Patrizio Cacciari

“Volevano cacciare i violenti dagli stadi, hanno cacciato tutti, tranne i violenti”. Giovanni Francesio, attuale responsabile editoriale di Frassinelli, nonché autore di due interessanti libri sul tema (Tifare contro. Una storia degli ultras italiani e A porte chiuse. Gli ultimi giorni del calcio italiano), ha le idee piuttosto chiare sull’argomento. Gli italiani non vanno più allo stadio, e secondo gli ultimi dati guardano anche meno calcio in tv. Il fenomeno è tornato d’attualità dopo un sondaggio di Repubblica sui cui eravamo già tornati. Con Francesio abbiamo parlato dei motivi di questa incredibile disaffezione.

Gli italiani non vanno più allo stadio: colpa solo dello Stato e del sistema calcio?
La responsabilità è organizzativa, i tifosi italiani non sono diversi dagli altri, né sono diversi da quelli del passato. Andare allo stadio dovrebbe essere una cosa bella, in Italia invece andare allo stadio fa schifo. Per come è messa la situazione sono convinto che ci vadano anche in troppi. I tifosi vorrebbero ancora frequentare gli stadi, dimostrano ancora interesse.

Rispetto ai dati che parlano di calo degli spettatori, resistono alcune realtà di Provincia come Verona o San Benedetto del Tronto, dove le percentuali di abbonati e spettatori sono in controtendenza.
Non penso sia corretto definire Verona una realtà di Provincia. Il tifo dell’Hellas ha una grandissima storia, riconosciuta da tutta Europa. Sono una delle più grandi tifoserie italiane. San Benedetto e altre realtà simili vivono la propria bandiera con un grande attaccamento, che diventa ancora più importante dopo anni di purgatorio o fallimenti. Sono tifoso del Mantova, so di cosa parlo.

Curva sud Verona

La Curva Sud del Verona, vuota per protesta contro la repressione.

Lei ha scritto due libri sul tifo. Il movimento ultras ha sbagliato qualcosa  in questi anni?
Non credo che il movimento ultras abbia sbagliato qualcosa. Una organizzazione di protesta a livello nazionale era impossibile e forse sbagliata. Ogni piazza italiana ha le sue tradizioni. Qualcosa di simile è stato fatto in Inghilterra ma solo nelle categorie inferiori e non hanno inciso più di tanto. Le risposte non violente alla situazione sono arrivate, penso alla sacrosanta presa di posizione delle tifoserie romane. Quella è una metafora del disastro. La cosa folle è la mancanza di linea comune nella gestione dell’ordine pubblico. A Torino c’è una curva libera di poter fare scenografie e altro, a Roma non puoi cambiare seggiolino con tuo figlio altrimenti prendi la multa. Chi decide questo? In Italia c’è un problema di strutture abbandonate, che sopratutto nelle serie inferiori, non hanno permesso un ricambio generazionale adeguato. Hanno spento la passione.

Allora non è tutta colpa delle televisioni?
Assolutamente no. Ho letto una relazione della Presidente della Espn. Pensate che in quel mercato ci sono regole che obbligano le società a impegnarsi per portare gente allo stadio, altrimenti niente finanziamenti. Pensate a una partita di calcio del Liverpool in tv senza la Kop piena, o a una del Borussia Dortmund senza lo storico muro giallo. Da noi siamo arrivati a mettere seggiolini colorati per confondere i telespettatori e far sembrare gli stadi pieni.

C’è una soluzione a questo disastro?
Chi gestisce il calcio deve mettersi in testa che bisogna spendere: prima per riportare il calcio italiano sui livelli tecnici degli altri campionati. Poi bisogna spendere per gli impianti. Questa classe dirigente è in grado di farlo? Io non credo. Non riesco a immaginare manager e dirigenti come Malagò o Tavecchio in grado di risolvere il problema.