Francesco Cavallini

Già immagino le facce. Ma posso garantirlo, non è come sembra. Non è il classico innamoramento da Football Manager, anche perchè a PCCalcio i miei miti erano Cambiasso e Cufrè, che diventavano rispettivamente il centrocampista ed il difensore più forti del gioco. Roque Santa Cruz l’ho vissuto, l’ho seguito, l’ho adorato e desiderato. E sono consapevole che non è mai arrivato ad essere il fenomeno che pensavo che fosse, ma questo non me l’ha fatto amare di meno. E anche ora che a ormai quasi trentasei anni è tornato dove tutto è cominciato, nell’Olimpia Asunción, vado ancora a cercarmi gli highlights, nella speranza di ammirare la sua classe immensa, purtroppo impiantata su due ginocchia che in quanto a fragilità se la battono con il cristallo. Ladies and gentlemen, vi presento il mio punto debole: Roque Santa Cruz Cantero, da Asunción, Paraguay.

Essere un teenager negli anni Novanta ed andare bene a scuola aveva un interessante effetto collaterale. Nessuno a casa mi stressava per i compiti o per recuperare qualche brutto voto e potevo quindi vedere tutto lo sport che volevo in televisione. Il 10 giugno 1998 inizia il Mondiale di Francia, del quale non mi perdo una partita, neanche la noiosissima Paraguay-Arabia Saudita. Anzi, soprattutto la noiosissima Paraguay-Arabia Saudita. In panchina non c’è ancora Cesarone Maldini, altro mito d’infanzia con le sue splendide Under-21 infarcite di futuri campioni. Ma già in quei novanta minuti scatta una simpatia immediata per l’Albirroja, che verrà eliminata agli ottavi dai padroni di casa. L’anno successivo arriva la Coppa America, che si gioca proprio in Paraguay e che per qualche miracolo divino è trasmessa tutta in diretta su Tele Montecarlo.

In quel calcistico paese dei balocchi, in cui ogni persona con un minimo di sale in zucca impazzirebbe per Rivaldo, Ronaldo o Martin Palermo, io scopro un ragazzo appena diciottenne, alto e dinoccolato, ma con una tecnica assurda. Mi ricorda, mea grandissima culpa, quello che da piccolo era il mio calciatore preferito, il cigno di Utrecht, Marco van Basten. Sacrilego, me ne rendo conto, ma andatelo a spiegare al mio cuore. I primi acuti sono la doppietta al povero Giappone, capitato in Sudamerica per caso e trafitto da un colpo di testa dal limite dell’area (non sto scherzando, giuro!) e da un’altra testata, stavolta un po’ più convenzionale. La terza perla è uno scatto sul filo del fuorigioco con annesso dribbling al malcapitato portiere del Perù. Il Paraguay vince il suo girone prima di uscire ai quarti, perdendo ai rigori contro l’Uruguay. Ma il risultato non conta. Ormai mi sono innamorato.

E potete quindi immaginare la mia gioia quando, subito dopo quella Coppa America, il Bayern Monaco annuncia di aver acquistato Roque Santa Cruz per circa dodici miliardi di lire. Il Bayern, la squadra vice campione d’Europa. Roque compagno di Kahn, di Lizarazu, di Mehmet Scholl, un altro di quelli per cui avrei venduto la sorella che non ho, pur di vederlo nella mia squadra. In attacco in Baviera ci sono già Giovane Élber, che così giovane poi non è, Paulo Sergio e Zickler, che però sono due ali, e quel simpatico paracarro di Carsten Jancker. Non c’è quindi dubbio sul fatto che Santa Cruz prenderà ben presto il posto del tedescone. Non va esattamente così, ma la prima annata in Germania è ottima. Quarantotto presenze complessive (molte dalla panchina) e reti in tutte le competizioni, Bundesliga, Coppa di Germania (entrambe vinte), ma soprattutto Champions League, con la prima gioia contro il PSV di Van Nistelrooy.

La stagione 2000-01 è quella della consacrazione di Roque. O almeno, questo è quello di cui io sono convinto. Inizia bene, vincendo la Supercoppa di Germania da titolare e segnando alla seconda di campionato. Poi, ovviamente, arriva la sfortuna. Non mi è ancora ben chiaro se sono io che mi scelgo come idoli giocatori un po’ troppo fragili o se loro diventano di cristallo proprio perchè piacciono a me (scusa Pepito, spero tu possa perdonarmi). Fatto sta che in quell’annata, a causa di una serie di infortuni più o meno lunghi, Santa Cruz colleziona solamente ventotto presenze e sei reti. Alza la Champions League al cielo di Milano, ma lo fa da riserva non utilizzata. Per l’Intercontinentale successiva non viene neanche convocato. Va via Jancker (che viene a fare a sportellate qui da noi all’Udinese), ma arriva Claudio Pizarro. Élber è sempre meno Giovane, eppure dal centro dell’attacco proprio non si vuole schiodare. E quindi altra panchina. E altri infortuni. Ginocchio, coscia, coscia, ginocchio, ad libitum. Presenze e reti ne risentono ad anni alterni, con stagioni da quarantuno partite e altre da quindici. Io nel frattempo cresco, ma non abbandono mai quel ragazzo così talentuoso e fragile. Nell’estate 2007 seguo l’intreccio di mercato che potrebbe addirittura portarlo in Italia. Si parla di Lazio, di Roma, ma alla fine non se ne fa nulla. Da Monaco di Baviera a Blackburn, Lancashire. Stesso cielo grigio.

E invece lo scenario cambia completamente, perchè in riva al Blakewater Roque ritrova se stesso. Conquista il quarto posto nella classifica marcatori della Premier League con diciannove reti (sì, proprio diciannove, la prima stagione in doppia cifra dai tempi dell’Olimpia Asunción), compresa una storica tripletta al Wigan. Storica perchè è il primo calciatore dopo più di dieci anni a segnare tre reti e perdere comunque la partita. Del resto la sfortuna non può essersene andata di colpo. Lo si comprende molto bene la stagione successiva. Il problema stavolta non è in campo, ma a casa, quando tre malintenzionati irrompono nel suo appartamento, minacciando sua moglie Giselle ed i loro due bambini e portando via migliaia di sterline di bottino. Santa Cruz è scosso, non potrebbe essere altrimenti. Ciò che di certo non lo aiuta a ritrovare la tranquillità sono le voci di mercato, che lo vogliono a Manchester, sponda City. Il corteggiamento va a buon fine e Roque inizia la stagione 2009-10 con la maglia dei Citizens. Tutto bene fino a metà campionato, quando Mark Hughes viene licenziato e lascia il posto a Roberto Mancini, che lo lascia quasi sempre a marcire in panchina. L’addio è inevitabile, ma la storia non cambia. Infortuni su infortuni nel ritorno temporaneo al Blackburn e un po’ più di presenze ma poche reti nella stagione successiva, tracorsa in prestito al Betis.

Eppure qualcuno in Roque continua a crederci. Non solo io, che in fondo in fondo spero sempre di vederlo calcare prima o poi i campi della Serie A, ma anche i dirigenti del Malaga, che lo ingaggiano con la formula del prestito annuale con diritto di riscatto. Ormai non è più una prima punta, e solo chi da lui è ossessionato può ancora credere che sappia ancora fare la differenza in zona gol. Ma se le ginocchia sono da rottamare, i piedi restano buoni e Pellegrini lo schiera un po’ più indietro, dove può creare spazi per i compagni ed essere più libero nelle giocate. La formula funziona, al punto che pochi giorni prima di Natale sono davanti alla TV mentre Santa Cruz, entrato al settantesimo al posto di Javier Saviola (nel mio cuore altra leggenda assoluta), fa a pezzi la difesa del Real Madrid e in tre minuti firma una doppietta storica, garantendo al Malaga la prima vittoria in ventinove anni contro i Blancos e mandando La Rosaleda in delirio. Le ottime prestazioni in campionato e Champions League gli valgono il riscatto e altre due stagioni in Spagna, prima di un andirivieni tra Europa e Sudamerica e del definitivo ritorno all’Olimpia Asunción. A trentacinque anni suonati, con tre mondiali e altrettante partecipazioni alla Coppa America nel curriculum, Roque Santa Cruz resta per il mondo del calcio un talento inespresso, a cui troppi infortuni e poca determinazione hanno contribuito a negare lo status di stella del football.

Per me? Beh, per me Roque Santa Cruz è una creatura mitologica, mezza fenomeno e mezza miraggio. Fenomeno perchè alcune delle sue giocate, soprattuto quando le gambe lo coadiuvavano e gli permettevano i suoi scatti brucianti, erano davvero da stropicciarsi gli occhi. Ed è un peccato che la sua carriera sia rimasta nei binari di una aurea mediocritas quando avrebbe potuto ottenere molto di più. Miraggio perchè, sarà che le sue prime partite le ho viste di notte (cortesia del fuso orario sudamericano), ma a volte arrivo a pensare che magari quel giovane con il numero undici sulle spalle che trascinava il Paraguay me lo sono sognato. Che forse ho visto in lui qualcosa che non c’è mai stato, che ho lasciato che una leggera infatuazione si trasformasse inspiegabilmente in un’ossessione calcistica. Poi però riesumo le vecchie videocassette con le sue partite registrate, o passo le serate a cercare su Youtube questo o quel gol. E allora mi convinco che il fenomeno c’era. Che non è stato un bluff. Che a sbagliarmi non sono stato io, ma tutti gli altri. In realtà, come è ovvio, non sono oggettivo. Non posso esserlo. Roque Santa Cruz era un normale calciatore, a volte fenomenale, altre terribile. Ma era il mio eroe. E come dice Guccini, nella fantasia ho l’immagine sua. E si sa, gli eroi son tutti giovani e belli.