Adriano Stabile

Difficile pensare a Gigi Simoni come a un doppio ex di Juventus e Inter, che domenica sera si sfidano nel derby d’Italia. Eppure l’allenatore di Crevalcore ha anche un passato bianconero, nonostante da quasi un ventennio sia associato a icona nerazzurra della discussa sfida del 26 aprile 1998, quando l’arbitro Ceccarini non diede un rigore all’Inter per fallo di Iuliano su Ronaldo e poi, sul ribaltamento di fronte, ne concesse uno dubbio ai bianconeri. Quel match è rimasto nella storia: Simoni venne espulso per proteste, Del Piero, dagli undici metri, si fece parare il penalty da Pagliuca, ma la Juve vinse comunque 1-0 quella sfida-scudetto, staccando i nerazzurri di quattro punti e lanciandosi verso la conquista del titolo, tra mille polemiche.

Simoni Inter Juventus

Gigi Simoni sulla copertina di Hurrà Juventus nel 1967

Gigi Simoni, la Juve e l’Inter

A distanza di tempo Gigi Simoni ricorda tutto nitidamente sia della sua esperienza in bianconero, da calciatore nel 1967-68, che di quella in nerazzurro, da allenatore, trent’anni più tardi. Senza rinnegare nulla. Ce lo racconta in esclusiva durante un periodo di pausa nel tour di presentazione del sul libro autobiografico “Simoni si nasce. Tre vite per il calcio”, scritto con Rudi Ghedini, Luca Tronchetti e Luca Carmignani (Goalbook edizioni). 

Come è stata l’esperienza di raccontarsi in un libro? Si è divertito?
«È stato divertentissimo. Per me è stato come rivivere una seconda volta tutta la mia carriera, sin da quando sono approdato alla Fiorentina all’età di 15 anni. Ho ritrovato tante cose che non ricordavo più. Il libro peraltro sta andando bene».

Simoni Inter Juventus

Gigi Simoni, 78 anni

«Arrivai alla Juve dal Torino, ma non ci furono problemi. I tifosi granata erano felici perché Meroni era rimasto con loro. Trovai Heriberto Herrera, un allenatore che non ti dava tregua, ma bravo»

In tanti hanno dimenticato che lei, nella Juventus, ha giocato per un anno da calciatore nel 1967-68, quando aveva 29 anni.
«Esattamente. Iniziai da titolare giocando 11 partite di campionato e 2 di Coppa dei Campioni prima di fermarmi per colpa di una grave forma di pubalgia. Arrivai al punto di pensare di dovermi ritirare definitivamente dal calcio. Per fortuna nella stagione successiva, a Brescia, sono guarito e ho continuato a giocare fino a 35 anni. Il destino è strano: a volte è crudele, altre volte è piacevole».

Che bilancio fa di quella stagione?
«Fu un anno positivo al di là delle poche partite giocate. Ho imparato molto alla Juve. Stando fermo ho guardato tanto calcio “da fuori”. E lì che ho iniziato a studiare da allenatore. Aver lavorato con Heriberto Herrera (l’allenatore della Juve di quell’anno, n.d.r.) è stata una delle esperienze migliori che ho fatto».

Che tipo di allenatore era Heriberto Herrera?
«È stato uno dei più bravi allenatori che ho avuto, un personaggio unico. Era molto tosto, severo, convinto delle sue idee. Non ti dava mai tregua, ma aveva grandi conoscenze calcistiche ed era davvero determinato nel caricare e nel preparare la squadra. Nonostante il suo carattere non facile ho un ottimo ricordo di Heriberto. E poi mi voleva bene».

Che squadra era quella Juventus?
«Era una squadra forte, eravamo campioni d’Italia in carica. C’era gente come Anzolin, Del Sol, Salvadore, Cinesinho, Leoncini, Càstano, Benito Gori. Arrivammo terzi».

Lei arrivò alla Juve nel 1967 dal Torino. Come fu il passaggio dal granata al bianconero?
«Fu indolore. I tifosi granata erano contenti perché era rimasto Gigi Meroni, che inizialmente doveva andare alla Juve, e io ero contento perché piacevo a Heriberto Herrera. E poi per me era un passo in avanti andare a giocare nei campioni d’Italia. Anche i sostenitori bianconeri mi presero in simpatia sin dalle prime partite. Mi sono trovato benissimo nonostante fossi tifoso granata sin da ragazzino, ben prima di vestire la maglia del Toro. Quella Juve era davvero una “signora”, sia tecnicamente sia per i comportamenti». 

«L’arbitraggio del 1998 fu spiacevole. Dissi a Ceccarini che si doveva vergognare e venni espulso. Ha gestito male quella situazione volendo fare il duro. Dopo 20 anni ancora se ne parla»

Da allenatore dell’Inter, nel 1997-98, si è ritrovato avversario della Juventus per lo scudetto. Qual è il suo sentimento ripensando alla sfida del 26 aprile 1998 persa 1-0 dopo il rigore non dato a voi per lo scontro Ronaldo-Iuliano?
«Fu spiacevole. Quella partita ha segnato un campionato che poteva avere un risultato diverso. Quel rigore tolse obiettivamente a noi la possibilità di giocarci lo scudetto fino alla fine. L’arbitro Ceccarini gestì male quell’episodio: volle fare il duro invece di dirci più semplicemente “io l’ho vista così”, lasciandoci almeno la soddisfazione che potesse avere qualche dubbio. Se ancora oggi, a quasi 20 anni di distanza, si parla ancora di quel rigore non dato (e di quello dato alla Juve subito dopo), evidentemente qualcosa è accaduto». 

Ronaldo Iuliano

L’intervento di Iuliano su Ronaldo il 26 aprile 1998

Lei si arrabbiò per quell’episodio e fu espulso.
«Non ho bestemmiato né ho detto parolacce all’arbitro. Gli dissi soltanto, per due volte, “si vergogni”».

All’andata, il 4 gennaio 1998, avevate vinto 1-0. Cosa ricorda di quella partita?
«La ricordo bene: giocarono meglio loro di noi. Inzaghi (all’epoca punta della Juve, n.d.r.) fallì qualche ghiotta occasione. Fece un bellissimo gol Djorkaeff dopo un’azione di Ronaldo. La Juventus giocò meglio, ma noi non facemmo nulla per rubare quella partita».

In quel 1998 vi “consolaste” con la vittoria in Coppa Uefa. Quello è stato il punto più alto della sua carriera in panchina?
«È stato il trofeo più importante che ho vinto, nell’unico anno in cui ho allenato una squadra davvero forte. Vincemmo alla grande quella Coppa Uefa (battendo in finale la Lazio 3-0 a Parigi, n.d.r.)».

Inter Coppa Uefa 1998

L’Inter vincitrice della Coppa Uefa 1998 (foto Inter.it)

Di quell’Inter chi ama ricordare?
«Uno degli uomini più importanti fu Bergomi per la sua capacità di aiutarmi a gestire una squadra fatta da 27 giocatori di cui 10-12 campioni e altri ottimi calciatori. Grazie all’aiuto dei più anziani non ci sono mai stati malumori da parte di chi rimaneva fuori la domenica».

Concludiamo con la sfida di domenica prossima. La Juve attuale è troppo forte per l’Inter?
«La Juve dà ancora una sensazione di netta superiorità, ma Pioli sta lavorando bene e mi sembra che stavolta ci sia una speranza per i nerazzurri: la partita non sarà facile per i bianconeri. L’Inter può tornare una squadra di primo livello: ha giocatori validi e una società che finalmente ha riacquistato forza».