Paolo Valenti

Dino Zoff compie 75 anni: mito del nostro calcio, per tre lustri portiere della nazionale e campione del mondo in azzurro nel 1982 a 40 anni, unico giocatore italiano ad aver conquistato titolo iridato e continentale (quest’ultimo nel 1968). Cresciuto tra i pali nell’Udinese, maturato nel Mantova, affermatosi nel Napoli e nella Juve, Zoff è stato anche eccellente allenatore (soprattutto con Juve, nazionale e Lazio) e presidente (della Lazio). Una vita dedicata al pallone.

Dino Zoff, il campione e l’uomo privato

Dino Zoff intervista

Dino Zoff con la coppa del mondo 1982

Gli almanacchi recitano: Dino Zoff, nato il 28 febbraio 1942 a Mariano del Friuli. Tutti hanno presente la sua figura di monumento dello sport italiano. Ma il Dino Zoff bambino com’era?
Ero un bambino normale di quei tempi, avevo la possibilità di giocare sempre. Negli anni Cinquanta non c’erano pericoli nei paesi, si giocava e si trovava posto dappertutto, anche nei campi. Una fanciullezza straordinaria. Facevo qualsiasi genere di sport anche se non era codificato come tale.

L’idea del bambino porta inevitabilmente a quella dei genitori. Che emozioni, quali ricordi porta con sé di loro?
Ovviamente porto con me delle emozioni legate a mio padre e mia madre ma, a dire il vero, ho anche dei rimorsi perché mi sembra di aver fatto poco per loro. Forse sono considerazioni che si fanno in vecchiaia. La mia era una famiglia contadina, che lavorava la terra con tutta la fatica che questo comportava. A casa mia c’è sempre stata la concretezza, un approccio alle cose che mi è servito poi nella mia professione di calciatore. In altre parole non esistevano le scuse, mi è stato trasmesso il senso della responsabilità. Da loro ho appreso questa linea di comportamento senza il ricorso a tante parole.

«Porto con me lle emozioni legate a mio padre e mia madre ma, a dire il vero, ho anche dei rimorsi perché mi sembra di aver fatto poco per loro»

Questo tipo di educazione oggi funzionerebbe ancora?
Ci sono certe regole basilari che dovrebbero ancora funzionare perché il comportamento, la dignità, l’onestà, fare bene il proprio lavoro sono valori che raccolgono tutto: professionalità, voglia, passione. Certo, oggi viviamo in un mondo nel quale in ventiquattr’ore cambia tutto, però le cose basilari dovrebbero rimanere.

A proposito di cose basilari: cosa significa per lei l’amicizia?
E’ un rapporto quasi intimo, una simpatia corrisposta, il sentirsi sulla stessa lunghezza d’onda. Nell’amicizia ci sono delle regole straordinarie: io a un amico non ho mai chiesto una cosa che avrebbe potuto metterlo in difficoltà, anche in situazioni dove ero io a esserlo.

«Una volta, quando ero al Napoli, mio padre mi chiese: “Come mai hai preso quel gol?”. Gli risposi che non me lo aspettavo e lui replicò: “Ma perché, cosa fai, il farmacista?”»

L’immagine che associamo immediatamente a Zoff è quella del portiere con la maglia grigia a maniche lunghe, colletto e polsini azzurri e la fascia bianca sul braccio sinistro. Un’icona che il tempo non ha scalfito. A più di trent’anni dal suo ritiro dai campi di gioco, che rapporto ha Zoff con la sua carriera di calciatore?
Ho un rapporto di contrasto. È vero, ho fatto cose straordinarie però, essendo poco umile nel mio campo di competenza, mi sento sempre responsabile per qualche cosa in più che avrei potuto fare. Forse è un po’ un’arroganza dell’essere, anche se poi non vado a recriminare su ciò che ho fatto perché, probabilmente, nel momento in cui ho agito non avrei potuto fare diversamente. Alla fine, bisogna sempre rimanere nella concretezza della realtà anche se ammetto che, in cuor mio, qualche rammarico rimane, legato forse alla presunzione di migliorare sempre, di ricercare la perfezione del lavoro. Un concetto molto friulano: bisogna lavorare bene, indipendentemente dall’importanza delle cose che si fanno. È il motivo per cui vedo poche delle partite che ho disputato, anche le migliori, perché trovo sempre qualcosa che non andava. Tutta la mia vita è in una frase di mio padre. Credo che la disse ai tempi in cui giocavo nel Napoli: presi un gol su un tiro non irresistibile. Lui mi chiese: “Come mai hai preso quel gol?”. Al che gli risposi che non me lo aspettavo. E lui replicò: “Ma perché, tu cosa fai, il farmacista?”. È una sintesi dell’atmosfera che c’era a casa mia, il concetto a cui accennavo prima dell’impossibilità di accampare scuse. Anche se poi, quando si commetteva un errore, tutta questa severità non c’era.

Suo padre era un appassionato di calcio?
Appassionato direi di no, però lo seguiva.

Dino Zoff intervista

Dino Zoff ai tempi del Napoli

Riesce a spiegarci perché lei piaceva anche a chi non amava la sua Juve?
Al di là del fatto che oltre alla maglia della Juventus ho vestito anche quelle dell’Udinese, del Mantova, del Napoli e della nazionale, sono comunque considerato uno sopra le parti. Non ho mai trovato dei tifosi contro, sono sempre stato apprezzato anche dagli avversari. Prenda il presidente della Roma Dino Viola, che con la Juventus ce l’aveva non poco: eppure con me è sempre stato gentilissimo.

«Sono considerato uno sopra le parti. Non ho mai trovato dei tifosi contro, sono sempre stato apprezzato anche dagli avversari»

Facciamo un salto ai due mondiali di Argentina e Spagna, per certi versi simmetrici: partenze dall’Italia con molte critiche e rientri in patria trionfali. Quali sono state, invece, le differenze, risultato finale a parte?
Differenze direi poche: ci furono tante critiche in entrambe le occasioni. Si era creato un certo contrasto soprattutto con Bearzot, quasi per partito preso, perché era uno che portava avanti le sue idee con determinazione. L’anno prima del mondiale in Spagna non chiamò Beccalossi in nazionale: naturalmente tutta la critica lo fece diventare il giocatore dell’anno. Però lui aveva l’unica visione che serve per vincere: idee e convinzioni. Oggi mi fanno ridere tutti quelli che si atteggiano a scienziati del calcio, che contano i passi che fanno i giocatori in una partita. Il calcio è semplice. La difficoltà maggiore, oggi ancora più che ai miei tempi, è la conduzione degli uomini: riuscire a creare i presupposti di squadra, di comportamenti, di coraggio che deve avere un allenatore. Se c’è una pallottola, la prendo io che sono il comandante; se devo dire una cosa, la dico io, non la faccio dire a un giornale. Oggi, lo ripeto, è più difficile, perché se un calciatore non gioca i procuratori, se non addirittura le mogli, cominciano a rompere le palle. Inoltre Bearzot era un uomo di cultura: quando qualcuno citava una frase in latino, se era sbagliata lui la sapeva correggere. Siamo riusciti a vincere per questa forza. Ai mondiali del 1974, dove erano in quattro a comandare, ovviamente siamo usciti al primo turno. È una regola: il rispetto dei ruoli è determinante.

Sempre facendo riferimento a quei due mondiali, voi giocatori che cosa percepivate di quei paesi, entrambi segnati dall’esperienza della dittatura: pienamente viva nel 1978 in Argentina e superata con difficoltà nell’82 in Spagna?
In Argentina a volte si vedevano i militari per strada. Però era l’euforia dei mondiali a sentirsi di più, quello che c’era dietro non si percepiva. La Spagna non si può certo mettere allo stesso livello dell’Argentina, siamo seri. Se parliamo di situazioni politiche, di più riuscii a percepire nei paesi dell’Est. Io sono un osservatore e capii che il comportamento del pubblico era completamente diverso a ridosso dell’89: si vedeva che qualcosa poteva succedere.

Zoff 1982

Rummenigge e Zoff prima della finale mondiale 1982

La sera dell’11 luglio del 1982 eravate consapevoli di quello che stava per succedere?
Dire di sì sarebbe da presuntuosi. Dopo la vittoria col Brasile, però, la convinzione intima, e quella è stata la nostra forza, era di potercela fare. Una convinzione da non sbandierare, perché è pericoloso sbandierare le cose: presuppone che sei già sicuro. Invece questa convinzione intima, che devi ancora tradurre nei fatti, è diversa dal dire subito che vinciamo, qualcosa che ha meno intensità. La convinzione che hai dentro è molto più importante, perché tiene conto delle difficoltà che devi affrontare: sei convinto ma sai che è difficile. E’ una dinamica psicologica.

«Il mondiale dell’82? Lo sport è immediato, violento nel sentire. In quel momento sei fuori di testa, vivi nelle nuvole, hai una felicità così prorompente senza pensare troppo a quello che c’è intorno, a quello che succederà dopo, ma la gloria dura solo un attimo»

Quella sera di Madrid, quando l’arbitro fischiò, sapevate che stavate entrando nella storia delle persone?
Ma no, lo sport è così immediato, così violento nel sentire. In quel momento sei fuori di testa, vivi nelle nuvole, hai una felicità così prorompente senza pensare troppo a quello che c’è intorno, a quello che succederà dopo. E’ il titolo del mio libro: “Dura solo un attimo, la gloria”. La gloria ce l’ho tutt’ora, si traduce nel fatto che tu sei qui per intervistarmi, che sono stimato ovunque vada. È il momento dell’essere in gloria che dura poco. Del resto non si può vivere in gloria per una vita intera.

Può sembrare singolare per un friulano come lei aver vissuto cinque anni a Napoli ed essersi stabilito a Roma. È un’attrazione per la diversità o la casualità della vita?
Sono le condizioni che si vengono a creare nella vita. Certamente un po’ sradicato lo sono anche se in Friuli ho mantenuto casa e quando posso torno.

Lei arrivò a Roma dopo l’addio alla Juventus. Una separazione senza particolari clamori, anche se era piuttosto clamorosa.
Ad essere precisi era una separazione che arrivava alla scadenza del contratto. Naturalmente non è stata indolore per me.

Zoff nazionale

Zoff e Paolo Maldini ai tempi della nazionale olimpica (1986-88)

Lei che era una parte della storia della Juventus.
Ma io non parto dalla storia. Alla Juventus non si partiva dalla storia ma dai risultati. E io i risultati, straordinari, li avevo ottenuti. Non era la Juventus di oggi, portare a casa Coppa Uefa e Coppa Italia (nel 1990, n.d.r.) andando a vincere a Milano con gol di Galia contro Gullit, Van Basten, Baresi e gli altri era una cosa grandissima. Andar via per l’arrivo di un altro allenatore che in quel momento era sponsorizzato dai media, ecco cosa è stato duro. Non tanto per il fatto di lasciare la Juventus: sono dell’idea che la proprietà abbia il diritto di scegliere la sua politica. Quanto perché avevo lavorato bene, mi domandavo, non è bastato? Come cavolo bisogna lavorare allora? Bisogna vendersi mediaticamente? Per di più alla Juventus, dove da sempre erano richiesti i risultati. Per questo modo impetuoso di cambiare le cose, che poi certamente non ha portato frutti, ci rimasi male.

Torniamo alla nazionale. 2 luglio 2000, finale dell’Europeo contro la Francia, decimo del secondo tempo: segna Delvecchio. Cosa mi dice di quella serata?
In quella serata ci condannò il destino. Fummo fortunati, con la bravura di Toldo, a superare l’Olanda. E quel pizzico di fortuna lo scontammo in finale, dove perdemmo su un rinvio del portiere. Naturalmente è stata una grossa delusione perché la squadra si era espressa bene. Un vero peccato.

Dino Zoff allenatore

Dino Zoff allenatore della nazionale maggiore nel 2000

Anche quello che successe dopo a lei.
Succede. Per mille cose.

Rifarebbe il gesto di dimettersi dopo le esternazioni contro di lei del premier Berlusconi?
Mah, sai, ero nelle condizioni di non poter non farlo. Oltre alle esternazioni, che furono pesanti, c’era qualcos’altro.

Non si sentì protetto dalla federazione?
No, no, il presidente fu bravissimo. Sai, molte volte in Italia contano altre cose più del Presidente.

Il giocatore più bravo con cui ha giocato e il migliore che ha affrontato.
Il compagno più bravo è stato senza dubbio Sivori, che era considerato il Maradona dei suoi tempi. Quanto agli avversari, avendo giocato contro un Pelé ormai nella fase finale della sua carriera, il migliore che ho affrontato è stato Maradona. Poi Cruijff, Platini, Beckenbauer. Ma Maradona e Pelé furono l’espressione assoluta dei fenomeni.

Il dualismo con Albertosi?
Era dettato dal fatto di essere completamente diversi. Ma era un grande portiere, veramente capace.

«Il compagno più bravo è stato Sivori. Il migliore che ho affrontato Maradona. Poi ci sono Pelé Cruijff, Platini e Beckenbauer»

Oltre al calcio, cosa l’ha appassionata di più nella vita?
Senza dubbio gli sport motoristici. Li ho sempre seguiti fin da bambino, le due e le quattro ruote. Le moto le andavo a vedere già quando avevo otto, nove anni. Una volta si facevano i circuiti cittadini, come a Gradisca: si usavano le balle di paglia. Poi cominciai ad andare a vedere le gare in salita: la Trieste-Opicina, la Cividale-Castelmonte. Quando ero a Mantova andai qualche volta a Monza a vedere la 1000 chilometri. Insomma, ho sempre seguito, ho sempre avuto macchine sportive, preparate.

Il calcio, oggi, secondo lei dove sta andando?
Più che altro mi domanderei dove sta andando il mondo. Il calcio, a parte qualche regola che cambia, rimane sempre lo stesso. Chi poteva pensare che sarebbero venuti i cinesi a comprare le squadre italiane, noi che, dopo gli inglesi, ci sentivamo i padroni del calcio?

Secondo lei potrà funzionare?
C’è il rischio di perdere valori e tradizioni, però il mondo va avanti. Poi non so se potrà funzionare. I cinesi vengono qui per poi importare il calcio da loro. Quando questo processo sarà avvenuto, non so qui da noi cosa resterà. Io credo nelle tradizioni. Prendi Wimbledon, ad esempio, il concetto di divisa bianca. La tradizione dà importanza alle cose, non è qualcosa di vecchio da buttare via. Capisco anche che, nella vita, ci sono pure delle tradizioni che spariscono: il mondo moderno brucia tutto in ventiquattro ore. È difficile capire come si svilupperà il processo.

Finisce con un punto interrogativo questa lunga intervista. Il capitano della nazionale campione del mondo ci offre un caffè, che diventa l’occasione per parlare ancora “off record” della Toscana e del suo quartiere, che ama vivere come se fosse un piccolo paese. Ci accorgiamo di aver gustato ogni minuto della conversazione, incuriositi da parole essenziali, arricchite dal fascino di valori che oggi non siamo abituati a considerare.

Dino Zoff

Salvatore Bagni e Dino Zoff nel 1982-83