Adriano Stabile

Considerato da molti la rivelazione della serie tv su Mani Pulite “1992”, Domenico Diele torna stasera in televisione, su Rai Uno, nel primo dei quattro episodi di “Di padre in figlia”, fiction che racconta l’emancipazione femminile in Italia attraverso le vicende dell’imprenditore Giovanni Franza (interpretato da Alessio Boni) e delle figlie Maria Teresa (Cristiana Capotondi), Elena (Matilde Gioli) e Sofia (Demetra Bellina).

Domenico Diele: il lavoro, Roma e lo sport

Toscano di Siena, 31 anni, Diele è stato Adriano Costantini nel film “Acab”, ma soprattutto Luca Pastore in “1992” che dal 16 maggio tornerà su Sky Atlantic, con la seconda serie, intitolata “1993”. Trasferitosi a Roma, amante del pallone ed ex giovane calciatore, Domenico Diele si racconta in un’intervista esclusiva a “Il Posticipo”.

Siamo a poche ore dalla prima puntata di “Di padre in figlia”. Sei teso?
«La serie è già stata girata quindi i giochi sono ormai fatti però è anche vero che c’è, come tutte le volte prima di un debutto, il nervosismo perché il nostro lavoro di attori presuppone comunque che ci sia un giudizio da parte del pubblico. La paura di quel giudizio c’è».

Il tuo personaggio è Filippo Biasolin, che vive un amore complicato: puoi raccontarcelo?
«Sono il figlio del sindaco del paese in cui è ambientata la nostra storia e avrò un matrimonio di interesse e riparatore con Elena, la secondogenita della famiglia Franza (interpretata da Matilde Gioli, n.d.r.) che è rimasta incinta. Non essendo un matrimonio nato da una scelta consapevole da parte dei due coniugi, sarà destinato ad attraversare un periodo di grande crisi. Conoscerete inizialmente il mio personaggio come totalmente ignaro dei problemi e delle difficoltà del mondo: in età scolastica è uno scapestrato, carino e spensierato, figlio del sindaco e di famiglia agiata, mentre alla fine della serie avrà molti più anni e sarà una persona totalmente diversa».

Possiamo dire che la serie tv “1992” è stata la svolta della tua carriera?
«Sicuramente è una serie che mi ha regalato tanto…».

Di padre in figlia

Diele con Cristiana Capotondi, Matilde Gioli, Stefania Rocca e Alessio Boni

Sei un senese (della contrada del Nicchio) trapiantato a Roma per lavoro. Come è stato l’impatto con la grande città?
«Il salto è stato notevole perché Siena ha un’identità precisa. ma è un paese molto piccolo e raccolto sia geograficamente che per numero di abitanti. Roma invece è una grande metropoli, anche perché è un crocevia di persone da tutto il mondo. I primi anni nella Capitale furono esaltanti, mi piaceva tutto tantissimo, persino il traffico sulla via Nomentana. Adesso invece sto cominciando a rivalutare la vita che si può fare in luoghi meno caotici».

«Giocavo in una squadra di Siena dedicata a Gigi Meroni. A 11 anni abbiamo vinto un torneo battendo in finale il Paris Saint-Germain. Fu emozionante perché i francesi tifavano per noi italiani»

Sappiamo che sei un appassionato di calcio. È vero che giocavi in una squadra intitolata al calciatore Gigi Meroni, scomparso nel 1967 a 24 anni?
«Sì, era un piccolo club di Siena intitolato a Luigi Meroni, il grande giocatore del Torino che ebbe una tragica fine giovanissimo dopo aver incantato il pubblico della Serie A per poche stagioni. Il mio allenatore era un fan sfegatato di Meroni e diede questo nome a questa piccola società in cui giocavano tanti ragazzi».

Giochi ancora oggi a calcio con gli amici?
«Sì, mi capita ancora. Ovviamente non ho più il fiato di una volta né le gambe. Anche i piedi sono un po’ storti però mi diverto, ebbene sì».

È vero che da giovane calciatore, durante un torneo a Montpellier, ti sei ritrovato con i francesi che facevano il tifo per voi italiani?
«Avrò avuto 10-11 anni e andammo a giocare un torneo internazionale nel sud della Francia, con alcune partite ad Avignone e altre a Montpellier. C’erano squadre provenienti dal Belgio, dalla Germania e dalla Francia stessa. Arrivammo sino alla finale contro il Paris Saint-Germain, in uno stadio bellissimo. Ricordo ancora l’ingresso in campo attraverso un corridoio lungo che per un bambino come me era qualcosa di fantastico rispetto ai campetti normali. Vincemmo 1-0, giocando molto bene, e a un certo punto sentimmo il pubblico che gridava “les italiens, les italiens”. Ascoltando meglio ci accorgemmo che ci stavano facendo i complimenti. Fu speciale visto che in campo c’era il Paris Saint-Germain. O forse dipendeva dal fatto che nel sud della Francia odiano Parigi. Sentire il pubblico che canta per te, perlopiù straniero, fu un’esperienza bellissima».