Augusto Ciardi

In Spagna è molto difficile che passi lo straniero. L’azionariato popolare premia la collegialità, gli statuti dei club scoraggiano investitori non iberici che però negli ultimi anni si sono palesati attraverso partecipazioni, con iniezioni di liquidi attraverso sponsorizzazioni multimilionarie o entrando nel business degli stadi. Centinaia di migliaia di soci eleggono i loro rappresentanti e ogni quattro anni vanno alle urne per eleggere il presidente del club. Per essere presidente in Spagna devi avere rapporti privilegiati con le banche, che per foraggiare i club di calcio hanno concesso prestiti multimilionari che hanno intaccato la stabilità del sistema creditizio, essendo spesso il calcio un investimento a perdere, al punto da dover richiedere l’intervento dell’Unione Europea per salvare gli istituti di credito da pericolosi crolli.

Barça: mes que un club

Quattro club spagnoli, Barcellona, Real Madrid, Athletic Bilbao e Osasuna, sono costituiti come SAD (Sociedad Anonima Deportiva), senza fini di lucro. Quindi i soci partecipano direttamente con il club e non con terze persone che fanno da legame tra il club e i soci. Essere socio del Barcellona significa appartenere a un popolo. Il club è il più importante veicolo dell’essenza catalana e viene retto come fosse uno Stato, i soci-tifosi sono i cittadini-elettori che nominano i rappresentanti e ogni 4 anni eleggono il presidente. Fondato nel 1899, il club vanta una media di 165 mila soci. In questo caso l’elezione del presidente è a suffragio universale, per sceglierlo bisogna avere almeno un anno di anzianità ed essere maggiorenni. Il presidente guida le riunioni dell’Assemblea generale e del Comitato direttivo, fondamentali per la gestione del club e delle attività sociali del sodalizio. Lo stesso Comitato direttivo si rinnova con le elezioni quadriennali, e i suoi membri sono presentati dal presidente in un numero compreso fra 14 e 21. Nel 2013 è stato modificato lo statuto affinché la Junta Directiva si impegnasse a mantenere il patrimonio netto del club. Già 23 anni prima una legge nazionale stabiliva che il Consiglio di Amministrazione avesse l’onere di garantire il 15% delle spese del club, stabilite di anno in anno a inizio stagione. Ogni anno le quote dei soci portano nelle casse del Barcellona fra i 15 e i 20 milioni di euro. Le quote variano in base alla fascia di età. Da 0 a 1 anno la quota è di 43 euro, da 1 a 5 anni 44 euro da 6 a 15 anni 88 euro, da 15 anni in poi la quota associativa è di 180 euro. Essere soci oltre a concedere un minimo di voce in capitolo, consente di avere agevolazioni economiche per seguire la squadra e corsie preferenziali per ottenere, per esempio, biglietti delle singole partite. I soci che si candidano a presidente sono benestanti, alle spalle hanno comitati che si muovono con le movenze dei comitati che supportano i partiti politici per le elezioni governative, sono appoggiati da banche e gruppi di imprenditori; e durante i sette giorni di campagne elettorali dispendiose (non a carico del club ma dei singoli), espongono dettagliatamente i programmi elettorali, annunciando l’uomo che guiderà la dirigenza, svelando il nome del calciatore simbolo che intende acquistare (il Direttivo del club deve avallare ogni acquisto) e i progetti legati alla vita sportiva e sociale della società, sia che riguardino iniziative di beneficenza, sia che coinvolgano operazioni edilizie per lo sviluppo di attività che mantengano il Barcellona fra i primi club al mondo per ricavi.

Lo spogliatoio del Barça festeggia la vittoria nel Clasico (ph. presa dalla pagina Facebook ufficiale del Barcellona)

In questo contesto apparentemente complesso, il Barcellona non avrà mai un presidente straniero, e manco a dirlo non avrà mai un proprietario che non sia appartenente a quella terra, che non abbia rapporti con le banche catalane. Ma anche il Barcellona col passare degli anni ha aperto la porta a partner forestieri. Nel 2011 raggiunge un accordo pluriennale (scade il prossimo 30 giugno) con la Qatar Sport Investment: 170 milioni di euro. Le prime due stagioni la società qatariota “sporca” la maglia scrivendo sul petto di Messi e compagni il nome di un’associazione no profit, la Qatar Foundation, che dal 2013 verrà sostituita dalla Qatar Airways. Precedentemente soltanto per l’Unicef il Barcellona aveva fatto un’eccezione. Dopo 110 anni, il Barça cede ai soldi, ovviamente degli emiri. Che verranno sostituiti, dal primo luglio, dai giapponesi dalla Rakuten, colosso dell’e-commerce. Contratto firmato dal fondatore dell’azienda asiatica, Hiroshi Mikitani, e dal presidente del Barcellona, Josep Maria Bartomeu. 56 milioni di euro a stagione fino al 2021-22, più 5 milioni per ogni Champions League vinta, più 1,8 milioni per ogni Liga vinta. Seconda sponsorizzazione più ricca dopo quella della Chevrolet per il Manchester United. Sponsor visibile sulla maglia, sponsor meno visibile perché stampato all’interno della maglia. Sempre con partner stranieri. Dal 2013 la Intel, società statunitense, versa 18 milioni di euro a stagione per la scritta non visibile a meno che il calciatore del Barcellona non esulti alla Ravanelli.

MADRID: MODELLO REAL
97 mila soci, quota media per esserlo 150 euro l’anno. Il modello Real Madrid non si discosta da quello del Barcellona. Una media company. Il coinvolgimento di migliaia di persone che nominano i propri rappresentanti. Ognuno nel suo piccolo che contribuisce alla crescita di uno dei club più ricchi e vincenti al mondo. Il 47% del fatturato costituito dai ricavi commerciali. Solo in questo settore sono ammessi investitori stranieri. Se il Barcellona è il vanto della Catalogna, il Real lo è per la Castiglia, lo si accosta ai reali spagnoli, si accostano le ricchezze economiche alle facilitazioni nei rapporti con gli istituti di credito. E con le normative fiscali del Paese. Non a caso nel 2005 fu varata la cosiddetta Legge Beckham. Che consentì (è stata abrogata nel 2010) ai lavoratori stranieri che lavoravano in Spagna almeno 181 giorni l’anno, di pagare le tasse con un’aliquota di tassazione ridotta dal 43% al 24%. Per lavoratori da almeno 600 mila euro l’anno. Al Governo c’era Aznar. In quegli anni i club spagnoli che al lordo pagavano la metà delle tasse di quelli Italiani e inglesi, portarono nella Liga,oltre e Beckham, Cristiano Ronaldo, Kakà, Ibrahimovic. Con queste agevolazioni, avere un socio forte straniero non serve. Lo dicono i fatturati perennemente in crescita della Casa Blanca. In sella al momento c’è Florentino Perez, ingegnere a capo di una società di costruzioni, impegnato politicamente nel partito centrista spagnolo, sconfitto negli anni 90 da Mendoza per la poltrona di presidente del Real Madrid, riuscì a farcela nel 2000 succedendo a Sanz. È il presidente dei grandi acquisti. Si presentò con Figo, ha vestito di bianco Zidane, Ronaldo, Owen. E poi Kakà, Cristiano Ronaldo, Benzema, Xabi Alonso, Bale, Rodriguez. Madrid vietata agli stranieri? Dipende. Nel Direttivo non c’e spazio, per le partnership ben vengano. L’Adidas, sponsor tecnico, fino al 2020 versa 40 milioni di euro a stagione. Ma il marchio Real ha talmente appeal che con tre anni in anticipo è già partita l’asta per vestire le meringhe. E in attesa della nuova offerta dell’azienda tedesca, ecco dagli Stati Uniti quella della Under Armour. Quattro volte superiore a quella dell’Adidas: 160 milioni netti a stagione.

real campione champions

Per trovare stranieri nei club spagnoli che contano bisogna restare a Madrid. Il 20% dell’Atletico è di Wang Jianlin, patron della Wanda, il colosso che nel marzo del 2015, in cinque ore, dalle 9 alle 14, ha fatto lavorare alacremente la Giunta straordinaria del club per cambiare lo statuto e permettere l’acquisizione di 726707 azioni, al costo di 61,9 euro l’una, per una spesa complessiva di 45 milioni di euro. La Wanda Madrid Investment SL con il suo 20% è il secondo socio per numero di azioni alle spalle di Miguel Angel Gil Marin, che detiene il 48,81% delle quote, mentre il presidente del club, Enrique Cerezo, ha il 17,90%. Per ora i cinesi supportano solo economicamente l’Atletico, ma hanno intenzione di aumentare il proprio peso specifico. Attratti anche dal business stadio, il Wanda Metropolitano che da settembre ospiterà le gare casalinghe dei biancorossi, 67 mila posti a sedere, nato dalle ceneri dell’Olimpico di Madrid, poco sfruttato fino a quando il club nel 2015 ha avviato i lavori dopo aver acquistato la struttura dal Comune della città.

modello atletico madrid

Il Vicente Calderon, stadio dove gioca l’Atletico Madrid.

Un anno fa, dopo 7 stagioni, il Granada ha smesso di far parte dei club della famiglia Pozzo. Che ha venduto ai cinesi della Desport. Operazione ratificata a Londra, quartier generale di Gino, figlio del patron Gian Paolo, da dove controlla il Watford, l’altro club ancora nel portafogli della famiglia. Costo dell’operazione: 37 milioni di euro, praticamente la cifra annuale incassata dal Granada per i diritti televisivi. Non è cambiata la politica del club, la squadra così come coi Pozzo continua a essere una sorta di ponte (in questo caso per la Cina) di calciatori giovani e sudamericani, da forgiare in Europa. La Desport è una società leader nel marketing, che in patria ha avuto un ruolo di prim’ordine per le Olimpiadi del 2008 ma anche per il tennis locale. Presidenza illuminata quella dei Pozzo, che acquistò il Granada in pessime acque, e grazie a due promozioni in due anni riportò la squadra andalusa in Liga a distanza di 35 stagioni. La Desport, che ora è chiamata a dare continuità, che conta fra i suoi consulenti sportivi anche Hernan Crespo, sta guardando anche all’Italia, manifestando interesse nei confronti del Parma.

VALENCIA E LA GESTIONE LIM
1,6 miliardi di dollari di fatturato. Ottavo uomo più ricco di Singapore, Peter Lim dal maggio 2014 è azionista di maggioranza del Valencia. Ancora per quanto è da verificare perché sempre più insistentemente si parla di un suo disimpegno in cambio di appena 3 milioni di euro. Business sbagliato quello spagnolo? Di sicuro a Lim il calcio piace, essendo già proprietario del Salford City in Inghilterra, avendo rapporti di amicizia e di lavoro con molti protagonisti del Manchester United arrivati in prima squadra a inizio anni 90: non fu un caso anomalo che Gary Neville lo scorso anno per un periodo abbia allenato il Valencia, essendo l’ex terzino socio di Lim. Prime avvisaglie di crisi lo scorso gennaio, quando il club ha salutato, per dimissioni, sia Prandelli appena arrivato per allenarlo, sia il Direttore sportivo. Molti dubbi sulla natura della gestione Lim, molto amico anche dell’agente (riduttivo oramai chiamarlo agente) Jorge Mendes. Nel settembre 2015 la nuova proprietà ha effettuato un aumento di capitale di 150 milioni di euro. In quei giorni l’ex vicepresidente Zorio ha presentato una denuncia al fisco per delitti amministrativi da imputare proprio a Lim, Mendes e all’ex presidente Amedeo Salvo, per appropriazione indebita e corruzione, per i profitti tratti da Lim dai 100 milioni di euro prestati dalla sua società al Valencia all’atto dell’acquisto, e per i vantaggi tratti da Mendes nella compravendita di calciatori facenti parte della sua scuderia rinomata.

IL SOGNO TRAMONTATO DEL MALAGA
36 milioni di euro per rilevare il club. 85 milioni di euro per reclutare Van Nistelrooy sul viale del tramonto, Santi Cazorla, Toulalan, Monreal, Maresca, Julio Baptista. Un quarto posto con accesso in Champions League. Fra il 2010 e il 2012 il Malaga ha sognato a occhi aperti, dopo l’arrivo dello sceicco Al Thani, cugino del proprietario del Paris Saint-Germain. Sogni destinati a durare poco perché il disimpegno annunciato prima e poi trasformato in netto ridimensionamento, è stato rapido e brusco, una volta resosi conto che per competere con le superpotenze iberiche servivano molto più dei 70 milioni che Al Thani aveva deciso di stanziare ogni anno. La scure del Fair Play Finanziario che nel 2013-14 esclude il Malaga dall’Europa League nonostante il sesto posto, a causa di reiterazione nel non pagare gli stipendi. Acque perennemente agitate. Come quelle del Mar Tirreno, quando in un recente passato il nome di Al Thani è stato accostato per possibili partnership con Napoli e Cagliari. Memori dell’esperienza malaguena, molti tifosi delle due squadre italiane hanno sperato che le voci sullo sceicco capriccioso fossero, appunto, soltanto voci.

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