Stefano Impallomeni

C’è il rischio di ripetersi e di evidenziare l’ovvio. È un post senza tanti sussulti e più scontato del solito. Non ci sono passaggi a vuoto, si procede verso una spaventosa normalità, per certi versi eccezionale, con le grandi che tratteggiano una superiorità schiacciante, stabilendo confini rilevanti nei confronti della maggioranza. È un campionato ricco di reti e di cronache annunciate. Un campionato in cui le grandi dettano legge e le altre, le medio-piccole, si consegnano tra differenze di bilancio e tattiche suicide. Ogni settimana la solita storia e i soliti noti con esiti più o meno attesi.

Il ritorno dei cannonieri

In queste prime quattro giornate zero sorprese e molti gol con partenze brucianti. Era da oltre 40 anni che non si verificava in testa alla classifica un terzetto a punteggio pieno. Poker di vittorie per Juve, Napoli e Inter. Le grandi non vincono, stravincono, al di là dei risultati più o meno consistenti. A Dybala, Mertens e Immobile si aggiunge il volto di Kalinic. È la saga, o meglio dire la sagra, del bel gesto e di un calcio meno blindato, allentato anche nelle attenzioni individuali. Il bomber torna prepotentemente alla ribalta per merito di un gioco più votato all’attacco, ma anche per colpe di difese schierate rigidamente alla lavagna e poi ballerine sul campo, dove emerge puntuale il terribile e perentorio divario.

Nel terzetto di testa c’è una doppia verità, peraltro confermata da quasi tutti ai nastri di partenza. Juve e Napoli sono oltre e si contenderanno lo scudetto. L’Inter, presumibilmente, calpesterà un altro sentiero. Il sentiero della Lazio, del Milan e della Roma. La squadra di Inzaghi può essere la vera sorpresa in ottica Champions, perché ha una risorsa unica rispetto alla concorrenza, una qualità che alla lunga potrebbe rappresentare il vero valore aggiunto. Organico a parte, l’eclettismo di gente come Milinkovic  Savic, Lulic, Luis Alberto, Marusic o Lukaku è un plus non indifferente. Ci sono molti giocatori duttili e versatili capaci di interpretare diversi ruoli. È questa la vera differenza del momento, assieme a Immobile, il miglior attaccante italiano.

Milan e Roma, due sentieri verso lo stesso obiettivo

Il Milan va avanti a colpi isolati. Propone, aggredisce il campo, sgomma bene in contropiede, ma lascia varchi sostanziali agli avversari. I lavori per diventare davvero competitivi sono ancora in corso. Kalinic si traveste da Silva e da Cutrone. Chiunque giochi lì davanti non sfigura. Montella con gli attaccanti ci sa fare, sul resto ci sono margini di miglioramento. La tattica migliore la scelgono i calciatori e non gli allenatori. Meglio la difesa a tre. In questo modo si reggeranno prospettive e ambizioni sbandierate grazie al super mercato estivo.

La Roma risponde presente, dopo le perplessità legate al gioco. I giallorossi hanno sbagliato un quarto d’ora con l’Inter, ma qualcuno si ricorda soltanto quello. 15 minuti per una sliding door che avrebbe potuto essere diversa. Il Verona è zucchero filato, ma la partita della Roma è gonfia di elementi positivi. Dzeko salda lo sfogo verace del post Atletico segnando. Di Francesco dimostra di essere un allenatore attento e intelligente. La sua idea di calcio si fa largo.

Pellegrini, davvero brillante il suo esordio, Under ed El Sharaawy fiondano un calcio propositivo e verticale. C’è uno sforzo comune e collettivo per fare le cose per bene, senza ostruzionismi ideologici. Florenzi è il nuovo leader emotivo, tecnico e dialettico di questa Roma. Il suo rientro è stupefacente. Dopo un anno di assenza per infortunio non dimostra titubanze; è lui il vulcano di energia che trasporta la squadra fuori da polveroni insensati. Moduli a parte, alla Roma mancava un trascinatore del genere. Florenzi non è sostituibile: deve giocare sempre o spesso.

Come Pietro Pellegri, 16 anni, giovane attaccante, due gol alla Lazio e un futuro radioso. Il ragazzo ha fisico, coraggio, tecnica e grande agonismo.