Adriano Stabile

Emblema del calciatore che “ce l’ha fatta”, Antonino Asta, 46 anni, oggi è un allenatore emergente che sta superando la ferita del secondo esonero della sua carriera. Dopo le positive esperienze nelle giovanili del Torino, nel Monza e nel Bassano Virtus, gli è andata meno bene con il Lecce e nel Feralpisalò, che lo ha improvvisamente rimosso dalla panchina il 7 febbraio scorso. Antonino Asta però è un combattente, abituato alla gavetta, a lottare per raggiungere i propri traguardi e i propri sogni. Da calciatore è diventato simbolo di perseveranza scalando tutte le categorie del nostro calcio, arrivando fino alla Serie A, con il Torino, alla soglia dei 29 anni di età, e in nazionale a 31 anni suonati.

Nulla è impossibile per Antonino Asta

Antonino Asta allenatore

Antonino Asta ha giocato nel Torino tra il 1997 e il 2002

Da giocatore lei è riuscito in un’incredibile scalata. Si riconosce nella figura di chi “ce l’ha fatta” con la gavetta e il sacrificio?
«Sì, certo. Ho fatto tutta la trafila partendo dalla Prima Categoria. Poi Promozione, Interregionale, le vecchie Serie C2 e C1, Serie B, Serie A fino a giocare una partita in nazionale. È stata una soddisfazione incredibile: la mia storia è la dimostrazione che con impegno, sacrificio e un po’ di fortuna si possono ottenere ottimi risultati».

Da allenatore le è mai accaduto di citare se stesso come esempio per motivare i suoi giocatori?
«I giocatori si informano sui propri allenatori quindi conoscono la mia storia. Però mi è capitato di farlo, soprattutto con calciatori che attraversavano momenti negativi. Per spronarli mi è capitato di raccontare anche la storia di Moreno Torricelli, che è passato dalla Serie D alla Juve e alla nazionale. Un tempo nel calcio il treno buono passava una volta soltanto, ora non è più così, ci sono tante opportunità: una partita fatta male non preclude una carriera».

«Per spronare i miei giocatori, soprattutto in momenti negativi, mi è capitato di raccontare la mia storia o quella di Moreno Torricelli, passato dalla Serie D fino alla Juve e alla nazionale»

Lei è di Alcamo, in Sicilia, ma milanese d’adozione, giusto?
«Sì, mi sono trasferito a Milano da bambino. Da ragazzo lavoravo nel bar di famiglia e giocavo a pallone: iniziai nell’Aldini, nota società del Milanese. Sognavo di fare il calciatore e pian piano, ogni anno, sono salito di categoria fino a diventare professionista».

Quanto è importante la gavetta per un calciatore e anche per un allenatore?
«Ti dà un vissuto importante, qualsiasi ruolo tu possa ricoprire. I momenti difficili, quando pensi che il tuo sogno non si possa avverare, ti fortificano. Quando superi i periodi negativi ti senti quasi “invincibile”. Sono fiero di quello che ho passato, non ho mollato mai, ma serve anche un po’ di fortuna. Forse qualcuno dall’alto mi ha baciato la fronte e mi ha aiutato».

È vero che fu Gigi Radice a segnalarla al Torino nel 1997?
«Gira da tempo questa storia, ma tuttora, dopo 20 anni, non so se sia la verità. Può essere perché il Toro mi prese dal Monza, con cui avevo vinto il campionato di Serie C1, allenato da Radice».

«Non so se fu davvero Gigi Radice a segnalarmi al Torino, ma quando mi chiamarono non ci pensai un attimo ad andare. Fu un sogno indescrivibile: avrei firmato in bianco qualsiasi tipo di contratto»

Come fu il primo impatto con il Torino, una squadra ricca di leggenda?
«Quando mi chiamarono non esitai un attimo ad andare. Ero già appagato semplicemente perché ero diventato un calciatore professionista. Fu un sogno indescrivibile: quando mi chiamò Beppe Galli, il mio procuratore di allora, gli dissi che non mi interessavano i soldi, avrei firmato in bianco qualsiasi tipo contratto con i granata. L’inizio fu buono, poi iniziai a giocare un po’ meno, però non notai troppo la differenza di categoria, dalla C1 del Monza alla Serie B nel Torino. A quel punto volevo giocare anche in Serie A: ci sono riuscito con i granata».

Che ricordi ha delle promozioni in Serie A con il Torino, nel 1999 e nel 2001?
«In quegli anni il Toro saliva e scendeva tra Serie A e B. Mi porto con piacere il ricordo del fatto che con me i granata sono stati promossi due volte in Serie A mentre quando sono retrocessi io non c’ero: una prima volta ero in prestito al Napoli e una seconda ero andato al Palermo. Ho ricordi belli delle promozioni, ma c’era anche il pensiero che la casa naturale del Torino doveva essere la Serie A. Non stavamo scrivendo la storia come è accaduto, per esempio, con la promozione in A del Crotone. Portare il Torino in Serie A era semplicemente il nostro dovere».

«Napoli è una piazza caldissima, la città vive di calcio a tutte le ore. Ho passato là sei mesi intensi: al San Paolo venivano in 70-80 mila»

Ha provato sensazioni analoghe con la promozione in Serie A nel Napoli del 2000?
«Là fu un po’ diverso perché la piazza è caldissima. La città vive di calcio la mattina, la sera e la notte. Ricordo il San Paolo pieno con 70-80 mila spettatori, in occasione delle partite con Brescia e Genoa (le ultime due giornate di campionato, n.d.r.), fu qualcosa di incredibile in Serie B. Arrivai a gennaio in un momento difficile, mi volle fortemente il tecnico Novellino. Facemmo un girone di ritorno straordinario, furono sei mesi intensi e indimenticabili. Poi tornai al Toro perché ero in comproprietà»

Quali erano le sue caratteristiche da calciatore?
«Il mio ruolo ideale era esterno alto di destra nel 4-4-2. Sono sempre stato un giocatore di quantità, facevo qualche assist e pochi gol. Ero una tipica ala destra di una volta, con una progressione importante. Avevo la qualità di arrivare sul fondo e mettere in mezzo qualche buon cross per gli attaccanti».

«Arrivare in nazionale fu un’emozione incredibile. E poi il ct era Trapattoni, fu speciale per uno che da ragazzo andava allo stadio a vedere l’Inter dei record»

Cosa ricorda della sua unica presenza in azzurro, da titolare, in occasione di Italia-Stati Uniti del 13 febbraio 2002?
«La mia carriera da calciatore doveva avere un lieto fino e quella chiamata in nazionale, dopo essere partito dalla Prima Categoria, lo fu. Ricordo un’emozione incredibile, mi chiamò Trapattoni perché in quella stagione stavo facendo molto bene. Io e Marazzina eravamo i nuovi di quella partita. Se ne parlò su tutti i giornali, fu gratificante. Peraltro si giocava a Catania, nella mia Sicilia, vincemmo 1-0 con gol di Del Piero».

L’essere stato chiamato da Giovanni Trapattoni aveva un significato particolare.
«Sì perché da ragazzino ero interista e mio padre portava sempre me e mio fratello allo stadio a vedere i nerazzurri. Ho vissuto tutto lo scudetto dei record del 1988-89, quando Trapattoni allenava l’Inter. Il fatto che mi avesse chiamato lui in nazionale aveva un significato speciale per me».

Non ci dica che non ha sperato di andare ai Mondiali, che si giocavano proprio in quel 2002.
«A dir la verità giocai male quella partita contro gli Stati Uniti, come tutta la squadra, però c’era quella possibilità. Trapattoni mi disse che avrebbe continuato a seguirmi in campionato. Il rammarico c’è perché due settimane più tardi mi feci male a una caviglia nel derby (Torino-Juve 2-2 del 24 febbraio 2002, quello delle corna di Maresca, n.d.r.) e rimasi fermo per un mese e mezzo. Mi sono bruciato così quell’opportunità, ma mi risulta difficile parlare di sfortuna quando penso alla mia carriera».

«La rescissione del contratto con il Palermo mi è dispiaciuta a livello umano: era un loro diritto, ma si sarebbero potute trovare altre soluzioni. Avevo dato il massimo per loro, restando in campo nonostante una frattura a una caviglia»

Antonino Asta Palermo

Antonino Asta nel Palermo 2002-03

La sua carriera si è conclusa a Palermo, con un altro infortunio alla caviglia e la rescissione del contratto da parte del club rosanero. Le è dispiaciuto questo epilogo?
«Mi è dispiaciuto a livello umano. Mi ero fatto male giocando per il Palermo, non mentre ero al mare o in montagna. Accadde a Lecce, in una partita decisiva per la promozione in Serie A (Lecce-Palermo 3-0 del 7 giugno 2003, n.d.r.). Sono rimasto in campo fino alla fine nonostante l’infortunio (frattura dell’astragalo, n.d.r.) perché non avevamo più cambi da fare. Probabilmente in questo modo ho anche peggiorato la situazione: in quel momento però pensavo soltanto a dare il massimo per la mia squadra. Dopo sei mesi di inattività il Palermo ha rescisso il mio contratto, era un loro diritto, ma il fatto che si siano avvalsi di quel diritto mi è dispiaciuto. Con il mio avvocato mi sono tutelato: vincemmo in primo e secondo grado, poi non andammo avanti e ci fu una risoluzione consensuale del contratto. Non era una questione economica, in casi del genere sono gli uomini a perdere. Si sarebbero potute trovare altre soluzioni: per me fu una delusione dal punto di vista umano».

Antonino Asta Feralpi

Asta sulla panchina del Feralpisalò, che lo ha esonerato a febbraio scorso

Qual è il credo tattico di Antonino Asta allenatore?
«Inizialmente preferivo il 4-4-2 con i due esterni che giocavano come me. Negli ultimi anni sono diventato più versatile, non sono più fossilizzato in un solo modulo: è fondamentale per tutti gli allenatori saper cambiare, anche durante una gara, perché a volte ti ritrovi a fare delle vere e proprie partite a scacchi con il tecnico avversario».

Alla guida del Bassano Virtus, nel 2015, ha sfiorato promozione in Serie B. Prevale il rammarico per l’occasione sfumata o il ricordo di una bella stagione?
«Al mio arrivo notai subito che avevo una squadra che avrebbe potuto ottenere risultati importanti. Non avrei mai pensato però di arrivare a pari punti con il Novara e perdere la promozione diretta in Serie B per gli scontri diretti (poi ai playoff il Bassano fu battuto dal Como, n.d.r.). Mi tengo dentro entrambi i sentimenti: aver fatto qualcosa di incredibile, ma mi resterà sempre l’enorme rammarico di non aver portato a termine l’impresa».

«Da allenatore ho iniziato con il 4-4-2 ma ora sono più versatile. Bisogna sapere cambiare modulo anche durante un incontro come in una partita a scacchi. Il mio esonero al Feralpisalò? Una mazzata ingiusta. Non mi hanno dato ancora una vera spiegazione: eravamo in piena corsa per i nostri obiettivi, mi hanno detto che pagavo per un paio di posizioni indietro e 45 minuti giocati male con il Gubbio»

Meno di un mese fa è stato esonerato dal Feralpisalò, in Lega Pro. Cosa non ha funzionato?
«A Lecce, nella scorsa stagione, ci poteva stare il mio esonero, ma quella di Salò è stata una delusione grande: la mia mazzata più grossa da allenatore. Stavolta l’esonero non ha avuto senso, faccio fatica a capire cosa sia successo e non ho avuto spiegazioni: eravamo in piena corsa per i nostri obiettivi, venivamo da due vittorie in tre partite. A un certo punto eravamo primi in classifica in un girone molto competitivo, con Parma, Reggiana, Padova e Venezia. Forse in società hanno iniziato a pensare troppo in grande, ma io li avevo avvertiti che con il passare del tempo i valori reali sarebbe venuti a galla. Comunque eravamo ancora là, in zona playoff, avevamo fatto un buon mercato di riparazione e con i giocatori avevo un rapporto sereno. È stato un esonero ingiusto e inaspettato, senza motivazioni: i dirigenti del club mi hanno detto che volevano essere un paio di posizioni più su in classifica e che non sono piaciuti i 45 minuti contro il Gubbio (il 5 febbraio scorso il Feralpisalò ha perso 3-1 con gli umbri, n.d.r.). Sono spiegazioni che lasciano il tempo che trovano. Forse un giorno mi diranno cosa è successo davvero».

Come vive la precarietà degli allenatori?
«Quando ho cominciato a lavorare da allenatore sapevo di dipendere dai risultati. Non mi sento impreparato, però, come dicevo prima, diventa dura quando non trovi un motivo valido per un esonero. Prendete il caso di Claudio Ranieri: ha fatto entrare il Leicester nella storia e adesso lo hanno esonerato; è allucinante e paradossale».

Cosa le riserverà il futuro?
«L’anno scorso Lippi mi disse che uno diventa davvero allenatore quando viene esonerato. Purtroppo è vero: mi capiterà ancora e tutto aiuta alla crescita. Conto di rimettermi in pista prossimamente».

Il suo sogno è allenare in Serie A il Torino?
«Sì, l’ho sempre detto: sogno di potermi sedere per almeno un giorno sulla panchina del Toro, sarebbe il coronamento anche della mia carriera da allenatore. Per arrivare a questo però, come per la mia vita da calciatore, devo fare ancora il mio percorso. Tutti comunque devono avere un sogno da inseguire».