Stefano Impallomeni

Altro che spareggi e rischio fallimento. L’Argentina reagisce nell’ultima partita disponibile con rabbia e orgoglio. Si vola direttamente in Russia, dietro a Brasile e Uruguay, e si scaccia la paura. Si va alla fase finale di un mondiale senza il fiato grosso e da testa di serie. La vittoria in rimonta si sintetizza nei colpi geniali di un solo uomo, che capovolge il destino di una nazione. In novanta minuti, nell’ultimo atto dal possibile inferno al paradiso. Nell’altura di Quito l’Ecuador provoca disagio, coglie un vantaggio fulmineo, prova a rovinare i piani di qualificazione, ma poi spunta l’atteso protagonista che si divora la scena come non gli era mai capitato in passato. È una vittoria speciale, pesante, storica. È una vittoria singolare, e alla distanza molto netta.

Stavolta Messi trascina l’Argentina

Lionel Messi, stavolta, non tradisce nessuno e si conferma più forte di tutti e di tutto e, perché no, più forte del mito di sempre, quel Diego Armando Maradona diventato il limite di una carriera, il suo grande complesso psicologico per un confronto mai pareggiato, non soltanto in patria. Messi, in questo caso, centra l’obiettivo. E non scappa. Non scappa via dalle responsabilità e va oltre, frantumando una soggezione consolidata, frantumandola con tutta la rabbia possibile, quasi ad eliminare un incantesimo malefico e insopportabile. Come se fosse riuscito a saldare un dazio, il più fastidioso, da pagare per quella classe immensa ricevuta da Madre Natura.

messi argentina

Messi e Mascherano, colonne dell’Argentina

Il suo rapporto con la nazionale, non c’è che dire, è davvero un mistero buffo. Un rapporto difficile soprattutto con la sua gente, con quel paese lasciato troppo presto, da ragazzino, per la Spagna, quando allora nessuno avrebbe immaginato un minimo del suo genio planetario. Messi migrante di lusso, Messi mondiale in ogni dove, ma “provinciale e normale” nella sua terra. Un non senso calcistico difficile da spiegare. Eppure, esiste sempre un bel finale. Può esistere una storia che potrebbe concludersi com’è giusto che si concluda. Esistono sempre le prime volte, anche per chi – come lui – ha saputo fare tutto, tranne che vincere un mondiale.

E ora punta al Mondiale

La notte di Quito non vale una Coppa del Mondo, ma può indirizzare un altro destino, un bel destino. Sì, forse ci siamo. Messi, questo Messi, il Messi di Quito, nel prossimo luglio a Mosca potrebbe saldare il debito con il suo popolo. Quel debito contratto a Rio per una finale persa contro la Germania, per delle Coppe America stregate in serie e per centinaia di partite buttate via senza partecipazione emotiva, senza sudore e sacrificio come visti in campo contro l’Ecuador. Sì, potrebbe arrivare la sua speciale prima volta. Messi è in grado di raggiungere Maradona. Può vincere il prossimo mondiale, perché Messi, a Quito, sa conquistare e non vincere come sapeva fare Il Pibe de Oro. Conquista tutti liberandosi di paure vistose, di colpevoli titubanze caratteriali.

Con un Messi così e un’Argentina così rabbiosa, il mondiale non sarà un sogno. Messi è sempre al passo con i tempi. Aggiorna naturalmente le opzioni negli anni e resta sempre esclusivo. In barba al glossario omologato. In barba alle seconde palle, al piede di parte, alle diagonali, al terzo uomo e via dicendo. Messi, per fortuna, ha un solo vocabolario e appartiene già alla letteratura. È nato vecchio, restando giovane nelle soluzioni e in ogni tipo di calcio. Era vecchio già a 16 anni quando praticava un calcio unico, figurarsi adesso. Forte e maturo a 16 anni, fortissimo e ambizioso a 30.

Conquistare la Russia e l’amore del suo popolo

Messi è sempre stato Messi e ce l’ha fatta a sfatare il tabù che non lo vedeva mai decisivo con la maglia della nazionale, bravo a superare in una notte diffidenze, scetticismi e critiche eccessive alla sua maniera. Questa volta ‘La Noche del Diez’ è sua, altro che di Maradona. E’ sua questa impresa straordinaria, che vale quanto un mondiale conquistato, almeno sul piano morale e simbolico. Messi, potremmo dire, è stato in grado di battere se stesso, l’altro Messi. Il Messi mogio e malinconico, senza energia e senza garra. Quello che a Rio, per le strade di Copacabana, nessun tifoso amava veramente.

Ricordi diretti, vissuti, in quelle ore che precedevano la finale delle beffe e degli errori di Higuain. La maggioranza dei tifosi era compatta: è Tevez, allora escluso, il nostro simbolo. La colpa di Messi? Di essere troppo grande per non sbagliare e di essere più “spagnolo” del dovuto, cresciuto in Europa e mai fino in fondo uno di loro. Ecco, la vittoria di Quito, questa qualificazione è dedicata a quei tifosi. Messi, in una notte speciale, la più difficile degli ultimi anni della storia del calcio argentino, è riuscito laddove aveva quasi sempre fallito. Ha segnato, ha deciso in maniera rotonda, si è scrollato di dosso il fardello di presunzioni vere e presunte. Ha saldato un debito. Ha esorcizzato una consuetudine.

maradona messi

Messi e Maradona

Sì, forse ci siamo. Leo può chiudere il cerchio in Russia. Il titolo mondiale non sarà solo un sogno se saprà giocare con questa voglia di stupire. “All’altezza di Dio” titolano alcune delle principali testate argentine. Il sentimento deflagra in una notte che prende forme importanti, sembianze di trionfi definitivi. La sua tripletta non è comune e non è soltanto numerica. Messi con le tre reti all’Ecuador sale a 61 reti centri complessivi in nazionale, sempre più primatista. Con 21 gol ( insieme a Suarez) diventa il principale marcatore delle Eliminatorias. Record su record.

Messi è pronto a diventare il prossimo Zar del calcio mondiale. Per raggiungere Maradona nei cuori e Pelè, 60 anni dopo. L’Argentina, dopo il Brasile, può vincere in Europa un mondiale dopo oltre mezzo secolo. Non sarà facile, ma la storia sa aspettare i suoi cicli e i suoi ricorsi. Ma soprattutto i suoi miti.