Augusto Ciardi

Quando nel giugno 2003 Ken Bates, contraddittorio proprietario del Chelsea vendette il club a Roman Abramovic per 140 milioni di sterline, si fiutava nell’aria l’essenza del grande cambiamento, ma era inimmaginabile pronosticare che meno di quindici anni dopo, gli stranieri avrebbero invaso l’Inghilterra, non solo in campo. Nel 1992, venticinque anni fa, c’erano appena 11 calciatori non britannici in tutta la prima divisione. Nel 2007, dieci anni fa, il numero di stranieri aveva sfondato il tetto delle 250 unità. E nel giro di quattro anni, dal 2003, la metà dei club divenne di proprietà straniera, dieci su venti, tra cui i primi 8 in classifica di Premier League. Il massimo campionato inglese è un’azienda florida, e come tale attira investitori. Perché il marchio Premier League sta al calcio come il marchio Coca-Cola sta alle bevande. Idea vincente staccarsi due decenni fa dalla Football League.

Leicester: oltre ogni previsione

Nel 1990 la BBC pagava 3 milioni di euro i diritti televisivi del campionato. Nel Triennio 2016-19 le televisioni spendono 7,12 miliardi di euro, ma sono i dati economici provenienti dall’Asia che danno una spiegazione al fenomeno che ha portato i Paesi di quell’area a investire in Inghilterra. 1,1 miliardi di euro in diritti televisivi entrano nelle casse della Premier League dall’Asia: la Thailandia (incluse Laos e Cambogia) paga 239 milioni, Singapore 222, Hong Kong e Malaysia 148 a testa, India (pacchetto unico comprendente l’irradiazione in Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Maldive) 108 milioni, Indonesia 60, Cina 38, Corea del Sud 30, Giappone 28,5. Il calcio inglese ha sfondato in Asia. Il 12 giugno 2010 con una breve nota, il presidente del Leicester, Milan Mandaric, serbo, collezionista seriale di club calcistici, annuncia la cessione alla società King Power, leader del settore duty free. Mandaric aveva rilevato tre anni prima il Leicester, risanandolo.

Il nuovo proprietario del club si chiama Vichai Srivaddhanaprabh, il nono uomo più ricco di Thailandia, che versa 40 milioni nelle tasche di Mandaric (che aveva speso 7 milioni per acquistare il club quattro anni prima), e annuncia: “entro cinque anni il Leicester sarà stabilmente nelle prime cinque posizioni di Premier League, investiremo 200 milioni in 3 anni”. È andato oltre. Con una gestione diretta, meno articolata rispetto a molti club con proprietà straniera in cui il patron al massimo si mostra in tribuna al sabato pomeriggio. Srivaddhanaprabha (Dio salvi il correttore automatico del computer dal quale scrivo che ha memorizzato il cognome del tailandese e lo “riconosce” alla terza lettera digitata), come un Berlusconi del terzo millennio atterra a centrocampo mentre i suoi ragazzi si allenano, se gli impegni professionali glielo consentono vuole incontrare i calciatori prima che firmino il contratto con la sua squadra, decide in prima persona le sorti dei tesserati: dall’esonero di Ranieri a quello del predecessore Nigel Pearson, papà di James, che nel maggio 2015 assieme ai compagni di squadra Tom Hopper e Adam Smith fu al centro di uno scandalo in terra thai, un’orgia, con insulti razzisti alle ragazze partecipanti. Il padre-padrone del Leicester li fece vendere all’istante, e prima che giugno finisse interruppe anche il rapporto di lavoro con Mister Pearson. Presenza ingombrante, per una crescita costante.

Dal 2014 al 2015 il Leicester è passato da un indebitamento di 24 milioni di euro a un utile di 37 milioni. Da un fatturato di 40 milioni di euro a ricavi per 135 milioni. Il bilancio 2016 ha raggiunto quota 168 milioni di euro. Fra diritti televisivi e partecipazione alla Champions League, i numeri in entrata e in uscita per il club prevedono ulteriori crescite.

cartellino rosso allenatore

Ranieri campione d’Inghilterra con il Leicester.

GLI AMERICANI DEL MANCHESTER UNITED
84 anni di vita vissuta fino alla scomparsa nel 2014, 4 miliardi di dollari di patrimonio, 1 moglie, 6 figli, 14 nipoti, 2 ictus e 2 società sportive. I freddi numeri di Malcolm Glazer, origini lituane, a capo di una holding nata grazie ai proventi della vendita di gioielli prodotti dalla sua famiglia. Di stanza a Miami, Glazer ha coltivato una passione per lo sport che lo ha portato dapprima a essere proprietario dei Tampa Bay Buccaneers, che nel 2002 hanno vinto il Superbowl, ora gestiti dalla moglie Linda, e nel 2005 a rilevare il Manchester United. Operazione di laverage buyout, comprare una società dando in garanzia la società stessa per ottenere credito dalle banche. Perché la scalata di Glazer al club quotato in Borsa impose, avendo ottenuto più del 30% delle quote, che il magnate statunitense rilevasse l’intera torta, per un’operazione da 1,3 miliardi di dollari.

Nel 1998 il Governo inglese mise i bastoni fra le ruote a Murdoch che tentò la stessa operazione. Glazer ce la fece ma si mise contro i puristi del tifo. Perché ha indebitato un club che aveva i conti in ordine e perché avrebbe cambiato il rapporto coi tifosi stessi, aumentando i prezzi dei biglietti e isolando le frange più ingombranti dei fans dei Red Devils. Ma Glazer non è mai stato uno spiantato spregiudicato finanziere, sapeva quale direzione avrebbe preso il suo investimento. Il suo primo anno produce un fatturato da 245 milioni, nel 2007 sfonda il muro dei 300 milioni (un miraggio per le italiane, la Juventus ci riuscirà 8 anni dopo), oggi è il club che fattura più al mondo, 679 milioni di euro, 60 milioni più di Barcellona e Real Madrid, che ha scavalcato nonostante da due anni non partecipi alla Champions League.

Lo United è anche il secondo club al mondo a pagare di più i suoi calciatori, con una media di 6,69 milioni di euro pro capite, dietro soltanto al Barça. Incassa fino a 18 milioni l’anno soltanto dalle amichevoli estive, firma un contratto di sponsorizzazione con la Chevrolet da 556 milioni di euro per 7 anni di intesa, ne ottiene 94 l’anno dall’Adidas, ha concesso la licenza per il marchio a 200 aziende in tutto il mondo, ha quotato il club a Wall Street per liquidi da iniettare nelle banche per ripianare il debito contratto (tale operazione ai Glazer ha fruttato circa 190 milioni di dollari), ha fatto di necessità virtù quando nella stessa estate ha dovuto vendere sia Cristiano Ronaldo sia Van Nisterooy. Ha vinto in media 1 trofeo l’anno, ha triplicato il valore del club, da 1 a 3 miliardi di euro. Insomma, se alle spalle hai i Glazer i debiti non fanno paura. E soprattutto non fanno rigirare nella tomba Mister Malcolm neanche le insofferenze dei nostalgici di Old Trafford che fino a due anni fa gli cantavano “muori, Glazer, muori” o fondavano lo United Of Manchester, dicendo addio alla squadra del cuore “invasa” dallo straniero.

GLI SCEICCHI DEL CITY
Non se la passano male da qualche anno neanche nella Manchester un tempo definita sfigata. Da quando è arrivato Mansur Bin Zayed, 47 anni, 1420 miliardi di euro di patrimonio, figlio di uno sceicco, fratellastro del presidente degli Emirati Arabi Uniti, 4 squadre di calcio (possiede quote dell’Al-Jazira, è proprietario degli Yokohama Marinos e dei New York City FC), 3 figli, interessi in ogni ambito, dalle banche ai cavalli, patito per il golf, il quarto yacht più lussuoso mai costruito, una vita da mille e una notte. Da far gustare ai tifosi della squadra definita fino a quel momento yo-yo team, per la tendenza poco edificante al saliscendi fra prima e seconda divisione inglese. Mansur il 1º settembre 2008 rileva il City dall’ex Primo ministro thailandese Takhsin Shinawatra. Si presenta con Robinho, annunciato lo stesso giorno, pagato 33 milioni di euro al Real Madrid. In panchina resta Mark Hughes, vecchia gloria United, che aveva firmato due mesi prima del cambio proprietà.

Continue prove di forza per lo sceicco, che a gennaio prova a strappare Kakà al Milan per 110 milioni e poi ripiega su Bellamy e Given. Il Manchester City deve crescere, è ancora distante dalle big storiche e allora si bruciano le tappe a suon di investimenti. Perché il proprietario non ha acquistato il club per speculare o per fare i conti a fine mese, il City è il suo giocattolo. Ecco allora Tevez, Santa Cruz, Lescott, Kolo Toure, Adebayor, Barry. Nel 2009 spende in una sola estate 146 milioni di euro. Ma non bastano. Ecco Roberto Mancini. Al primo anno la qualificazione in Europa League, che diventa Champions League il secondo anno, quando arrivano Balotelli, Yaya Toure, Milner, Silva, Boateng e Kolarov. Arriva anche la vittoria in FA Cup, il gol di Toure contro lo Stoke City riporta un trofeo in bacheca dopo 35 anni.

L’anno successivo arriva il titolo in Premier League. Quindi un’altra vittoria in campionato. Sono trascorsi 9 anni dal cambio proprietà, sono stati spesi sul mercato oltre 1,6 miliardi di euro, per gente come Aguero, Dzeko, De Bruyne, Gabriel Jesus, Fernandinho. I tifosi che cantano Blue Moon, dovrebbero dedicare una strofa a una donna, Amanda Staveley, all’epoca del cambio proprietà del City aveva 35 anni, un passato da fidanzata del Principe Andrew, che rinunciò alla nobiltà inglese per sposare l’alta finanza, stabilendo un rapporto privilegiato con gli arabi, convincendo Mansur Bin Zayed a scegliere il City, dopo che lo sceicco aveva pensato prima all’Arsenal, poi al Liverpool. Amanda intascò una commissione di 10 milioni di sterline per aver mediato fra Mansur e i vecchi proprietari.

ARSENAL: NON TUTTO E’ ANDATO BENE
Nell’Arsenal convivono più anime, ma a questo sono abituati. Una struttura che per decenni ha ricondotto tutto alle famiglie Hill-Wood e Bacewell-Smith, ma i tempi che cambiano hanno aperto le porte, dal 2007, agli stranieri. Con l’uomo forte Stan Kroenke, americano di origini tedesche, oggi settantenne, a scalare posizioni acquisendo quote. Arrivando nel 2009 al 29,98% delle azioni. Per poi ridimensionare il forte contraltare di Aliosha Usmanov, oligarca russo, re dell’acciaio, amico di Putin e di Bocelli, figura ingombrante per la voglia di primeggiare e di non avere ombre.

Spazzate via da Kroenke, a fronte di un investimento superiore agli 800 milioni di sterline complessivi. Kroenke è il 58º uomo più facoltoso nel mondo, sta diventando anche il 2º uomo più impopolare fra i fan dei Gunners, alle spalle di Wenger e proprio per colpa di Wenger. I motivi? Kroenke è abituato a delegare. Il suo Amministratore,, Ivan Gazidis, chiede a Wenger un’unica cosa: far quadrare i conti. Mantenendo un filo di competitività ad alti livelli della squadra, facendo chiudere i bilanci in attivo. Poco importa se per la settima volta consecutiva non ha superato gli ottavi di finale di Champions League.

Wenger Arsenal

YANKEES ANCHE A LIVERPOOL
A Liverpool sventola la bandiera statunitense. Ma nel 2010 i tifosi dei Reds furono felici di ammainare quella di George Gillett e Tom Hicks, già proprietari di club di hockey e baseball, che nel 2007 investirono 720 milioni di euro, indebitando il Liverpool di 290 milioni di euro con la Bank Of Scotland. In extremis, proprio il giorno ultimo per saldare l’istituto di credito che era pronto a far partire l’ingiunzione di pagamento, ecco la New England Sports Ventures, oggi Fenwey Sports Group, con a capo John Henry e Tom Werner. Un fondo a capo del Liverpool. Mantenuto a ottimi ma non eccellenti livelli. In grado di comprare dopo aver venduto (a peso d’oro la cessione di Suarez al Barcellona), un fatturato da 404 milioni di euro, il 9º in Europa.

Torniamo al Chelsea, e ad Abramovic, che ha fatto da apripista agli stranieri alla conquista della Premier League. 151º uomo più ricco del mondo secondo Forbes, 7,8 miliardi di euro di patrimonio personale, affari petroliferi che lo hanno reso multimilionario dopo aver ceduto la Sibneft alla Gazprom per 13 miliardi di dollari, Abramovic ha rischiato più fuori che dentro il campo, dovendo divorziare dalla moglie Irina che aveva chiesto la metà dei beni del consorte. Che se l’è cavata pagandole una “buonuscita” di 300 milioni di euro. Dal 2003 il suo Chelsea è il club che ha vinto di più fra le inglesi. Ha speso oltre 1,4 miliardi di euro in calciatori, vincendo l’unica Champions League nel 2012, in una delle stagioni in cui aveva investito meno danari. Ha il merito di scegliere professionisti di eccellenza per i ruoli chiave. Appena sbarcato a Londra cooptò Peter Kenyon, top manager del Manchester United. E da Mourinho a Conte difficilmente ha sbagliato allenatore. Quasi 500 milioni di euro fatturato per un club che prima che arrivasse il russo si allenava nel campo da calcio di Halrington, a due passi dall’aeroporto di Heatrow, sostituito dall’avveniristico centro Training di Cobham, su cui ha investito oltre 40 milioni di euro. Alle viste c’è l’accordo da circa 70 milioni l’anno con la Nike e il nuovo Stamford Bridge. E possibile partnership coi cinesi della HNA Group, interessati al 15% del club.

15 società su 20 in Inghilterra hanno proprietà straniera: 6 statunitensi (Liverpool, Arsenal, Manchester United, Crystal Palace, Swansea e Sunderland), 2 russe (Chelsea, Bournemouth), 1 a testa per Italia (Watford), Cina (West Bromwich Albion), Iran (Everton), Svizzera (Southampton), Egitto (Hull City), Thailandia (Leicester), Emirati Arabi (Manchester City).

DOVE PAGANO LE TASSE?
Arrivano, comprano, fanno girare soldi, vincono, ma per le tasse sfruttano fiscalità agevolate. Le società a cui fanno capo la maggior parte dei club con proprietà straniera, hanno sede in località con tassazione minima se non nulla. Da Abu Dhabi per il City alle Cayman per Il Manchester United al Delawere per il Liverpool.