Stefano Impallomeni

Siamo per il progresso, e ci mancherebbe altro. Siamo per le nuove conoscenze e le applicazioni smart. Siamo a favore della possibilità di miglioramento intesa come eccellenza. Ma siamo contro le distorsioni dell’utilizzo del mezzo, di una discutibile e unilaterale discrezionalità, e di un mal funzionamento della novità che va sdoganata d’imperio senza passaggi intermedi. Siamo, per essere più chiari, contro una imperfetta gestione del bene comune, di una passione stravolta senza soluzione di continuità.

All’inizio della stagione avevamo avuto dei dubbi. Non contro il Var, ma contro la fretta di utilizzazione del Var, che non è una scienza esatta e come tale va trattata. Avevamo dei dubbi. E li conserviamo ancora. Soprattutto dopo le parole di Pierluigi Collina, capo supremo degli arbitri della Fifa, che ha dichiarato di non essere sicuro che il Var, la nuova tecnologia di supporto in campo per le situazioni più intricate, possa esordire nei prossimi mondiali in Russia, e non solo. Collina ci fa sapere di avere i nostri stessi dubbi, elevandoli di grado perché, aggiunge, in futuro il Var forse potrebbe essere anche del tutto abolito.

Le perplessità di Collina

Le sue sono state dichiarazioni passate sotto silenzio, che al contrario noi, alla luce dei nuovi episodi, vogliamo sposare in pieno. Collina, da uomo intelligente, ha colto il senso generale della questione. Il Var non è una somma esatta. È una stupenda possibilità di ridurre all’osso un errore, ed è una novità che resta sotto osservazione. Dobbiamo avere il coraggio di sottolinearlo: il Var resta sotto osservazione ed è sotto osservazione in via sperimentale. Non siamo per le divisioni, i partiti pro e contro, anche perché si tratterebbe della disputa più controproducente dell’ultimo pezzo di storia del calcio. Non siamo depositari di verità. Nel farlo saremmo ridicoli e presuntuosi. Ripetiamo, ci allineiamo al progresso, alla possibilità di riduzione di una svista, ma è evidente che ci sia ancora poca serenità di giudizio e poca preparazione nel cogliere il succo di un’azione tramite una visione di un’immagine.

Collina ci sta aiutando nel modo giusto e forse starebbe valutando altre vie virtuose. Siamo sicuri che avrà a cuore questo splendido gioco. Le sue considerazioni sono sagge e condivisibili da vero responsabile che ha meritato questo ruolo sul campo. Il nuovo che avanza va accolto con entusiasmo, non deve essere bocciato a priori, ma alla stessa stregua il Var deve essere metabolizzato specialmente da chi lo esercita e studiato meglio, perfezionato nel modo migliore possibile. Il Var, ci suggerisce Collina, non sembra essere così infallibile e non si prende a scatola chiusa. Le cose nuove vanno provate e sperimentate prima di introdurle nella giungla mediatica in cui nulla sfugge.

Meglio una sperimentazione graduale?

Ecco, sarebbe stato meglio sperimentare a fasi. Provare senza fretta e con maggiore consapevolezza, prima di un torneo intenso e pieno di interessi come quello della serie A. In Germania anche non se la passano bene e sono andati giù duri. La tagliola del Var regna sovrana in ogni dove. Non c’è ancora in Spagna. In Olanda abbiamo avuto echi clamorosi di episodi al limite della nevrastenia. E non ne facciamo una questione di merito. Il Var divide non dirime, non fa esattamente una vera giustizia. I fatti di Crotone, Roma e Milano hanno chiuso l’anno in maniera rovente, è uno stillicidio di fregature o scelte giuste che non compensano il quieto tifare.

Il calcio in questo modo perde una sua vena romantica, quel calcio che sa essere anche una metafora bellissima di vita. È uno sport straordinariamente coinvolgente che va tutelato in ogni dove e in ogni modo, perché altrimenti rischia di diventare un’eterna sospensione dell’anima e di un sentimento. Il Var, ogni giornata, ci strabilia, ci disorienta, ci fa felici e ci fa incazzare oltre il lecito. Si prende la scena, i titoli, tutto. Non è quel che speravamo. La buona fede degli arbitri è salva, ma non sembra esserlo il modo con cui si decide un destino.

Ci vuole il Signor Var

Serve la separazione delle carriere. Ci vorrebbero gli arbitri di campo e quelli da Var ai quali andrebbe fatto fare un corso specifico. Chi è di campo non può essere da Var e viceversa. Il Presidente Nicchi potrebbe propendere per questa via che darebbe più serenità a tutti. Dovrebbe essere creata una nuova figura, ossia l’arbitro 3.0, a proposito di progresso e dei tempi che cambiano. Siamo, paradossalmente, per la rivoluzione fino in fondo e non per le cose ibride. O arbitri più tecnologici possibili che fanno solo questo o torniamo come prima senza quel gesto dell’arbitro che fischia e facendo il mimo del rettangolo mette a repentaglio le coronarie di milioni di tifosi.

Il Var deve essere una cosa importante e non una giostra di tensioni che si trasformano in retropensieri complottistici. È un braccio tecnologico essenziale e non la nuova mente centrale. Il Var può stritolarti un vantaggio, un potenziale abbrivio o ti può parimenti penalizzare come il flash ritardato di una vecchia polaroid. Tempi e modi vanno rivisti. Il rischio è evitare una roulette russa che ti può devastare la psiche.

Ricordate Christopher Walken, Nik, nelle scene finali de “Il Cacciatore”, quando non riconosce più Michael, Robert de Niro,? Lui in Vietnam, senza più identità e senza sapere chi davvero fosse. Cerchiamo di non farci del male da soli. Usciamo dagli equivoci, senza personalismi e senza ghettizzazioni. Gli arbitri vanno difesi, ma devono saper anche ascoltare e fiutare la realtà. Serve un generale dietro la (il) Collina che dica se questo Var sia veramente un fattore positivo o no.