Patrizio Cacciari

Bologna, lo stadio Dall’Ara, le gradinate della curva Andrea Costa. Poi il trekking e le camminate lungo i sentieri storici. Infine il suo lavoro, scrivere romanzi, saggi e reportage. In mezzo, sempre e comunque, l’amicizia e l’appartenenza. A un certo modo di vivere e di pensare, Enrico Brizzi, classe 1974, non rinuncia. Più di 20 anni fa il suo romanzo d’esordio “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” fu un vero e proprio caso letterario, tradotto in 24 paesi, da cui venne tratto anche un film. Con Brizzi abbiamo parlato di curve, di viaggi, di letteratura e di Totti.

Intervista esclusiva a Enrico Brizzi

Sei uno scrittore, ma anche uno sportivo e un tifoso. In che percentuale?
«Più che di percentuali preferisco indicare questi tre aspetti della mia vita nelle diverse fasi in cui le ho vissute. Sono letteralmente nato e cresciuto all’ombra dello Stadio Dall’Ara, i miei genitori vivono ancora in una palazzina vicino all’attuale tribuna coperta. Mio papà non ama molto il calcio e per legge del contrappasso si è dovuto beccare due figli maschi che frequentavano la curva Andrea Costa. Oggi la mia militanza di curva si è molto affievolita, ma a metà anni novanta, fino ai primi anni del nuovo secolo, ero regolarmente abbonato e facevo tra le 12 e le 15 trasferte a stagione. So cosa significa portare uno striscione a Reggio Calabria, Praga, Istanbul».

Eri un vero e proprio tifoso militante…
«Al di là delle brutte cose che si raccontano e che effettivamente molto spesso accadono, vorrei specificare che non si tratta solo di una “guerra tra bande”. Ragazzi coetanei, nati in città diverse e con la stessa passione, non devono essere per forza dei nemici. Sono stato spesso nelle curve di altre squadre insieme ad alcuni amici di altre fedi calcistiche. E’ bello riconoscersi negli stessi interessi, negli stessi modi di intendere il tifo, puoi rivedere nell’altro una appartenenza genuina come la tua. Al netto delle problematiche, penso che sia un fenomeno demonizzato più del dovuto dai telegiornali».

Oggi il movimento ultras che fase sta vivendo? A Roma e nelle grandi piazze di problemi ce ne sono stati e ce ne sono tuttora…
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Non amo parlare di cosa succede in casa d’altri, proprio perché sono situazioni che non conosco dall’interno. Posso dire che chi ha retto meglio al logoramento degli anni che passano sono quelle curve in cui si è mantenuto un aspetto compatto, almeno all’esterno. La politica è stata elemento di lacerazione in tante tifoserie, ma chi è riuscito a passare dalla dimensione di gruppo a quella di curva, è riuscito a portare avanti un discorso collettivo. La forza maggiore del movimento ultras è sempre stata quella di poter raccontare, attraverso slogan e striscioni, quelle verità scomode taciute dai media ufficiali. Un messaggio forte mandato da una curva unita assume più autorevolezza rispetto a quello di una curva divisa al proprio interno».

Sei stato e sei ancora oggi un tifoso, ma pratichi anche sport?
«Come tutti i ragazzini ho attraversato i vari passaggi tra nuoto, tennis e calcio, un po’ come tutti i maschi italiani, ho giocato a calcio a 7 con gli amici, ma non è che fossi proprio un fenomeno. Lo sport che sento veramente mio e che pratico ormai da alcuni anni a livello serio è il trekking. Amo viaggiare a piedi per un fatto molto semplice: per viaggiare a piedi da Roma a Canterbury ci vogliono 3 mesi oggi come ci volevano 3 mesi nell’anno 1000. E’ un aspetto molto affascinante».

Viaggi spesso?
«Ogni volta che riesco. Non è semplice, ci vuole organizzazione, budget. Ho fatto i tre grandi itinerari storici, la via Francigena, Gerusalemme e il Cammino di Santiago. Ora ne sto organizzando uno tra Italia, Francia e Svizzera, intorno al Monte Bianco, due settimane in quota, tra i rifugi».

Quando non sono in viaggio sento la mancanza della libertà, del vento in faccia, del senso dell’avventura.

Quando parti per questi viaggi qual è la cosa che ti manca di più delle comodità quotidiane?
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Ti rispondo alla domanda inversa. Quando non sono in viaggio sento la mancanza della libertà, del vento in faccia, del senso dell’avventura. Ho trascorso la mia infanzia tra i cortile del centro storico di Bologna, tra gli orti, si andava in bici, si giocava agli esploratori, nei miei viaggi a piedi ritrovo quella dimensione».

Intervista Enrico Brizzi Bologna

Enrico Brizzi durante il Cammino di Santiago (ph. tratta dal suo profilo Fb).

Durante questi viaggi riesci a scrivere?
«Principalmente prendo appunti, cerco di catturare le sensazioni di un momento, magari attraverso una foto fatta con lo smartphone, anche a un qualcosa di stupido, che però poi so che mi ricorderà qualcosa. Un’altra cosa che mi aiuta molto negli appunti mentali sono le mappe usate durante il viaggio. Riprenderle in mano a posteriori, risveglia moltissimi i ricordi di quei giorni».

Viaggi da solo?
«Assolutamente no, anzi, qui si torna alla dimensione di curva».

Cioè?
«Se dovessi fare un titolo direi “Dalle gradinate ai sentieri”. E’ con il mio stesso gruppo di amici con cui andavo allo stadio che organizzo i viaggi, quelli con cui ho condiviso tante avventure di tifo. E manteniamo anche i nostri piccoli rituali: lo stendardo con i colori del nostro gruppo, il fumogeno colorato che accendiamo quando arriviamo a destinazione».

Come si chiama il tuo gruppo?
«Ci chiamiamo gli Psicoatleti. All’inizio eravamo solo ragazzi di Bologna, poi si sono uniti anche gruppi di altre città, ognuno con i propri colori e il proprio drappo. Come in curva, quando si formano delle sezioni. Il bello è che adesso noi siamo il nucleo storico, la vecchia guardia».

Oltre ai tuoi reportage di viaggio hai scritto due saggi sul calcio dei primi del ‘900: “Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio in Italia” (1887-1926)” e “Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera (1926-1938)”, uscito quest’anno.
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Tutto nasce dalla curiosità personale. In ogni nazione il calcio ha avuto un ruolo sociale che si è declinato in maniera diversa. Sono andato alla fonte, ai vecchi giornali dell’epoca. Al calcio venivano dedicate poche righe. In prima pagina si parlava di ciclismo, di automobilismo, di ippica. Il calcio era la cenerentola di allora».

Hai completato la tua ricerca storica?
«Sto ultimando l’ultimo volume, che arriverà alla ripresa del campionato dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino alla strage di Superga e agli anni 1949-50. Di lì a poco in Italia arriverà la televisione e il calcio inizierà a essere raccontato in un’altra maniera e con un altro linguaggio. E poi ci sono ancora dei protagonisti molto più qualificati di me come memoria storica di quel calcio lì».

Intrrvista Enrico Brizzi bologna

“Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera (1926-1938), Roma-Bari, Laterza, 2016.

Cosa hai scoperto del calcio di quel tempo?
«Ad esempio che i calciatori dell’epoca non erano delle stelle. E che il calcio nacque negli ambienti borghesi, nei circoli, importato da professionisti e commercianti che avevano rapporti di lavoro con l’estero. L’Inghilterra ma anche la Svizzera erano un incredibile serbatoio. Strano pensando a quello che è oggi il movimento calcistico elvetico, eppure il primo derby tra Inter e Milan si giocò in Svizzera. A Torino per esempio c’erano due squadre: una era il Torino Cricket and Football, che venne fondato dal proprietario di una ditta tessile che aveva rapporti con la città di Nottingham, l’altra la Nobili Torino, fondata dal Duca degli Abruzzi, ancora adolescente, che in seguito divenne un grande esploratore».

Non era quindi uno sport popolare?
«Lo diventa in seguito, da fenomeno d’élite a vera e propria malattia popolare. La svolta avviene con la necessaria nascita del professionismo. Per far giocare i più bravi bisognava permettergli di allenarsi senza pensare ad altro. Luigi Bertolini, grande giocatore della Nazionale, era nato povero e non aveva nemmeno i soldi per pagarsi una camera condivisa in una locanda, spesso dormiva sotto i ponti. Di storie così ce n’erano tante».

Che Paese eravamo in quegli anni?
«Un paese dove c’era violenza, anche intorno al calcio. Del resto siamo il paese dei guelfi e dei ghibellini, dei Comuni dalle tante rivalità territoriali. Queste si trasferirono già all’epoca intorno al calcio. Durante il Fascismo degli anni ’20, quando c’era ancora una situazione fluida, le cronache raccontano di colpi di pistola tra genoani e bolognesi. Tra tifoserie rosse e fasciste volavano botte da orbi. E poi iniziarono i primi episodi di “controllo del potere”. Pensate che la sede della Figc venne trasferita per un periodo nella sede del Bologna! E poi la storia di un calciatore della Pro Vercelli, di quella Pro Vercelli, ucciso con un colpo di fucile in strada durante una ronda. Una dimensione molto lontana dalla nostra».

In Italia esiste una letteratura sportiva?
«In Italia ci sono milioni di tifosi, che in libreria conservano uno o due libri dedicati alla propria squadra, ma zero libri sulla storia del calcio. Da un lato va detto che c’è poca produzione, ma questa è una naturale conseguenza delle richieste del mercato. In Inghilterra è tutto molto differente. Ogni anno escono libri dedicati a singoli club, a singoli calciatori, all’epopea di questa o quella tifoseria negli anni ’70. E non riguarda solo i grandi club di Premier League. Ho degli amici inglesi pieni di libri sul Bournemouth. E anche per quanto riguarda la narrativa, da noi assente, tutti conoscono “Febbre a 90”, ma quello è solo la punta dell’iceberg. Da noi si preferisce passare 100 ore a vedere partite, quando invece sarebbe utile passarne 80 davanti alla tv e magari 20 a leggere un libro».

Il monumento vivente del calcio italiano oggi ha un nome: Francesco Totti.

Esiste in Italia un giocatore interessante dal punto di vista narrativo, oppure la poesia nel calcio l’ha portata con sé Roberto Baggio?
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Avere Baggio a Bologna per un anno è stato magnifico, è un calciatore che ho amato. Il monumento vivente del calcio italiano oggi ha un nome: Francesco Totti. Da un lato conserva l’aspetto romantico di chi è nato, cresciuto e diventato grande nella sua squadra del cuore, dall’altro è talmente adorato e sempre sotto la lente, che diventa complicato non commettere errori. Eppure riesce ancora oggi a mantenere un aplomb da condottiero di un popolo. Totti è un personaggio mitologico, non apprezzato in pieno qui da no, che siamo un popolo accecato da tutto quello che non nasce sotto casa nostra. Vi faccio un esempio: durante il mio viaggio a Santiago, compravo sempre “Mundo Deportivo”. Totti veniva seguito quotidianamente, al pari di altri grandi, come Gerrard. Amo queste storie, di bandiere che non voltano le spalle alla propria gente».

Totti sampdoria

Francesco Totti, 250 gol in serie A con la maglia della Roma.

Quindi il prossimo libro lo scriverai su Totti?
«Dovrebbe farlo uno scrittore romano e romanista. Ci sarebbe così tanto materiale da poter scrivere un’Iliade giallorossa. Fossi un tifoso della Roma vorrei che Totti continuasse a giocare anche il prossimo anno. Mi piace questo suo dolce e struggente addio da 15 minuti a partita. La presenza di un personaggio del genere tiene alto lo spirito. Il web è pieno di quelle rubriche chiamate “meteore”, calciatori di passaggio, che adesso si rovinano ai videopoker. Per un calciatore non è facile abituarsi al dopo, al fatto che in bar non ti chiedono più l’autografo, rinunciare a cori e boati. Fossi stato calciatore avrei fatto come Totti, sarei nato e morto calcisticamente nella mia città per la semplice identificazione tra la mia comunità e la mia squadra».