Francesco Paolo Traisci

Come tutti sanno, per partecipare alle gare e quindi dedicarsi ad una disciplina agonistica l’atleta deve procedere alla sottoscrizione del famoso “cartellino”, atto necessario per procedere al cosiddetto tesseramento. Ecco, il tesseramento, che sancisce l’ingresso dello sportivo all’interno dell’ambito di una federazione e delle competizioni da questa organizzate, costituisce sì la chiave d’accesso per lo svolgimento della prestazione sportiva ma anche una forte limitazione della libertà di svolgere l’attività sportiva. E ciò in virtù del cosiddetto vincolo sportivo, o vincolo di tesseramento, che si concretizza nell’obbligo di svolgere la propria attività sportiva esclusivamente per il club che ha proceduto al tesseramento.

Tesseramento per i dilettanti, una limitazione della libertà?

E ciò si scontra con alcuni principi generali di libertà ed autodeterminazione, tanto che il dibattito sul punto è sempre più acceso. Non più nei confronti degli atleti professionisti che, in seguito alla sentenza Bosman degli anni 90 ed al conseguente adattamento della regolamentazione delle varie federazioni, ha visto l’abolizione del vincolo perché contrario alla libertà di circolazione dei lavoratori all’interno dello spazio europeo, quanto piuttosto nei confronti di chi (quantomeno ufficialmente) non possa considerarsi un lavoratore dello sport: l’atleta dilettante. Per il professionista infatti il vincolo sportivo è stato ritenuto una limitazione alla propria libertà contrattuale e di conseguenza abolito (nel nostro ordinamento ad esempio con la legge n. 586 del 1996 che ha modificato la n. 91 del 1981 (quella sul professionismo sportivo, per intenderci).

Ora sappiamo che pochi sport prevedono il professionismo e peraltro quelli che lo prevedono pongono la distinzione fra professionismo e dilettantismo su basi formali piuttosto che su quelle sostanziali. Queste basi formali vorrebbero che il professionista tragga il proprio sostentamento dallo svolgimento dell’attività sportiva ed il dilettante no, ma anche il dilettante può trarre un interesse economico dalla prestazione sportiva, tanto negli sport puramente dilettantistici, quanto in quelli in cui pur esistendo il professionismo, non viene considerato (in base ai criteri formali dettati dalla propria federazione) tale.

La cessione al club della titolarità delle proprie prestazioni sportive

Ma al di là degli interessi puramente economici il vincolo è inquadrabile anche come restrizione della libertà di svolgimento dell’attività sportiva, così come declamato a gran voce da tutto il movimento sportivo, Carta Olimpica in testa. Limitazione della libertà perché con il tesseramento l’atleta cede (presumibilmente a titolo gratuito) la titolarità delle proprie prestazioni sportive al club che lo ha tesserato, non potendo svolgere altrove e per altri la medesima attività

È vero che in seguito alla sentenza Bosman (e ad altre sul medesimo filone), le varie federazioni hanno provveduto ad una limitazione temporale del vincolo, ma tutto ciò non ha ancora soddisfatto gli stessi atleti, che a più riprese hanno chiesto alla la magistratura ordinaria dei vari ordinamenti (ed in particolare le molteplici Corti europee) la sua abolizione. Non voglio tediare sulla giuridica del vincolo sportivo, che la dottrina prevalente inquadra come frutto di un contratto associativo (ossia dell’adesione dell’atleta alla associazione sportiva che, tesserandolo, provvede al suo ingresso nell’ordinamento sportivo) mediante il quale l’atleta si impegna a rispettare obblighi e vincoli previsti dalle norme federali.

La durata del vincolo sportivo

Mi limiterei a mettere in evidenza che la durata indefinita o comunque irragionevolmente lunga del legame associativo è stata ritenuta contraria a tutta una serie di principi e di norme presenti nei vari ordinamenti, il più importante dei quali mi sembra quello relativo alla libertà che tutti noi abbiamo di uscire da una associazione se non siamo più contenti di appartenervi. D’altra parte la permanenza del vincolo è stata giustificata (dalla stessa giurisprudenza, dalla dottrina, dalle Federazioni stesse) con la volontà di non disperdere il patrimonio economico delle società dilettantistiche che “investirebbero” sui propri atleti sostenendo le spese della loro attività sportiva, arrivando così a sostenere e giustificare una “patrimonializzazione” anche dell’atleta dilettante.

Non sono qui per criticare queste tesi (anche se molti lo hanno fatto), ma solamente per presentare una situazione oggettiva, cosicché mi limiterei ad esaminare in modo acritico la situazione del vincolo sportivo come è oggi regolamentata nelle discipline sportive più diffuse, al momento che, al fine di ovviare alle critiche, le varie federazioni hanno cercato di individuare alcuni limiti temporanei per il vincolo.  In particolare limiti di età: la FIGC limita il vincolo sportivo al compimento del 25 anno di età, la FIP del 32esimo, la FIPAV del 34esimo.

Il vincolo sportivo dilettantistico nel calcio

E così nel calcio, l’art. 32 delle NOIF prevede che i calciatori giovani, che abbiano superato il 14 anno di età, possano assumere con le società della Lega Nazionale Dilettanti un vincolo sino al compimento del 25 anno, acquisendo lo status di giovani dilettanti, di modo che, al termine della stagione in cui compiono il 25 anno di età possano poi chiedere lo svincolo. L’art. 106 prevede inoltre che i calciatori siano liberati dal vincolo per vari motivi: la rinuncia della società e l’accordo fra la società e l’atleta; l’inattività dell’atleta o quella della società (mancata iscrizione ai campionati o radiazione); cambiamento di residenza dell’atleta e decisione dello stesso di stipulare un contratto come professionista (e quindi con una società professionistica).

Il vincolo sportivo dilettantistico nel basket

Simili le regole del Basket. Dopo che l’art. 1 del Regolamento ha affermato che per svolgere attività agonistica sotto l’egida della Federazione è necessario essere tesserati per una società affiliata alla federazione e l’art.4 aggiunge che il giocatore non professionista o giovane dilettante deve sottoscrivere un modulo di tesseramento, l’art. 15 prevede lo scioglimento del vincolo per la mancata “utilizzazione” del non giocatore professionista (non convocazione o definitiva esclusione dagli allenamenti) per un intero anno per fatti o scelte non dipendenti dalla volontà del giocatore stesso. Solo con lo scioglimento del vincolo il cestista dilettante potrà ottenere il tesseramento con altra società.

Il vincolo sportivo dilettantistico nella pallavolo

Per la pallavolo, infine, l’art. 10 ter dello Statuto federale, fissa i limiti di durata del vincolo distinguendo tre fasce di età: per gli atleti minori di 14 anni il vincolo ha durata annuale; fra i 15 ed i 34 la durata è quinquennale; dopo i 32 la durata torna ad essere annuale.  Anche per gli atleti del settore amatoriale il vincolo è annuale. Alcune ulteriori precisazioni sono fornite dallo stesso articolo: Il vincolo viene sciolto al compimento del 24 anno di età, potendo al compimento di tale età l’atleta scegliere di prolungare il tesseramento con il proprio club oppure tesserarsi con altra società. Oltre che per il decorso quinquennale del tesseramento questo può essere sciolto anche per altri motivi quali la cessazione dell’attività del club o la mancata adesione dell’atleta al nuovo club in cui si è trasformato quello per il quale è tesserato; per accordo con la società o per la rinuncia della società; per il riscatto esercitato limitatamente agli atleti di A1 e A2, per cessione del cartellino ed altre.

Esistono poche cause di scioglimento del vincolo

Come possiamo notare, ai limiti temporali si aggiungono poche e limitate cause di scioglimento del vincolo diverse rispetto alla volontà unilaterale della società o alle circostanze oggettive che comportano la cessazione dell’attività della società; in particolare, nessuna rilevanza è data alla volontà unilaterale di un atleta che non si sente valorizzato o che ritiene che altrove potrebbe esserlo meglio e pure nel basket in cui rileva la “mancata utilizzazione”, questa deve essere valutata con parametri oggettivi e particolarmente restringenti.

Il tutto non consente di cambiare idea sul fatto che il vincolo costituisca ancora oggi una limitazione alla libera scelta di svolgimento della pratica agonistica, soprattutto per i giovani. Associarlo al dilettantismo comporta il paradosso di una “patrimonializzazione” dell’attività dilettantistica, che molto spesso si realizza anche con i mezzi più o meno leciti attraverso i quali l’atleta o i suoi familiari, se minorenne,  riescono ottenere il consenso della società per conseguire lo “svincolo”. 

In particolare appare iniquo che l’atleta dilettante si trovi in una situazione di soggezione nei confronti di un club che possa essere interrotta solo con il consenso di quest’ultimo, per un numero di anni che, seppur limitato in ossequio agli stimoli ed alle richieste provenienti dagli stessi atleti, è ritenuto ancora eccessivamente lungo. Tanto da spingere spesso il giovane atleta, che non si trova più in accordo con la propria società o che vorrebbe andare altrove, a terminare la propria carriera agonistica rinunciando così ai propri sogni di gloria.