Adriano Stabile

Dario Aita è un attore siciliano e per questo particolarmente coinvolto nel parlare delle storie, non di rado controverse, della propria terra. Il 5 settembre lo vedremo in televisione, su Rai 1, raccontare in un docufilm (con la regia di Maurizio Sciarra) la vita, l’impegno politico e la morte di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia assassinato nel 1980 su mandato di Cosa Nostra. Aita sarà la voce narrante, una sorta di conduttore-intervistatore nell’arco della storia, che si inserisce in una serie di quattro docufilm di un’ora intitolati “Nel nome del popolo italiano” (gli altri sono dedicati a Vittorio Occorsio, Marco Biagi e Natale De Grazia e andranno tutti in onda tra il 4 e il 7 settembre).

Il docufilm con Aita su Piersanti Mattarella

Trentenne nato a Palermo, Dario Aita ha lavorato in film come “La prima linea” (2009), “Grand Hotel” (2015), “Caffè” (2016) e “La cena di Natale” (2016), interpretando poi i personaggi di Bernardo e Rosario, rispettivamente, nelle serie tv “Questo nostro amore” e “La mafia uccide solo d’estate”. Adesso invece si cimenta in un ruolo nuovo, sviscerando, come un giornalista d’inchiesta, aspetti umani e politici di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica, ucciso a 44 anni dalla mafia.

Aita ha incontrato i famigliari di Mattarella (i nipoti, ma non il capo dello Stato Sergio Mattarella), politici (tra gli altri Pietro Grasso, Leoluca Orlando e Achille Occhetto), giornalisti e magistrati (Giuseppe Pignatone) per far luce sulla figura di questo esponente della D.C. apertamente impegnato contro le organizzazioni criminali.
In un’intervista esclusiva Dario Aita ci rivela le emozioni provate nel lavorare alla serie “Nel nome del popolo italiano” e ammette di avere un rapporto conflittuale con lo sport.

Intervista esclusiva a Dario Aita

Sei la voce narrante nel docufilm su Piersanti Mattarella. Un attore come te cosa ha trovato di nuovo nell’interpretare questo ruolo?
«Preferisco dire che non sono la voce narrante, ma “l’orecchio ascoltante”. Questo aspetto cambia molto l’approccio che ho avuto al lavoro. Quando mi hanno contattato per questo progetto mi sono domandato cosa ero chiamato a fare. All’inizio non era chiaro: dovevo essere un narratore, ma andando avanti mi sono accorto che ero soprattutto un ascoltatore. Ho fatto domande a varie personalità che sono state in contatto con Piersanti Mattarella e ho ascoltato da loro testimonianze, racconti e aneddoti. Io non sono altro che lo sguardo attraverso cui il pubblico vede questa storia».

Mattarella è stato ucciso il 6 gennaio 1980 e tu sei nato nell’87. Hai dovuto studiare quest’uomo politico per lavorare al docufim su di lui?
«Sì, ho dovuto studiarlo anche perché, pur facendo parte della storia politica siciliana, non avevo mai avuto modo di approfondire la sua figura. Ho studiato l’uomo politico attraverso le fonti scritte e ho approfondito l’aspetto umano grazie ai nipoti che ho incontrato durante la realizzazione del documentario del quale fanno parte anche loro. Sono stati gentili a mettersi in ballo rispetto a questa storia».

Dario Aita Mattarella

Dario Aita, a sinistra, con un nipote di Piersanti Mattarella

Tu sei siciliano, nato a Palermo, e la storia di Mattarella è prettamente siciliana. Che tipo di legame hai con la tua terra, tanto bella quanto controversa?
«All’inizio, con la produttrice Gloria (Gloria Giorgianni, n.d.r.), abbiamo parlato del fatto che i giovani vanno via dalla propria terra. Lei è di Palermo e conosce benissimo il rapporto conflittuale che c’è con questa città: è lo stesso che ho anch’io. Tanto è vero che non vivo più a Palermo da una decina d’anni, più o meno da quando sono diventato maggiorenne; per fare il mio lavoro sono andato da un’altra parte. La Sicilia è una terra meravigliosa, dove però non è facile trovare la propria strada. Abbiamo un rapporto di amore e odio con la nostra terra».

«Credo che in Italia si diventi eroi soltanto da morti. Dovremmo imparare a chiamare eroi anche i vivi. La sua condizione di salvatore pone tutti gli altri in una posizione di minore responsabilità. Piersanti Mattarella? Mi piace vederlo come un uomo dalla sconfinata passione per ciò che faceva»

Nei quattro docufilm di “Nel nome del popolo italiano” si raccontano storie di eroi assassinati perché facevano bene il proprio lavoro. Non c’è il rischio di lasciare un messaggio triste al pubblico?
«Credo che in Italia si diventi eroi come quando si diventa santi: cioè da morti. Dovremmo chiamare molto di più eroi i vivi, piuttosto che i morti. Qualcuno diceva “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”(frase mutuata dalla “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht”, n.d.r.). Credo che nella parola eroe ci sia qualcosa di crudele, che ci comunica l’esistenza di una società che ha bisogno di essere salvata. L’eroe, per essere tale, molto spesso deve essere morto e molto spesso muore da solo. La solitudine dell’eroe, l’elevarlo al ruolo di salvatore, pone tutti gli altri in una dimensione di minore responsabilità. Gli eroi, come Piersanti Mattarella, mi piace vederli come uomini dalla sconfinata passione per ciò che fanno».

«Lo sport? Seguo ogni tanto la nazionale di calcio. Sono un ex pigro, quando inizio ad allenarmi poi smetto, però sono terribilmente attivo fisicamente da attore. E qualche volta vado a correre o gioco a calcetto»

In Italia, per tanti giovani, gli eroi sono i campioni dello sport. Che rapporto hai con lo sport da spettatore e da praticante?
«Non seguo quasi nessun tipo di sport, a parte ogni tanto qualche bella partita della nazionale di calcio. Per quanto riguarda l’attività fisica ho un passato da super pigro e ancora adesso ho difficoltà con la pratica sportiva nel vero senso della parola. Non amo le strutture ordinate e la routine perciò comincio ad allenarmi e poi smetto. Allo stesso tempo però sono terribilmente attivo fisicamente da tanti punti di vista: più o meno sono sempre in allenamento».

Che attività fai nello specifico?
«Nel mio lavoro di attore mi capita di fare qualsiasi cosa, spesso in situazioni di impegno fisico. E poi cerco di differenziare il mio approccio all’attività: vado a correre e ogni tanto gioco a calcetto».