Ignazio Castellucci

La crisi politica nel Golfo Persico genera fibrillazioni anche nel calcio globale: da ieri si legge ovunque che il Mondiale del 2022 è a rischio, dopo la clamorosa presa di posizione di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Bahrein contro il Qatar, accusato di sostenere il terrorismo internazionale. Lo strappo magari rientrerà – un richiamo alla calma è prontamente arrivato da molte direzioni – ma come minimo dobbiamo porci alcune domande, non solo come osservatori del calcio globale ma soprattutto come occidentali, e italiani, che cercano di comprendere la loro posizione geopolitica di fronte alla fluidità degli eventi di questo XXI secolo.

La tensione tra i paesi del Golfo è certo altissima, e le accuse al Qatar non sono nuove. Vengono però da altri paesi della regione, tra cui l’Arabia Saudita pure accusata spesso di rapporti e interessenze con movimenti fondamentalisti, a partire da quelli con Al Qaeda e con la famiglia Bin Laden, e di gravi violazioni dei diritti umani, con le moltissime condanne a morte eseguite ogni anno e con la condizione di minorità e di grave limitazione delle libertà per le donne, ancora legate in Arabia Saudita al ruolo tradizionale e alla visione massimalista dell’Islam wahabita. Le potenze occidentali – quale più, quale meno – giocano la loro partita in Medio Oriente, anche intessendo alleanze con le potenze della regione. E viene allora da chiedersi se il Qatar sia per noi occidentali una minaccia maggiore dell’Arabia Saudita o dell’Iran; da europei e da italiani, se la scelta degli alleati nella regione fatta dagli Stati Uniti d’America corrisponda al nostro interesse geopolitico: l’Iran, ad esempio, è un paese grande, popoloso e di antichissima civiltà, con cui abbiamo legami storici e commerciali risalenti e di cui siamo uno dei principali partner economici: le sanzioni all’Iran certo ci danneggiano. L’Egitto è un paese amico, ma pure ci ha riservato qualche brutta pagina negli ultimi tempi (prima fra tutti il caso Regeni).

Volendo essere più cattivelli, viene il dubbio su come sia possibile che i paesi del Golfo e l’Egitto dispongano di informazioni non note agli apparati di intelligence degli Stati Uniti e delle altre potenze e stati occidentali (inclusa l’Italia), visti gli stretti rapporti politici e militari di questi ultimi con i primi. Quello stesso dubbio ne genera di ulteriori, ad esempio su quanto sappiamo realmente dell’Arabia Saudita e dei suoi interessi globali, e di come li persegue.

Qatar 2022 lavoro

Il Milan con la Supercoppa 2016, vinta proprio a Doha, in Qatar

E pensiamo a come questi paesi sono divenuti centri globali di finanza, affari, politica – di cui il calcio e lo sport sono oggi espressioni operative oltre che globalmente iconiche: ne sia esempio proprio il Mondiale in Qatar, voluto dalla FIFA contro le osservazioni di molti (a partire da quelle sul clima), e gli altri eventi sportivi (Formula Uno, Moto mondiale) ormai appuntamenti fissi nella regione. Le tensioni politiche spesso generano tensioni specifiche attorno a questi eventi altamente simbolici: basti ricordare le Olimpiadi di Mosca e Los Angeles, “dimezzate” dai boicottaggi incrociati di U.S.A. e U.R.S.S., o i Mondiali di calcio del 1978 in Argentina, a lungo rimasti in forse per il golpe dei militari del 1976 e le associate violazioni dei diritti umani.

Certo, oggi il peso dell’economia globale fa spesso aggio sul discorso sui diritti umani, a volte sottoposti a letture relativizzanti. D’altro canto, nessuno ha mai ventilato, negli ultimi tempi, la cancellazione o il boicottaggio dei Mondiali in Russia nonostante la presenza di uno spinossissimo dossier aperto su Crimea e Ucraina – la Russia, un altro tra i nostri grandi partner commerciali, è però sottoposta a pesanti sanzioni economiche, che ci danneggiano molto. Viene da chidersi chi decida, di volta in volta, quale sia il tipo di reazione più appropriata, e se noi italiani abbiamo abbastanza voce in capitolo o se altri decidono linee di condotta che ci riguardano da vicino: difficile non rilevare che due nostri grandi partner commerciali hanno ricevuto forti sanzioni economiche o addirittura interventi militari inopinati (cui ci siamo però prontamente accodati: è il caso della Libia nel 2011), mentre i partner di altri se la cavano con qualche deplorazione, o magari con la minaccia di boicottaggio (se questa del Qatar sarà attuata lo vedremo, ma non credo) di un evento sportivo.

Le tensioni attorno al Mondiale in Qatar fanno parte del gioco politico tra i paesi del Golfo, cui certamente partecipano gli Stati Uniti e di cui noi italiani sappiamo forse troppo poco. Sta di fatto che il dibattito di questi giorni ha a che fare con un paese cui abbiamo consegnato le chiavi di un certo numero di asset importanti delle nostre economie occidentali, ben oltre le squadre di calcio, e che pare avere un’agenda politica non interamente amichevole nei nostri confronti. E con altri paesi in opposizione a quello, di cui pure non sappiamo abbastanza. Questo dovrebbe obbligarci a ragionare anche su molti altri paesi, del Golfo e del non-Occidente, anche se alleati di nostri alleati, e valutare meglio se i fenomeni economici e finanziari del XXI secolo possano essere del tutto lasciati alla direzione economica e politica delle molte “mani invisibili”, ma non del tutto ignote, che governano i mercati globali.

O se sia invece necessario operare delle scelte tempestive, lato sensu difensive e certamente a tutela dell’interesse nazionale, ponendo attenzione al dato politico e comprendendolo in profondità nel momento in cui interagiamo con potenziali portatori di interessi contrari al nostro. Senza chiuderci in anacronistiche posizioni autarchiche, o occidente-centriche; ma senza rinunciare a capire, verificare i nostri partner e le loro agende; e soprattutto senza dimenticare la necessità di difendere le nostre tradizioni, valori, stile di vita – che hanno generato tanti prodotti politici, economici, sociali, tra cui lo sport e il calcio, di cui ora molti vogliono godere a livello globale –, anche se questo dovesse avere un costo elevato.