Stefano Impallomeni

Non è esattamente quello che ci attendevamo. La Champions League, Juve a parte con due finali conquistate negli ultimi tre anni, non è ancora la nostra zona di caccia, l’habitat migliore in cui poter mostrare e far convivere le nostre conoscenze. Fatichiamo più del previsto e le cause sono bene note, eccezion fatta appunto per il recente percorso bianconero, che ha difeso l’intero movimento nelle ultime stagioni. La competitività della Serie A non è ai massimi livelli. Ci sono partite che potremmo immaginare e raccontare già prima del fischio d’inizio.

La dittatura della Juventus, campione per sei anni in fila, la dice lunga e certifica un divario oggettivo quanto mai poco utile quando si tratta di mettere il naso fuori dal nostro recinto. Sono poche le volte in cui le nostre big possono incontrare ostacoli insormontabili. Esistono poche partite tirate e molte partite pensate, gestite. Ci concediamo pause volontarie e strategiche. Conserviamo spesso e non sprechiamo mai oltre misura uno sforzo, una corsa in più, una giocata rischiosa. Ce li mettiamo da parte per occasioni migliori, scoprendo poi com’è dura la realtà di un altro calcio che va vissuto e giocato con un’altra testa, ma soprattutto con altre gambe e con un altro fiato.

Abbiamo dei problemi di concorrenza vera, viviamo in sproporzioni gigantesche. La Roma con l’Atletico Madrid alza il muro che ci evita lo zero assoluto. La Juve perde contro Messi più che contro il Barcellona. Il Napoli sorprende in negativo. Lo Shakhtar merita di vincere. Il bilancio è amaro. C’è poco da scoprire: quello della Champions è un altro calcio. Un calcio in cui non basta prevedere moduli e in cui servono più muscoli e resistenza, capacità di correre e anticipare una giocata nel più breve tempo possibile.

C’è un’altra velocità, anzi meglio dire un’alta velocità raramente percepita ogni settimana nel nostro campionato. La differenza è più nel fisico che in un assetto. Il duello in ogni zona del campo è profondo, brutale, a tratti selvaggio. Nelle serate di Champions serve un’adrenalina diversa. Serve una grande condizione atletica. Devi essere pronto a resistere mantenendo la velocità di tutto, senza dare vantaggi iniziali agli avversari.

Mertens è indispensabile. Sarri, perchè?

E a proposito di vantaggi da dare agli avversari, Sarri in questo caso ne ha dati eccome. Uno su tutti, abbastanza discutibile, perché l’esclusione di Mertens è davvero poco comprensibile. Domenica al San Paolo arriva il Benevento, con il dovuto rispetto, e non certo il Real Madrid. Siamo agli inizi della stagione e più si gioca e meglio è. In questo momento ci sfugge il concetto della rotazione e il perché di questa scelta. La sconfitta in Ucraina è grave e potrebbe compromettere il cammino verso la qualificazione agli ottavi. È un dato non irrilevante. Ciro, come viene affettuosamente chiamato Mertens a Napoli dai tifosi, è troppo prezioso e deve giocare quasi sempre.

È unico e insostituibile, capace di relegare un tipo come Milik, nato attaccante, ai margini, trasformandolo nella sua prima alternativa. Nella sconfitta il peso della scelta di Sarri fa un’enorme differenza. Senza dimenticare le sostituzioni di Hamsik, che sono diventate sei su sei. Il capitano va restituito alla miglior conduzione di un gruppo che appare forte negli undici “storici”, ma terribilmente sofferente quando perde una connotata titolarità. Hamsik rende di più con gente come Allan e Jorginho accanto. Sarri resta un ottimo allenatore, ma sembra ricadere in un suo vecchio vizio. Le rotazioni sembrano non essere il suo pezzo forte. Non solo Mertens, insomma. In Ucraina la squadra è stata in netta difficoltà per un’ora. A Bologna, vittoria a parte, le prime avvisaglie.

Messi, Gonzalo e il muro della Roma

A Barcellona l’altra sconfitta di giornata. La Juve più che pensare alla finale di Kiev e al sogno Champions farà bene a non sbagliare con Sporting Lisbona e Olympiacos. Allegri aveva alternative obbligate per le molte assenze. Messi esagera, si mette subito male. È una Juve che tiene poco la scena, abbozza e sparisce nei momenti cruciali. Dybala delude, Higuain di più. La sindrome di Cardiff sembra non essere superata.

Higuain, soprattutto, non è sereno. Il bomber argentino asseconda la manovra, ma non “ spara” più come potrebbe e come vorrebbe. Il problema è nei tempi. Ha bisogno di una corsa in meno e di un suggerimento in più. Gli serve un’assistenza migliore per mettere meglio il corpo tra la palla e l’avversario nelle conclusioni. Gli serve un’azione in meno nella trasmissione del passaggio da ricevere. C’è un fuori tempo considerevole da affinare, un dettaglio che gli rovina la prestazione e ne limita il potenziale. Se gli manca il piedino di Dybala, rischia di andare a vuoto e in nevrosi. Higuain partecipa, lotta con la squadra ma poi attende come un leone la preda da mangiare e non da cacciare. Higuain, insomma, ha bisogno che gli venga confezionato l’assist da spedire in porta.

Non è tutta colpa sua. Allegri ha l’obbligo di trovare un rimedio nuovo. Douglas Costa potrebbe essere un ottimo partner, oltre naturalmente a Dybala. La sconfitta del Camp Nou può far bene, se compresa. Può aiutare ad elevare le attenzioni, sollecitando l’umiltà indispensabile per arrivare fino in fondo come nella passata edizione. Ma non sarà così facile raggiungere l’atto finale e credo che non accadrà.

La Roma, infine, salva l’onore, sebbene il gioco lasci qualche perplessità. L’Atletico crea imbarazzi e un super Alisson evita il peggio. Il secondo tempo preoccupa un po’. È sembrata una Roma molto stanca, slegata, senza idee e con solo tanto cuore, che però non guasta mai. La voglia di non voler perdere è un aspetto da considerare. La capacità di soffrire è solitamente il presupposto di percorsi importanti. Di Francesco avrà a disposizione tre partite per mettere tutti d’accordo, sia sotto il profilo del gioco che dal punto di vista delle ambizioni. Contro Verona, Benevento e Udinese urgono punti essenziali per evitare processi sommari, già cominciati con troppo anticipo. Il problema non è tanto il modulo, ma il fatto di saper creare occasioni da rete. La Roma è molto competitiva, nata per segnare, ma non è ancora del tutto consapevole di cosa possa essere. In una settimana ne capiremo di più. A volte nel calcio una bella vittoria, convincente e rotonda, può cambiarti la stagione.