Matteo Muoio

Ho sempre amato il calcio, fin da piccolissimo; non mi hanno mai entusiasmato i giocattoli, collezionavo i palloni delle squadre quando ancora la Serie A non proponeva il modello unico. Va da sé che in tutti questi anni abbia ammirato svariati giocatori, non per forza i migliori o i più forti, piuttosto quelli che pensavo interpretassero meglio la mia idea di calcio. Fra questi, nell’adolescenza, ebbi la più classica e non corrisposta delle cotte per un argentino che sbarcava nel nostro campionato dall’Arabia Saudita: Mauro Zàrate. Di lui sapevo avesse fatto magie insieme ad Aguero e Di Maria in quell’U.20 argentina che nel 2007 vinceva il Mondiale di categoria in Canada, e proprio dopo quella competizione aveva accettato il ricchissimo ingaggio offertogli dai qatarioti dell’All Sadd; all’epoca quello degli sceicchi era un mercato paragonabile all’odierno cinese, un po’ meno folle, Maurito aveva optato per l’esilio dorato a 20 anni dopo essere esploso in patria tra le file del Vèlez. Troppo presto, troppo insensato per uno col suo talento. Sei mesi di grande livello in prestito al Birmingham, in Premier, lo avevano convinto a tornare nel calcio che conta. Una splendida punizione contro lo United fu il primo gol di Zàrate che vidi in tv. Lotito e Sabatini fiutano l’affare e nell’estate 2008 ne fanno l’uomo copertina del mercato biancoceleste; prestito oneroso a 3 milioni con diritto di riscatto fissato a 17, ad oggi ancora l’investimento più oneroso del patron romano. Io lo prendo al Fantacalcio nonostante un precampionato sottotono e alla prima Delio Rossi gli regala una maglia da titolare per via dell’infortunio di Rocchi. Io pure lo schiero e lui ripaga me e Rossi con una doppietta. La settimana dopo, contro la Samp, si inventa un mancino a giro di rara bellezza e mostra lampi di classe abbaglianti. La piazza romana spera, un giocatore del genere non si vede da tanto dalle parti di Formello. Poi inizia a sognare, perché alla terza Maurito infila pure il Milan e alla quarta di campionato incastra altre due gemme contro il Toro. Qualche giornata senza gol, poi un capolavoro su punizione contro il Siena.

Io a memoria non ricordavo nessuno straniero riuscire ad imporsi subito, in quel modo, nel nostro campionato. Ero troppo piccolo per gli esordi di Ronaldo o altri fuoriclasse del genere, Mauro Zàrate mi entusiasmava: il pallone non gli si staccava mai dal piede, i primi due difensori non riuscivano a prenderlo, alle volte nemmeno il terzo, li saltava come fossero birilli e resisteva bene pure alle botte. Classe, velocità, potenza e un piede in grado di disegnare parabole inimmaginabili. Credevo avesse tutto per diventare un fenomeno. Certo la passava poco, ma nella genuina ignoranza dei 15 anni pensavo fosse quasi giustificato con quei mezzi, la Lazio aveva bisogno dei suoi colpi per essere pericolosa. In quella stagione iniziò poi ad avere un rendimento altalenante ma sul finale tornò splendido e devastante; va ricordato un gol da 30 metri nel derby e il destro telecomandato nella vittoriosa finale di Coppa Italia contro la Samp. A fine maggio il suo score recitava 16 reti tra campionato e Coppa, non poche per una seconda punta. Soprattutto, di quelle, almeno 10-11 furono di pregevolissima fattura, quasi una costante per Maurito. Come riuscisse a fare solo cose belle, e io del bello sono grande amante. Con Zarate – e altri grandi attaccanti – quell’anno vinsi il mio primo Fantacalcio, lui era la scommessa che avevo vinto, forse più io di Lotito. Perché poi la magia svanì. Il 2009/2010 dei biancocelesti comincia con Ballardini in panchina e la clamorosa vittoria in Supercoppa contro l’Inter di Mourinho. La stagione si rivelerà però disastrosa per la Lazio e per Zàrate. Sembra aver perso i colpi, sembra non gli riesca più nulla. I romani si ritrovano invischiati nella lotta per non retrocedere e si salvano con l’arrivo in panchina di Edy Reja, per Maurito solo 3 i gol in campionato. “ E’ ancora giovane” penso, “ ha risentito dell’annata maledetta, si riprenderà”. Invece lo splendido Maurito degli esordi non è più tornato. L’anno dopo qualcosina fece vedere, sfiorò la doppia cifra e la Lazio la Champions, ma sembrava un giocatore più normale di quello che mi aveva fatto perdere la testa.

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Zàrate in nerazzurro

L’Inter comunque ci puntò per il 2011-2012, credevo fosse l’occasione giusta, credevo potesse consacrarsi in una grande. Invece rimase tra panchina e anonimato nell’annata di Gasperini-Ranieri-Stramaccioni. Era in prestito e se ne tornò in una Lazio dove per lui non c’era più posto; un paio di presenze con Petkovic prima di finire fuori rosa e avviare una causa legale, poi vinta, con Lotito. Quello che rimane della sua avventura laziale, finita in tribunale come tanti grandi amori andati male. Ricominciò da dove aveva iniziato, dal Vèlez, laureandosi capocannoniere del Clausura 2014. Pensavo fosse tornato, che avrebbe zittito chi diceva che Zarate non era poi granché. E invece no. Un anno e mezzo di poche cose in Inghilterra fra West Ham e QPR, poi il ritorno in Italia, alla Fiorentina di Paulo Sousa. Mi brillarono gli occhi nel vederlo esordire con un gol dei suoi contro il Carpi, i primi 6 mesi in Toscana non furono pessimi. Probabilmente nemmeno gli ultimi, comunque non è riuscito a rendersi indispensabile e a gennaio ha lasciato di nuovo l’Italia. Ora è al Watford, ha terminato in anticipo la stagione per via di un brutto infortunio. Maurito ha 30 anni, difficilmente potrà scrivere pagine di carriera memorabili. Io ho superato di gran lunga i 20 e vedo le cose con più lucidità. Il mio pendolo di giudizio su un giocatore oscilla tra quanto ha fatto e quanto avrebbe potuto e dovuto fare. Al netto di tutto probabilmente Mauro Zàrate non è nulla più di un buon giocatore transitato per 3 continenti e 9 squadre. Forse sì, io però ancora fatico ad accettarlo.

7 gol in 25 presenze per Zàrate con la maglia della Fiorentina