno in parte fra le franchigie che non la versano (ossia quelle virtuose) e per ulteriori programmi di “revenue sharing”. Questo modello è stato poi, certo con alcuni aggiustamenti, fatto proprio dalla altre Leghe professionistiche nord americane, NFL, NHL (hockey giaccio) ed anche dalla MLS (calcio), ed esportato in Australia.

In Europa è stato più complicato. A parte alcune leghe professionistiche di Rugby, il modello ha stentato ad prendere piede malgrado alcune proposte di inserirlo nel calcio europeo. Da noi, come già accennato è presente nella Lega B ed in Lega Pro, ma in maniera molto diversa rispetto al modello USA. Il tetto è infatti posto sul salario di ogni componente della rosa, che deve essere inferiore ad un determinato limite economico, calcolato fra una percentuale fissa ed una variabile (i famosi bonus). Questo è un sistema assai differente da quello americano. Certo, il tetto sicuramente consentirebbe di evitare spese eccessive (anche se dipende a che livello si pone il tetto) e fallimenti o sovraindebitamenti delle nostre squadre. Ma applicato in modo rigido in questi termini, con l’impostazione di un tetto massimo individuale, alla lunga secondo gli analisti il Salary Cap impoverirebbe il sistema.

Mentre più utile sarebbe ipotizzare un tetto massimo per franchigia, magari legato ai ricavi. Come ad esempio per la NHL, in cui l’aumento annuale del Salary Cap (complessivo) è legato all’incremento dei profitti. Certo con le considerazione delle dovute differenze strutturali fra il sistema sportivo nord americano e quello europeo. Lì, nelle leghe professionistiche, non ci sono retrocessioni e promozioni, si tratta di campionati “a tenuta stagna” in cui arrivare ultimo non comporta le disastrose conseguenze anche economiche. Chi vuole ripartire da zero e rinnovare dal basso il parco giocatori, non deve temere il fallimento sportivo. Cose impensabili da noi.

Pallone d'oro

Per Messi rinnovo a 30 milioni di euro l’anno, più del Salary Cap di alcune squadre spagnole

Interessante però pare ciò che avviene nella Liga spagnola.  Malgrado sia conosciuto con questo nome, secondo gli analisti non si tratterebbe però di un vero e proprio “Salary Cap” in senso letterale, perché, pur partendo da basi comuni (2 miliardi complessivi per tutta le squadre di prima divisione), il tetto sarebbe calcolato su basi individuali. È la Liga che annualmente comunica a ciascun club l’ammontare complessivo che il club può spendere per i salari dei propri calciatori. Un limite di spesa imposto a ciascuna squadra in funzione della propria solidità finanziaria, dei propri ricavi e dei debiti accumulati. Un modo per impedire a ciascuno di fare il passo più lungo della gamba, promettendo ingaggi che non è in grado di pagare. Una sorta di applicazione del fair play finanziario a garanzia della solidità e della continuità. Ciò permette di raggiungere uno dei due obiettivi: quello di proteggere la struttura economica del campionato (da potenziali casi di sovraindebitamento e conseguenti fallimenti) e quella tecnica.

Certo, la differenza fra grandi e piccole rimane ampia, se il Real può spendere fino a 419 milioni e l’Osasuna 16! E siamo ben lontani dall’idea che, grazie al Salary Cap, tutti possano competere per lo scudetto. Non basta per dire addio alle squadre schacciasassi e a quelle materasso e ad aspettarsi una classifica più corta e partite più combattute. Dunque siamo ben lontani dal Salary Cap, almeno come sinonimo di democrazia calcistica. Ma, come assicurano gli esperti, sarebbe già un buon inizio…