Francesco Paolo Traisci

Oggi parliamo di sport e di identità sessuale o di genere. Con chi gareggia chi nasce uomo e decide di cambiare sesso? E’ giusto o sbagliato allineare lo status di atleta e quello civile, consentendo a chi nasce uomo ma diventa donna, all’anagrafe o comunque per stile di vita, di gareggiare con le donne? Alcuni casi recenti ci suggeriscono che si è arrivati ad un punto in cui appare necessario fare chiarezza sulle regole da applicare in questi casi. Fra questi quello della pallavolista Tiffany Pereira, nata uomo ma diventata donna all’anagrafe.

In genere uomini gareggiano con gli uomini e le donne con le donne. Nelle Olimpiadi greche non c’era spazio per le donne che, almeno nelle prime edizioni non potevano nemmeno assistere. Su quel modello de Coubertin aveva previsto solo gare per gli uomini. Non di meno nella prima edizione di Atene alla maratona partecipò sotto falso nome una donna greca di nome Stamati Revithy, ma non concluse la gara perché arrestata da alcuni ufficiali dell’esercito greco. Malgrado la marginalizzazione si assiste alle prime manifestazioni sportive per donne alla fine dell’ottocento, con la prima partecipazione femminile alle olimpiadi di Parigi del 1900. Le donne gareggiavano però in solo 2 discipline: il golf ed il tennis.

Parallelamente nel 1912 è stata fondata la Federazione Sportiva internazionale a Montecarlo, dedicata allo sport femminile, con l’organizzazione di giochi propri riservati alle donne, mentre nello stesso anno il nuoto femminile entra alle olimpiadi di Stoccolma, alle quali partecipano 57 donne su 2500 atleti. Malgrado questi timidi segni d’apertura lo sport femminile incontra forti segni di ostilità. Fra questi alcune prese di posizione dello stesso Barone de Coubertin che ebbe modo di affermare: “un’olimpiade al femminile non sarebbe pratica, interessante, estetica, corretta”. Accidenti!

Stoccolma 1912, le prime Olimpiadi veramente paritarie

Ancora oggi si assiste ad una forte distinzione fra sport maschile e sport femminile. Le femmine competono con le femmine e maschi con i maschi perché spesso le caratteristiche fisiche e morfologiche penalizzano le donne. A volte si mischiano a livello giovanile (ad esempio nella pallanuoto le atlete gareggiano con i maschi fino ai 16, oltre ai quali si formano squadre esclusivamente femminili). Che io sappia, solo l’equitazione ed i motori vedono donne e uomini gareggiare insieme.

Evidentemente fra uomini e donne vi è una differenza nelle prestazioni dovute a caratteristiche fisiche e morfologiche ma anche per la presenza di apparto ormonale differente: in genere è il testosterone che nei maschi viene prodotto anche dalle ghiandole sessuali a fornire all’uomo le sue caratteristiche di forza, aggressività, resistenza alla fatica. Si tratta di una sostanza prodotta in gran parte dagli organi genitali maschili, ma anche in parte minore dal cervello, che accresce a partire dalla pubertà le caratteristiche maschili: peli corporei, barba, voce, odore, aggressività. Ma anche la massa muscolare, tanto da venire utilizzato come forma di doping (tutti ricordiamo le vecchie immagini degli anni 70 e 80 di campionesse dell’est tanto simili ai maschi per l’aspetto fisico e muscolare plurimedagliate).

Ma come distinguere le atlete donne dagli uomini?

Il primo criterio evidentemente è quello dello stato civile. Poi l’aspetto fisico morfologico, che fino agli anni 80 veniva controllato con un esame visivo attraverso l’umiliante esame delle atlete nude. Ma con il passare del tempo ci si è accorti che a volte malformazioni o forme di ermafroditismo con presenza di organi sessuali doppi rendevano incerto il sesso dell’atleta. Tanto che si cominciò a parlare di iperandroginismo, nei casi di atlete con spiccate caratteristiche maschili. Dal 1968 inizio quindi ad essere effettuato il cosiddetto Gender Verification test su basi genetiche per cercare il cromosoma Y caratteristico degli uomini. Come è noto infatti questo carattere maschile, presente nel DNA, consente di distinguere l’uomo dalla donna. Ma a volte anche alcune donne hanno presenza in modo recessivo del cromosoma Y legato a problemi genetici. Fra questi si ricorda il caso di Stella Walsh, che pur essendo completamente donna aveva cromosomi Y per una disfunzione genetica. Anche in questo caso persistevano dubbi nella qualificazione di varie forme di ermafroditismo. A volte i test cromosomici non riuscivano a portare a conclusioni corrette. Infatti può capitare che il cromosoma Y presente nel DNA e nel sangue sia frutto di una degenerazione o di malattie genetiche.

Bastava quindi un sospetto o una richiesta di una rivale per costringere l’atleta a sottoporsi ad un test del DNA. Ciò è avvenuto ad esempio per Carsten Semenya, sprinter sudafricana campione juniores nel 2008. Che secondo alcuni subì forti discriminazioni solo su base dell’aspetto fisico (c’è chi ha parlato di discriminazione lombrosiana). Nel 2009 fu chiesto il test del DNA che però non consentì di trovare riscontri sufficienti del gene maschile. Ma anche sulla spinta del clamore suscitato nell’aprile 2011 furono introdotte nuove regole da parte della Federazione Internazionale di Atletica: la distinzione in base al test del testosterone.  Nella regolamentazione della Federazione Internazionale si decise così che la distinzione fra uomo e donna sarebbe passata attraverso il test del testosterone. Una quantità superiore a 10 nanomole per litro avrebbe fatto sì che l’atleta, femmina all’anagrafe, sarebbe da considerarsi un uomo.

Carsten Semenya

Fin qui abbiamo parlato di atleti che sono donne all’anagrafe; quindi che allo stato civile vogliono abbinare quello di atleta. Ma cosa succede per chi cambia sesso? Con chi gareggiano i transgender? Come si può riabbinare la nuova identità civile con quella atletica? E riqualificare come donna quello che in passato è stato un uomo (magari anche un atleta uomo).

Si tratta di un tema sempre più rilevante anche alla luce dei diritti umani e delle rivendicazioni di un’identità sessuale sempre più marcate. Se per un atleta donna che diventa uomo non ci sono problemi, per l’uomo che diventa donna è più difficile proprio per la superiorità fisica e morfologica dell’uomo. A partire dal 2003 l’uomo che diventava donna all’anagrafe, per poter gareggiare con le donne doveva sottoporsi all’operazione per il cambio di sesso ed a due anni di terapia ormonale che ne abbassassero i livelli di testosterone sotto le soglie femminili, ma che potevano costituire essi stessi doping e viceversa.

Sulla scorta di un documento chiamato “Sex Reassignment and Hyperandrogenism” del novembre 2015, dal 2016 il CIO ha emanato delle linee guida in base alle quali è sufficiente che, grazie alla terapia ormonale i livelli di testosterone siano quelli femminili, parificando quindi i transgender agli intersessuati o agli iperandrogini. Tale livello, per poter essere considerati atleta donna, non dovrà eccedere per un anno intero i dieci nanogrammi per litro e dovrà essere raggiunto un anno prima dell’evento sportivo al quale si intende partecipare. Il rispetto di tale condizione può essere monitorato da appositi test ed in caso di non conformità l’atleta dovrà essere sospesa dalle competizioni per la durata di dodici mesi.

Dal 2016 quindi si ha il riconoscimento dell’identità di genere non solo sportiva. Non più necessaria quindi l’operazione chirurgica o una terapia fortemente invasiva e forse con effetti dopanti, che magari molti atleti non si sentivano di fare e che molti studiosi hanno ritenuto inutile

Quindi tutto risolto? No per nulla!

E qui torniamo al caso di cronaca. Qualche settimana fa si è discusso del caso di una pallavolista transgender, tesserata per una squadra italiana. Provenendo da una federazione straniera con la qualifica di donna, nessuno si era preoccupato di studiarne la tesserabilità come donna essendo stata dichiarata tale dalla Federazione Internazionale di Pallavolo. Poi essendosi posta la questione, in seguito alle forti polemiche delle squadre avversarie, la Lega Femminile di Serie A di Pallavolo ha investito della questione la FIPAV e di rimando la FIVB, la quale ha dichiarato che le linee guida del CIO non erano applicabili alla Pallavolo e che ogni federazione nazionale avrebbe dovuto sbrigarsela da sola. Ed allora la Lega aveva messo in evidenza il “pericolo buco normativo”, prodotto da tale inapplicabilità aspettando lumi da FIPAV e CONI.

La sede della FIPAV

Visto il montare delle polemiche, è finalmente intervenuta la Federazione Italiana di Pallavolo la quale ha dichiarato che, malgrado la presa di posizione della propria Federazione Internazionale, si sarebbe attenuta volontariamente alle linee guida del CIO, ossia avrebbe sottoposto l’atleta al test del DNA per individuare se il livello di testosterone sia al di sotto della soglia massima femminile. Sollecitato dalla Federazione Italiana Pallavolo, che chiedeva una legittimazione ulteriore per assumersi la responsabilità di recepire le linee guida del CIO a dispetto della propria Federazione Internazionale di riferimento, il CONI ha dichiarato che tutto lo sport italiano si sarebbe attenuto a tali linee guida, che hanno riempito un vuoto normativo, allineando il sistema sportivo alle più moderne norme giuridiche che definiscono l’identità di genere”. 

In sostanza quindi sarà necessario che le singole federazioni verifichino di volta in volta la tesserabilità degli atleti transgender in base al test utilizzato dalle linee guida del CIO. Il problema qual è?

È che sulla validità del test del testosterone esistono numerose polemiche e divergenti studi scientifici. Molte sono state le critiche a tale test. Per alcuni genetisti non sarebbe obiettivo, per altri anche concentrazioni superiori non sarebbero indicative di ermafroditismo o di iperandroginismo o di persistenza di caratteri maschili né di volontà di alterare le prestazioni fisiche dell’atleta. Alcuni studi hanno mostrato che ci sono atleti maschi con meno testosterone di quanto richiesto e atlete donne con più testosterone senza essere ermafroditi. Secondo altri ancora il test del testosterone sarebbe valido per la gente comune e non per gli atleti. Altri ancora affermano che la presenza massiccia di testosterone senza doping potrebbe essere una delle tante caratteristiche genetiche che rendono unico un atleta e gli consentono di eccellere come altre caratteristiche morfologiche (polmoni più grandi per i ciclisti, apertura di braccia per cestisti o nuotatori ecc.). Ma per la maggioranza degli scienziati si tratta certo di un test criticabile ma sicuramente il migliore possibile. Come peraltro affermato nello stesso documento del CIO.

Giovanni Malagò, presidente del CONI

E qui sta il punto dolente! Al momento dell’adozione delle linee guida, si era già pronunciata la Camera Arbitrale dello Sport di Losanna, su richiesta della velocista indiana Dutee Chand. Nel luglio 2015 il Tribunale ha sospeso per un periodo di 2 anni la validità delle regole che impongono il test per l’atletica in attesa che la Federazione Internazionale di Atletica fornisca le prove della validità scientifica del test. E di ciò era consapevole il CIO tanto che riporta tale sospensione riporta nel documento invitando sia la IAAF che le singole federazioni a trovare i riscontri scientifici richiesti dalla CAS. Quindi pur sapendo che il modello di riferimento era stato sospeso per dubbi sulla sua validità scientifica, ne raccomandava l’utilizzo alle singole federazioni. E quindi la situazione diventa una giungla. Nella pallavolo ad esempio la Federazione Italiana lo utilizza e quella internazionale se ne dissocia, lasciando la responsabilità della scelta alle singole federazioni nazionali. Che pasticcio.

Fra qualche giorno scade la sospensione delle regole della IAAF che impongono il test. Che succederà? Staremo a vedere!  Vi terremo informati.