Paolo Valenti

“Quando faccio una cosa, mi piace farla bene”: era lo slogan che Adriano Panatta pronunciava per promuovere un cosmetico maschile di qualche anno fa. Mai affermazione di una campagna pubblicitaria fu più veritiera di quella, perchè tutto ciò che Adriano Panatta ha fatto nella vita, l’ha fatto bene: tennista, motonauta, imprenditore, politico e oggi, alla soglia di 67 anni portati benissimo, divertente personaggio televisivo nel comedy show Meglio Tardi che Mai, andato in onda sulla Rai pochi giorni fa con Claudio Lippi, Edoardo Vianello, Lando Buzzanca e il conduttore Fabrizio Biggio. Lo abbiamo intervistato partendo proprio da quest’ultima esperienza che ancora mancava al suo curriculum.

Intervista esclusiva ad Adriano Panatta

Adriano, nuovamente ai vertici della popolarità ma senza la racchetta in mano. Se lo aspettava il successo di Meglio Tardi che Mai?
Mah, non è che ci abbia pensato a questo. La trasmissione mi piaceva: si trattava di fare un viaggio, non era una gara, uno di quei format tipo talent che a me non piacciono. Per cui sono andato tranquillo, non ho fatto altro che mettere me stesso.

Com’è nata l’idea del programma?
Mi hanno chiamato e mi hanno chiesto se mi piaceva l’idea di fare questo viaggio. Ci ho pensato un po’ e poi ho detto: perché no? E’ stata soprattutto la curiosità che mi ha spinto. Si è trattato di una trasmissione molto innovativa, diversa da qualsiasi altra: mi è piaciuta proprio questa impostazione che mi faceva divertire. 

Chi è il più pazzo di voi quattro?
Ma no, nessuno di noi. Ci siamo espressi tutti e quattro esattamente per come siamo, ognuno con la propria personalità ma non mi sembra che abbiamo fatto cose da pazzi. Non c’è stata interpretazione, è stato tutto quanto naturale. Non c’era un copione: ognuno diceva quello che voleva.

Com’è possibile che i giapponesi riescano a coniugare modernità estrema e tradizioni antiche tramite l’ordine maniacale? Non è una contraddizione? O si tratta solo di un’impressione che si ha dall’esterno?
Sicuramente è un popolo strano (ride, ndr). Sono molto formali e allo stesso tempo molto bizzarri: hanno delle manifestazioni per noi incomprensibili.

Adriano Panatta al festival del cinema di Roma

Era la prima volta che andava in Giappone?
Pensi che io ero andato nel 1978 a giocare e avevo anche vinto gli Open del Giappone. Però, onestamente, non me lo ricordavo proprio. E poi questa volta l’ho vissuto in tutt’altra maniera, ho fatto delle cose che non pensavo di fare.

Manzo di Kobe o sushi?
Mi piacciono tutti e due. Il sushi mi piace molto, il manzo forse ha un sapore più vicino ai nostri, condimento a parte che è un pochino più speziato. Io sono uno che mangia quasi tutto, non ho problemi. Gli altri tre erano difficilissimi col mangiare, non mandavano giù niente. Edoardo si è anche portato i crackers… 

Torniamo al tennis: che considerazioni di consuntivo possiamo fare degli internazionali d’Italia?
C’è stata la grande rivelazione di Zverev, che è la novità del tennis mondiale, anche se poi ha pagato la vittoria al Roland Garros forse perché è calato un po’ coi nervi. C’è anche da dire che ha incontrato un “cagnaccio” di quelli contro cui è difficile giocare, molto esperto. Ma a vent’anni è normale. Il consuntivo tecnico è dato soprattutto da lui e da Thiem, anche se poi ha preso la batosta da Djokovic. Gli altri li conoscevamo già. Comunque è stata una buona edizione.    

Gli Internazionali potrebbero fare a meno del Foro Italico?
Il Foro è un palcoscenico abbastanza unico nel mondo: il fascino del torneo è anche il fascino del Foro Italico. Non so se ci sarebbe lo stesso fascino se si facesse un impianto a Tor Vergata. Non credo. Ci metta anche il fatto che i romani sono abitudinari, non so se accetterebbero l’idea di andare in un altro posto. E’ una cornice talmente unica che poi in qualunque altro posto si andrebbe sicuramente a perdere fascino. Il Roland Garros si svolge al Bois de Boulogne che sta al centro di Parigi: non vedrei il Roland Garros, con la storia che ha, in periferia. Non parliamo poi di Wimbledon. Gli americani sono diversi: Forrest Hills era al Queens, Flushing Meadows è praticamente di fronte all’aeroporto La Guardia. Si tratta di una cultura e di una mentalità differenti.

Il tennis italiano, inteso come movimento, è migliorato negli ultimi anni? Che prospettive ha, come sta lavorando la Federazione per migliorarlo?
Io sono l’ultima persona a cui puoi chiedere della Federazione. Non lo so come sta lavorando e non me ne importa niente: non sono interessato a come lavora e a quello che fanno. Io guardo da spettatore e vedo che sia il tennis maschile che quello femminile stanno invecchiando senza ricambi. Le donne ci avevano abituato troppo bene. Tra gli uomini non vedo qualcuno che possa arrivare al top mondiale né ai livelli raggiunti in passato dai vari Canè, Cancellotti, Camporese, Gaudenzi, lo stesso Fognini. Tutti ottimi giocatori. A volte la gente dice: ma come, in Italia non abbiamo nessuno? Però bisogna anche pensare che se si arriva tra i primi venti non si può essere considerati delle pippe. A volte la gente è troppo severa nelle valutazioni, non si rende conto delle difficoltà che ci sono per arrivare in alto.

Ha adocchiato qualche giovanissimo che potrebbe diventare un giocatore da top 10?
No guarda, non seguo nulla a quel livello da anni. Ho perso completamente i contatti.

Quando lei giocava, il pubblico di Roma la amava: era il Totti del Foro Italico. Qual è la partita giocata a Roma che le fa più piacere ricordare?
Quando ho vinto (ride, ndr): la finale del 1976! Non bisogna essere ipocriti: il tennista è individualista. Se parliamo di Coppa Davis, ricordo con piacere quando abbiamo battuto l’Australia per due volte ed erano molto forti. Poi io ho fatto anche un’altra finale, la gente se lo dimentica: quella che ho perso al quinto set con Borg nel 1978. Ho quel rammarico perché riuscivo a batterlo a Parigi ma non a Roma: ‘sta cosa mi rompeva un po’ le palle!    

Una delle ultimissime frasi del romanzo di Kerouac “Sulla strada” così recita: “nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventare vecchi”. Lei che rapporto ha col tempo? Glielo chiedo per introdurre un parallelo con il recente addio alla Roma di Totti.
L’ho visto domenica. A parte che guardando la partita quasi moro (in romanesco, ndr)… Io non sarei mai stato capace di stare lì tutto quel tempo. Evidentemente ognuno ha il proprio carattere. Tornando alla domanda, io cerco di fare la mia vita nel miglior modo possibile. Alla mia età l’obiettivo è quello di vivere gli anni che mi rimangono in maniera serena. In ogni caso non sono un pensionato come mentalità. Anzi, è proprio il contrario. Ho mille interessi, non sono uno che sta lì a piangersi addosso, che si deprime. Spero che non mi succeda adesso che sto parlando con lei… (ride ancora, ndr). Insomma cerco di vivere in modo semplice ma non banale.

Lei come visse il momento dell’addio alle competizioni? E’ davvero così difficile e doloroso?
Io quando ho smesso di giocare non ho sofferto per niente, anzi. E’ stato un momento che ho vissuto benissimo.

Forse perché lei aveva altri interessi che la coinvolgevano.
Si, io sono molto curioso. Io penso di essere stato una persona molto fortunata, molto privilegiata per quello che ho fatto nella mia carriera sportiva. Però non ho mai pensato che sarebbe stata una cosa che mi avrebbe segnato per tutta la vita. E’ stata una parentesi. Oltretutto una parentesi molto giovanile, perché quando smetti una carriera a 33-34 anni hai ancora tutta la vita davanti per fare altre cose. E’ stato bellissimo, mi fa piacere quando la gente ancora mi ferma per strada ma non è che vivo per quello. Anzi, è proprio il contrario. 

Se glielo chiedesse, che consiglio darebbe a Totti?
Gli direi che ha tutto per essere felice: ha una bellissima famiglia, una moglie e dei figli meravigliosi, ha fatto una carriera sportiva straordinaria. Dice che gli mancherà l’odore degli spogliatoi: e te lo farai passà!

Tra le grandi passioni di Adriano Panatta c’è a nche il golf

Cosa manca alla Roma di oggi per somigliare di più alla sua?
Sai, io Roma l’ho sempre pensata come una donna che non è giovanissima ma neanche vecchia, una donna tra i 45 e i 50 anni: bella e affascinante. Adesso la vedo come se si fosse lasciata un po’ andare. Uno dice: che peccato, era così bella. Questo è il paragone che mi viene di fare. Non si cura più, non va più dal parrucchiere, è un po’ ingrassata, non si veste più come una volta. Si dovrebbe rimettere un po’ a posto, perché comunque è sempre bella. Non c’è una città più bella di Roma, anche se poi uno appena ci arriva si incazza: questa è la verità. La sporcizia, le buche, la cattiva organizzazione. Poi, però, se fai due passi a villa Borghese, ti affacci da un terrazzo e dici: che culo che sono nato qua! 

Da quello che mi ha detto lei è ancora un buon tifoso della Roma. Che idea si è fatto della nuova proprietà?
Mah, non li conosco, non so darne un giudizio come persone.

E come tifoso?
Io penso che Luciano, a parte il fatto che siamo amici, abbia fatto un ottimo lavoro. Siamo arrivati secondi dietro una squadra, e non è la prima volta, che è in finale di Coppa dei Campioni. La Juventus è tra le prime tre, quattro squadre più forti del mondo. Arrivare dietro una squadra così non è che sia male. E’ logico che anche io vorrei che la Roma vincesse lo scudetto. Però, avendo fatto tanto sport, so anche che ci sono quelli più bravi. Il secondo posto è già grasso che cola: intanto abbiamo fatto quel passo avanti per cui questa è la Roma e non più la Rometta. Adesso non so cosa farà la proprietà, quale allenatore prenderà e quale campagna acquisti farà. Comunque io sono un tifoso che quando vede le due ore di partita cerca e spera di emozionarsi.

Ultima per chiudere: lei è stato un campione di tennis, motonautica, ha fatto politica: in quali di queste vesti si è sentito di più a suo agio?
Tutte le cose che ho fatto le ho sempre fatte con grande passione. Poi ci sono cose che ho fatto meglio e cose che sono andate peggio. L’unica cosa che probabilmente non farei più è la politica. Anche se ci sono stati momenti in cui mi sono divertito però ormai ho un rifiuto per quanto riguarda quella cosa lì.